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Over50, la condanna dei senza lavoro – La camiciaia

CamiciaiaTeresa è una condannata over 50. Ha cinquantaquattro anni, è della provincia di Avellino ma abita a Giovinazzo, a nord di Bari. Vedova da qualche anno, ha una figlia che sta per laurearsi alla triennale in Scienze Politiche. Cinque anni fa è stata licenziata dall’impresa dove lavorava come camiciaia dopo ventitré anni di lavoro ininterrotto. Teresa cuciva camicie per l’aviazione civile e militare italiana, da giovane era una sarta importante nel suo paese, poi ha deciso di sposarsi con un pugliese e questo le ha irrimediabilmente compromesso la vita.

Auden ha scritto che possiamo immaginare ciò che è assente o che non esiste, ma noi italiani andiamo oltre, riusciamo a immaginare quanto è diffusa la corruzione nel mondo del lavoro e a volte ci adeguiamo per sopravvivere. A Bari, poi, non ne parliamo! Siamo arrivati al punto che un lavoratore deve pagare di tasca propria per mantenere il posto e, quando lo fa o lo ha fatto, nulla lo può trattenere al lavoro, il licenziamento è sempre in agguato come una belva feroce e sanguinolenta.

«Quando mi hanno detto che mi mandavano, mi hanno fatto capire che potevo continuare a lavorare lì, a nero»

Con Teresa ci siamo dati appuntamento in pieno centro, nella libreria Laterza. Il suo spiccato accento napoletano, la sua altezza e il tono alto della voce non ci fanno passare inosservati. Qui, poi, mi conoscono un po’ tutti, e quei tutti si staranno domandando cosa ci faccio con quella donna in un posto così silenzioso. Le chiedo di abbassare un po’ la voce e lei si schermisce scusandosi, sempre ad alta voce. La invito a sedere su una poltroncina in fondo a una sala della libreria, dove saremo soli. Ci accomodiamo sui divanetti e subito la bombardo di domande.

«A nero?»

«A nero, ma non un nero normale, capisci a me»

«No, Teresa. Non ti capisco»

 

Teresa sospira.

«Sei tuosto, guagliò. Quello, il titolare, mi manda a chiamare. Vado a parlarci e mi dice che le commesse sono poche e che non ce la fa a pagare tutti quanti. Io a quel punto capisco che mi vuole mandare a casa, ma non gli ho detto niente, perché io sono una sarta fine e senza di me non poteva andare avanti. Lui mi dice che può tenermi ma senza contratto e poi…»

«E poi?»

«Gli dovevo lasciare una parte dello stipendio»

«Quanto?»

«Il quaranta per cento. Ma tanto, secondo lui, prendevo la cassa integrazione, più la pensione di reversibilità di mio marito e…»

«Cosa?!»

«Sì, ma mica tanto, alla fine. Io gli ho detto di no, perché non era normale e non era vero che non c’era lavoro, se no non mi prendeva a nero. Sai qual è la verità?»

«No, dimmi»

«Che quello voleva solo risparmiare. Quello è sempre stato il pallino suo. Comprava il cotone più brutto, i macchinari erano vecchi, ma riusciva sempre a lavorare»

«Non ci sto capendo molto», le dico.

«Lui non partecipava agli appalti, perché l’azienda era piccola. Stavamo nella zona industriale di Bari. Lui riceveva le commesse da quelli grossi. Noi lavoravamo per quelli. Cucivamo le camicie e poi venivano spedite alle ditte più grosse che le finivano e cucivano tutto il resto, i gradi…»

«In subappalto», commento quasi tra me e me.

 

Ora capisco di più. Questa ditta riceveva subappalti da grosse aziende del settore tessile, così da non poter essere controllata in caso di mancato rispetto dei contratti e di tutto il resto. Al grande committente pubblico o privato interessava il prodotto finito, non il processo produttivo, non il rispetto delle regole, della vita e della salute delle camiciaie. Perché forse, anche il grande…

 

«E i grandi, come vincevano gli appalti?», le domando.

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fabbrica camicie«E che ne so? So solo che una volta quello mi fece capire che pure loro, quelli potenti, pagavano le mazzette. Che così andava il mondo»

«Quando te lo disse»

«Una volta venne da noi un politico, uno che non conoscevo ma doveva essere importante perché era tutto azzimato. Si chiusero in una stanza. In quei mesi c’erano delle novità nell’aria. Il mio titolare era contento perché diceva che stavamo per ingrandirci. E pure noi eravamo contenti, perché quando uno vuole crescere, allora non ti manda a casa. Ma quando quel politico se ne andò, lui uscì dalla stanza che era nero. Forse gli avevano chiesto qualcosa, non so»

«Una mazzetta, magari», dico.

«Forse, non lo so. Ma allora mi disse che pure i grandi…»

«Voleva giustificare se stesso. Difficile per un tirchio sborsare una tangente», commento.

«Forse. Non è mai stato uno furbo. Ma disse che la ruota girava così, e io lo so che è così perché vengo dalla Campania»

 

Mi guardo intorno. Siamo circondati di libri, letterature, scritture che invitano alla libertà, alla correttezza, al sacrificio in nome di ideali grandi come universi. Quanto sono stonate le parole di Teresa, quanto sono più vere di tanta letteratura!

 

«Ti hanno fatto male, Teresa»

«Mi hanno fatto male, sì. Perché non hanno rispettato il mio lutto. Quando mi hanno detto che potevo campare con la pensione di reversibilità mi sono sentita male», dice abbassando gli occhi su un libro aperto sul tavolino davanti a noi. «La pensione di mio marito è la minima. Sto facendo la fame!», esclama ad alta voce.

 

Una commessa della libreria ci ronza intorno senza disturbarci, incuriosita da questa strana coppia. Le sorrido e lei ricambia.

 

«Come ti sei sentita?»

«Male. Troppo male. Avevo una vita con mio marito, una vita seria. Ora non c’ho più niente»

«Hai tua figlia», dico per tirarla su.

«Una figlia che non posso pagarle le tasse, che deve andare a lavorare, come me alla sua età. E che l’ho fatta studiare a fare?»

«Vuoi dire che i sentimenti non bastano. Che non si vive di solo amore, né di solo dolore», commento. «La vita è questa roba qua, un’altra cosa sono i sogni»

«La vita, figlio mio? La vita se n’è andata quando se n’è andato il lavoro. Mi sento di vivere solo la notte, quando sogno»

 

Adesso mi fissa, ha sollevato gli occhi dal libro, una copia del Piccolo principe.

 

«Da sveglia non mi capita mai di essere felice. Solo quando sogno e rivedo mio marito», prosegue, «e mi sento libera. Mi sogno le cose che facevamo insieme. Spesso lui mi accompagnava a lavorare, perché faceva il commesso e attaccava verso le nove. Io dovevo stare nella ditta alle sette e mezzo. Era bello. Facevamo colazione insieme, andavamo sempre nello stesso bar. Al pomeriggio veniva a prendermi, poi tornava al negozio senza fiatare. Era un ciuccio di fatica, ma stavamo bene»

 

Un lavoratore, un marito, un padre. Ruoli garantiti dal lavoro e dall’amore. Tutto crollato, nella vita di Teresa. Tutto salvo la dignità, un’ombrosa dignità ferita e crepuscolare, scura come il volto della disperazione.

 

«Ora me ne vado», dice Teresa. «Devo fare la spesa»

«Dimmi un’ultima cosa, ti prego. Cosa fai per campare, adesso?»

«Accompagno una donna anziana ai giardini. Mi danno trecento euro al mese», risponde.

«Ti piace?»

«No, ma me lo faccio piacere», risponde.

 

Mi alzo anch’io e ci avviamo. Ho in mano la copia del Piccolo principe, la lascio su uno scaffale, in bella vista, chissà che qualche bambino, vedendola, non cominci a sfogliarla, a leggiucchiarla e a sognare un altro mondo: senza più condannati over 50.

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