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“Nulla, solo la notte” di John Williams

John Williams, Nulla, solo la notteSono passati vent’anni dalla morte di John Williams, lo scrittore americano famoso per non essere mai stato famoso, che nel 1965 scrisse un vero capolavoro, Stoner, di cui allora quasi nessuno si accorse, pubblicato in Italia nel 2012 per i tipi di Fazi. Ottantamila copie in Italia, duecentomila in Olanda, primo in classifica in Francia e Inghilterra, libro dell’anno in Israele, Stoner è diventato un caso editoriale, «il romanzo perfetto» secondo il «New York Times». Complice l’effetto Lazzaro che ha portato alla ribalta letteraria il nome poco conosciuto di John Williams, Fazi ha voluto celebrare l’anniversario della morte dello scrittore, pubblicando in Italia Nulla, solo la notte, il suo romanzo d’esordio scritto, appena ventenne, tra il 1942 e il 1945, negli anni in cui prestò servizio come sergente delle United States Army Air Forces in India e Birmania. Pubblicato in America nel 1948, è stato tradotto per la prima volta in Italia nel 2014 da Stefano Tummolini, per conto di Fazi.

Nel 1934 Francis Scott Fitzgerald aveva definito tenera la notte in uno dei suoi libri più famosi, in cui descriveva la deriva della società americana del tempo. Non c’è nulla di tenero nella notte descritta da John Williams: perfino nel sogno il sognatore è privo di potere e deve sottostare alla forza di ricordi che non ristorano e affannano l’esistenza. Si narra una giornata di Arthur Maxley, giovane dandy californiano, che vaga per le strade e per i locali di San Francisco, sospeso tra noia e solitudine, tra ricordi che incespicano e ritraggono una biografia familiare da raccapriccio. «Questa stanza è come la mia anima: sporca e disordinata». Arthur beve alcool sin dalle prime ore del mattino, nel vano tentativo di sottrarsi al ricordo della perdita della madre.

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John WilliamsL’imminente incontro col padre lo getta nel panico; vi è incomunicabilità tra i due, viaggiano su binari paralleli, senza mai incontrarsi. C’era un lontano tempo in cui Arthur era felice, quando la madre gli rimboccava le coperte d’estate, quando le giornate trascorrevano tutte uguali e la natura regalava momenti spensierati: «ecco qual è il momento più bello della vita: il tempo perduto. Il tempo dell’estate, quando le foglie degli alberi s’intrecciano nella luce iridescente del sole». Rimembranze proustiane si affollano nel climax del ricordo edipico della perdita della madre, che rappresenta il punto di non ritorno nella vita del ragazzo.

Non a caso, solo è l’ultima parola di questo breve romanzo. Nulla, solo la notte racconta la solitudine di un giovane uomo che incontra personaggi alla deriva come lui: Stafford Long, vacuo e lagnoso, che vorrebbe acquistare una macchina tipografica, senza sapere nulla di editoria e di scrittura creativa; Hollis Maxley, avvenente uomo d’affari, che non riesce a comunicare col figlio e frequenta donne insipide che assomigliano alla moglie; infine, la boema Claire Hegsic che, seppur avvenente e fascinosa, ha bisogno di ingurgitare litri di alcool per sedurre un uomo. Vi sono un nitore linguistico ed una precisione lessicale che fanno da contrappeso alla notte che si vuole suggerire: non vi è oblio o deliquio dei sensi che il giovane scrittore John Williams non sappia descrivere e che lascia sbalorditi per la chiarezza con cui viene palesato. «Il clangore della notte metropolitana gli assalì le orecchie, riecheggiandogli con il suo grido fin nei sotterranei dei sensi, ammassandosi e riverberando in una serie di onde alte e basse, finché non gli sembrò che tutta la città fosse un’unica, gigantesca pulsazione di suono. […] Una figura solitaria, nella distesa immutabile del deserto, appare meno isolata di un uomo che si perde nell’infinità di una città affollata».

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