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Note di prosa - 69

Da “I monologhi di Pierrot” (1898) di Gian Pietro Lucini

 

(..)

Oh, io amo l'Idee veggenti e silenti nel Mondo,

ed eloquenti dentro all'intendimento personale;

amo le Idee a sciame, incatenate pecchie d'oro,

al sonoro timpano del comporre.

Le amo volanti, fantastiche, pure,

sicure,

senza paure

d'una critica e d'una ribellione,

l'Idee della passione, che mutano la terra in paradiso,

incantevole annuncio d'un sorriso che non vedrem già mai

sopra le femminili labbra baciate

e che sentiamo in noi,

pallidi Eroi d'una funambolesca ebrietà di rime. —

(..)

 

Spalanca una finestra. Notte luminosa. Un ramoscello di rosa si

sporge nel vano tutto bagnato di luce lunare e scintilla sulla nera

cortina. E il raggio della luna fa impallidire la lampada. Non fa più

freddo. Qualche cosa di vivo riscalda questo sepolcro di Maschere.

 

(..)

L'usignolo; s'egli canta io taccio; la dolce musica

imbalsamata d'idealità si ripercuote al di là

delle coscienze. Così uno spunto è tutta l'armonia

e la malinconia è l'ispirazione; tutta una canzone,

ed il resto è l'orchestra. E tacerai, o vago della luna

e del silenzio, tacerai nell'inverno.

O patria, o terra aspettata! Come tarda l'amata all'amatore!

In torno al mio palazzo ho coltivato un pazzo

laberinto di fiori;

corolle violacee

come un lutto di vergine strana:

ma de' pistilli linguaggian d'oro e vermigli, insidiosi.

Io vedrò della neve sopra questo corrotto troppo ricco,

funerale d'un principe: il mio. E soffierà il vento maligno

come la parola capziosa dell'amico

ed io mi troverò meglio sdrajato... No, no, vivere!

Quando? in che modo? domani? nel buio? Vivere?

 

Questi ultimi pensieri vengono espressi a viva voce come in un

grido. Il Pierrot si stupisce e quasi teme di queste voci, che

insolitamente risuonano nella sala. Poi ride: il riso stride ed il Pierrot

parla.

 

Io parlo adunque! De Banville m'ha ingannato;

io parlo ancora: la Pantomima è morta al mondo,

e io ritorno a soffrire! Aria al polmone

assetato di brezza notturna.

(..)

E la mia luna artificiale smunta

tremante al raggio della vera. E pure i fiori

e le gemme mentite gareggiano coi veri e sono preferite;

e un bacio simulato ha più sapore del bacio santo

che vien dal cuore. Io ch'amo il posticcio,

e l'inganno ed il dubbio?... O seguendo le fasi lunari

dirò pei dignitarii delle imprese lunatiche

le regole pragmatiche della mia esistenza di Pierrot?

Gobba a levante e gobba a ponente?

 

Zitti; la ben nata gente sta tutta in me e l'altra:

e la servetta scaltra,

e la minosa padroncina,

e il ladron di cucina,

e il ghiottone sudicio, e l'impudico,

e lo spleematico sere, e il messere poltrone,

ed il Re Sole, e un parruccone che vide l'avvenire,

ed una macchina insanguinata

e una bacata funzion sociale, e il funerale

della nobiltà; tutto tra il sorgere ed il morire

della luna, tra il crescere e il calare

del cerchio pallido sul ritmico sospiro del simpatico mare:

e le Fasi e la Vita,

e una sbiadita felicità che in terra non si trova

e s'arrovella per farsi ritrovare,

e la scarsella vuota, e una baldracca letteratura

che va dalla baracca istrionesca a ciance e a tresca

sul trono, o in Campidoglio, ai lauri di una gloria immeritata.

 

La luna dilaga nella sala: i marmi rispecchiano come forbiti acciai.

Le rose incensano dalla finestra. Ogni cosa palpita col cuore di Pierrot

che si rinsangua. Egli grida e geme, pauroso della vita gagliarda che

s'inturgida nel suo corpo. Un singhiozzo: una risata. Pierrot sente di

morire e di rinascere.

 

***

Arnold Schönberg - Pierrot Lunaire

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