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Nelle foto dei bambini si specchia la società

Nelle foto dei bambini si specchia la societàQuando osserviamo le foto dei bambini abbiamo la sensazione che dentro di esse si nasconda, e si specchi, la nostra società.

Perché i bambini non si fotografano da sé, non usano lo strumento cretino del selfie, quindi qualcuno deve immortalarli, sceglierli, ergerli a soggetto privilegiato di un racconto fotografico. Così, in queste settimane abbiamo potuto assistere alla tragica teatralità della foto del piccolo Aylan, e nello stesso tempo ci hanno mostrato la foto del figlio di un pregiudicato catanese in posa sul manifesto sei per tre che ne annunciava il battesimo.

Due bambini, due mondi diversi, due proiezioni del mondo degli adulti su di loro. Se sul primo si è formata la commozione europea e mondiale – fino a modificare la direzione dell’accoglienza europea – sul secondo si ferma la nausea: quel sentimento di chi non ne può più di un Paese dove la mafiosità, l’arroganza, la strafottenza fanno scuola ed egemonia.

Ed ecco che allora dobbiamo cominciare a riflettere sulla nostra estraneità – come Italia – dai sistemi culturali più alti. Siamo popolarmente tagliati fuori dal sistema della grande produzione culturale mondiale, perché intrisi di coattume, di schifezze che intasano i nostri teatri, le nostre tivù, la nostra editoria.

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Non viene rispettata nemmeno l’ingenuità di un bambino – il siciliano – in nome dell’apparire, del manifestarsi agli altri come i più potenti perché i meno raffinati. In quel sei per tre, infatti, c’è il segnale lanciato dal padre del piccolo al consesso mafioso e a tutta la cittadinanza: lui può permettersi di spendere una cifra enorme affinché la sua progenie sia considerata da tutti e sopra tutti. Non così, invece, nella modestia del padre di Aylan: che ha sepolto suo figlio a Kobane, nel cuore del conflitto, del dolore e del riscatto.

Nelle foto dei bambini si specchia la società

Tra i due padri ci sono differenze morali chiare quanto il sole: un abisso, uno iato incolmabile. Il padre siciliano è un pregiudicato, indagato in passato per associazione mafiosa che potrebbe aver sfruttato suo figlio per accreditarsi incivilmente presso la città; il padre siriano è un onesto cercatore di destino, un genitore esemplare e modesto che cercava soltanto la vita e ha trovato la morte. In fin dei conti non è più difficile trovare le differenze: nella foto del bimbo siciliano si riflette un pezzo preponderante della società italiana, in quella del piccolo profugo si specchia il mondo globalizzato che senza il morto non si muove mai a compassione.

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