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“Nel nome dello Zio” di Stefano Piedimonte

Stefano Piedimonte, Nel nome dello zioCi sono cose che possono rendere difficile una recensione. La prima sta nel fatto che anche Saviano ha elogiato questo libro; la seconda è persino più imbarazzante: quando parlo del mio agente – ebbene sì, averlo aiuta a non sentirsi soli –, lo chiamo “lo zio”. In entrambi i casi, non c’è nulla che voi possiate fare per diminuire il mio disagio, soprattutto adesso che il mio agente si è sentito dare del camorrista.

E proprio di camorra parla Nel nome dello zio (Guanda, 2012), un romanzo talmente arguto che stento a credere sia stato scritto da un giovane autore italiano. Spero che Piedimonte lo prenda come un complimento. Non m’interessa sapere come la prenderanno i suoi colleghi, a tempo debito leggerò anche i loro lavori. Qualcuno potrà considerarla una minaccia e io non me la sento di smentire.

Roberto Saviano dice che Piedimonte mostra gli aspetti più risibili della camorra, e io ci terrei a rincarare la dose aggiungendo che, in questo libro, come nella vita reale, non basta una calibro 44 a far sembrare furbi. Nemmeno un cannone può tirare a lustro uno sfigato ed era ora che la satira si facesse beffe della camorra, argomento di cui si può certamente ridere, e se ridiamo in tanti, sarà dura farci smettere.

Lo Zio è un boss, ha una «vita incasinatissima» fatta di «riunioni con i suoi gregari, verifiche, ispezioni a sorpresa nelle piazze di spaccio e tre passeggiate al giorno nel quartiere». Lo Zio deve «dimostrare quotidianamente la sua presenza sul territorio» (pagina 18) e c’è soltanto una cosa che può fargli scordare questo suo attaccamento al dovere: il Grande Fratello.

Il Grande Fratello è per lo Zio ciò che il Libro di Mormon è per i mormoni: una guida illuminante a  cui attenersi scrupolosamente. Lo Zio scruta nell’acquario televisivo, come un aruspice nel fegato di una pecora, traendone parabole laiche da catechismo catodico. «Il potere dello Zio in quei momenti non era quello di un feroce boss della camorra, no, era un altro. Lui ci credeva in quelle parabole, ci credeva sul serio, fin dentro le ossa. E quando tu credi a qualcosa con tutto te stesso, la gente se ne accorge e ti sta a sentire. Senza interromperti» (pagina 107). Per quanto possa sembrare strano, lo Zio cita allegorie a ragion veduta, perché il Grande Fratello e la camorra qualcosa in comune l’hanno davvero: eliminano i concorrenti.

A tenergli compagnia – ma senza dare troppo disturbo –, la moglie Gessica, «il cui nome era stato trascritto all’anagrafe con la g piuttosto che con la j per via dell’analfabetismo paterno unito a un grosso potere persuasivo nei confronti dei funzionari comunali». Se questo non bastasse a dare un’immagine del personaggio, Piedimente aggiunge che «viaggiava con l’immaginazione e leggeva i romanzi di Zafón». Siamo ancora a pagina 18, ma potremmo aver già perso per strada tutte le Gessica fan di Zafón. Quante potranno mai essere? Se fossimo a Napoli, lo Zio lo saprebbe, anche grazie al pallottoliere affidato ai suoi sodali: «Cinque mostri, cinque volti rovinati dalla bruttezza innaturale che infesta gli animi violenti: quella che si sviluppa di anno in anno, di ora in ora, di carcerazione in carcerazione sulle facce di chi vuol trasmettere un messaggio prima di ogni altra cosa: «Attenzione, sono un criminale» (pagina 33). Non si fosse capito, fare il camorrista non fa bene alla pelle, ma magari si finisce per lasciarcela. Il magari non è un’invocazione, sia chiaro, è soltanto un dato di fatto.

Eppure, nel solito tran tran camorristico, qualcosa si rompe e lo Zio è costretto a fuggire alla chetichella dopo la soffiata di un traditore. Alle calcagna ha Woody Alien – «Chiunque l’avesse visto, fin da subito avrebbe compreso le ragioni del suo soprannome» (pagina 36) –, zelante funzionario di polizia della Questura di Napoli, tanto brutto quanto bravo, deciso a ingabbiare lo Zio una volta per tutte. Non è detta l’ultima parola, però: lo Zio potrebbe ancora farla franca.  Nella fuga ha tagliato i ponti coi suoi fidati compari – fidati quanto? –, ma c’è ancora un cordone ombelicale che lo tiene ancorato alla vita di sempre: il Grande Fratello.

Il boss non ne perde una puntata e questo potrebbe salvarlo: i cinque mostri decidono d’istruire un tale, un pagliaccio adatto allo scopo, affinché possa entrare nella Casa come concorrente. Da lì griderà allo zio il nome del traditore, quell’infame che l’ha strappato al quartiere e l’ha costretto a nascondersi in un anonimo alberghetto dove, oltretutto, la ricezione televisiva fa pure delle storie.

A salvarlo potrebbe, quindi, essere Anthony, pusher dai «jeans emostatici» (pagina 41), «Magro, abbronzatissimo, praticamente tumefatto. Una specie di vip del terzo mondo, una star per gente che oltre il benessere aveva perso anche il lume della ragione» (pagina 45). Sarà Germano Spic e Span a fargli da maestro, rendendolo, se possibile, più strambo e quindi più adatto al Grande Fratello, dove il freak – racconta Piedimonte a pagina 113 – è utilizzato a fini di lucro. A suon di haiku – «poesie per coglioni» (pagina 119) – e cd «alla moda» (pagina 99) e «rigorosamente masterizzati» (pagina 119), Anthony diventerà il perfetto gieffino. «Jovanotti, Laura Pausini, Marco Mengoni» faranno di lui «una sorta di juke-box» (pagina 119), gli haiku  – da leggere «con espressione, cazzo, con espressione» (pagina 119) – lo renderanno interessante. Da notare che, tra le materie di studio, non rientrano le liriche di Gigi D’Alessio perché «Gigi non era ben visto dai puristi della canzone napoletana: neomelodico «pentito», aveva lasciato il dialetto napoletano per un più fruttuoso italiano standard» (pagina 78).Comunque, il dramma e la risata sono dietro l’angolo, perché anche un gieffino, che lo crediate o no, ha più dignità di un camorrista.

Stefano Piedimonte non lesina la satira e ci regala un romanzo che è un vero gioiellino, da leggere, nonostante sia piaciuto anche a Saviano.

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