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Montale – La poetica della crisi umana

Montale – La poetica della crisi umanaSpesso si è sentito dire che Montale è il poeta della disperazione, più volte lo si è identificato con l’ermetismo; ma il poeta ligure non è un ermetico (ermetici sono altri poeti come Quasimodo, Gatto e Luzi), e, più che tendere alla disperazione, egli tende a ricercare la verità, in una poesia che si indirizza verso la dimensione metafisica.

Montale si confronta con la crisi dell’uomo del suo tempo, vissuta come una frattura con la realtà, una cesura non più ricomponibile, che comporta la riflessione sulla certezza di essere destinati alla morte, e la totale mancanza di certezze, invece, in questa vita.

Il celebre verso «Spesso il male di vivere ho incontrato», contenuto nella raccolta Ossi di seppia, porta al suo interno proprio quel male di vivere esistenziale che segna la caducità dell’uomo, per un’umanità destinata e indirizzata verso la fine, la cui sola ed effimera via di fuga risiede nell’istante, nelle occasioni (che daranno il titolo a un’altra celebre raccolta poetica) in cui è possibile per un attimo uscire dalla insicura condizione di vita per poter ricercare e aggrapparsi a qualche certezza.

 

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La ricerca della verità che soggiace nei versi di Montale conduce a una realtà in negativo.

Va sottolineato che, comunque, non si giunge in toto alla verità, e Montale non trova neppure nella fede una risposta che faccia fronte a questa crisi, sebbene assuma i valori intellettuali e morali cristiani. La poetica di Montale ha coscienza dei limiti della poesia nel suo tempo, egli ben percepisce che la parola e la tradizione poetica sono ormai sature, con un linguaggio che si moltiplica a dismisura e allo stesso tempo si usura e logora. Così nasce la parola montaliana, non pura, non naturale, che va a costruire una poesia che si fonda sull’urto tra razionale e irrazionale; la poesia che ne nasce va trasformandosi lungo le opere e i momenti della vita del poeta.

Montale – La poetica della crisi umana

Nell’attività tra le raccolte Ossi di seppia (1925)e Le occasioni (1939), prende corpo del tutto la “poetica dell’oggetto”: questa poetica è mossa dall’interno, da un input del sentimento o dell’intelletto, e non viene espressa direttamente, ma tramite la descrizione di un oggetto essenziale.

Questo tema prende le mosse dall’elaborazione che ne fa Thomas Eliot nel 1920, cioè un nuovo modo di presentare gli oggetti in poesia, atto a dare nuova linfa agli utilizzi classici di figure quali simbolo e allegoria; Eliot vedeva nell’objective correlative, il “correlativo oggettivo”, l’unico modo di esprimere emozioni in forma d’arte, definendolo come una serie di oggetti, o situazioni, o eventi, che renderanno quella particolare emozione. Gli oggetti rappresentati sono legati a determinate emozioni dalle quali emerge il significato poetico, reso attraverso la fisicità dell’oggetto e l’intensità con cui si afferma nella mente del lettore, dunque in modo diverso dal simbolo e dall’allegoria, più subitanei e mediati dall’intelletto.

Proprio a questo tipo di poetica si lega l’immagine più caratteristica della poesia montaliana, posta in una dimensione culturale europea e convergente con la poetica anglosassone, pur senza, naturalmente, tralasciare la tradizione italiana. Guardando all’Italia, Montale abbassa l’elevatezza del tono dannunziano, aulico e intriso di preziosismi, sulla scorta del crepuscolarismo e di Gozzano; recupera poi forme e temi classici, e i poeti precedenti vengono utilizzati per esprimere le condizioni attuali; oltre alla presenza di Leopardi, ben evidente nella sua poesia, non sono tralasciati Baudelaire e il fondamentale modello di Foscolo; molto netti poi sono gli influssi di Petrarca e Dante, quest’ultimo quasi onnipresente.

A questo proposito, merita una riflessione la terza raccolta poetica di Montale, La bufera e altro (1956). Il libro presenta un aspetto romanzesco che richiama la Vita nuova dantesca, una vicenda in cui si intrecciano realtà e storia d’amore con una donna salvifica, già conosciuta nelle Occasioni.

Montale – La poetica della crisi umana

La donna, come una nuova Beatrice, porta con sé valori che contrastano violenza e degrado, ma allo stesso tempo segnano la distruzione; questa figura femminile cambia nome, muta le sue qualità in continuazione, e la poesia cela e svela chi essa sia, chi sia il “tu” a cui Montale parla. Durante le poesie del periodo bellico, il “tu” è Clizia, donna-angelo, senhal sotto cui si nasconde Irma Brandeis, studiosa americana che il poeta conosce nel 1933; Clizia, come la Beatrice di Dante, guida il poeta nel purgatorio terreno, lo protegge dal male nel passaggio degli anni della guerra.

Ma Clizia, che ricorda anche la Laura di Petrarca, è offuscata dalla più concreta Mosca, il soprannome con cui era conosciuta Drusilla Tanzi, la moglie di Montale.

Nell’ultima parte del libro, dalla dimensione celestiale si passa a una dimensione tutta terrestre, e compare una meno sfuggente presenza femminile, chiamata Volpe. Il passaggio tra queste figure femminili segna il parallelo passaggio tra diversi momenti storici; il primo è il periodo della guerra, dove ancora albergava la speranza in un mondo diverso, il secondo è l’inquietudine del dopoguerra, degli anni della guerra fredda, con il timore che la civiltà sia giunta al termine.

 

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Lo stile di questi componimenti individua la transizione da una realtà all’altra: dapprima la perfezione metrica e sintattica, forme sublimi, richiami petrarcheschi e danteschi, in seguito toni bassi, realistici, linguaggio colloquiale, spezzamenti metrici e sintattici o costruzioni avvolgenti.

Tutta la forza della poesia di Montale risiede nella messa a nudo della precaria condizione umana, dove la libertà è solo una situazione effimera; gli uomini non hanno consapevolezza di ciò che li circonda, non lo comprendono, calati in un mondo caotico e insignificante, che si rispecchia in oggetti sterili. Da ciò deriva l’oscurità del suo dire, nata dallo sforzo dell’intelletto di far breccia in un mondo disarmonico e incoerente.

 

Riferimenti bibliografici

Eugenio Montale, in Letteratura. Edizione accorpata. Dal Decadentismo al Novecento, Tomo 6B, ATLAS, pp. 65-120.

Eugenio Montale, in L’esperienza letteraria in Italia. Dal secondo Ottocento al Duemila, volume 3A, Milano, Mondadori, 2006, pp. 495-510.


Per la prima foto, copyright: AH NP su Unsplash.

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