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Moda e Morte: distruzione dei valori in nome di una falsa saggezza

Giacomo LeopardiSto per rivelare una grande verità e intendo affermarla con tutta la decisione possibile. È una cosa sicura. Vi prego tuttavia di non raccontarla in giro. È pur sempre un'indiscrezione. Siete pronti?

Ecco, la verità è questa: moriremo tutti. Ed è una cosa certa!

 

È molto comune sentire sbandierare da vari maestri di vita, professori, studiosi, opinionisti e intellettuali, che la vita è breve e che non è proprio il caso di sprecare nemmeno un secondo di questo nostro passaggio nel mondo.

Qualcuno, appena più colto, arricchisce il proprio consiglio con citazioni raffinate come quella del Magnifico: “Quant'è bella giovinezza, Che si fugge tuttavia! Chi vuol essere lieto, sia: Di doman non c'è certezza”.

A proposito, grande politico e diplomatico il Magnifico. A scuola è presentato come un genio nel garantire la pace e gli equilibri tra gli Stati. Forse, per completezza, sarebbe il caso di ricordare il 1472, anno in cui conquistò la città di Volterra con un massacro crudele.

Ma torniamo alla mia indiscrezione, ben conosciuta del resto, come dicevo, da vari opinionisti che dispensano suggerimenti su come vivere bene.

 

Sembra che la morte soprattutto ai giorni nostri sia diventata il dato sicuro a cui fare riferimento per scegliere come vivere.

 

Se la vita è destinata a finire godiamocela come meglio possiamo.

 

Come non essere d'accordo?

 

L’ovvietà ci obbliga a giungere tutti alla stessa conclusione.

 

Ma credo sia interessante analizzare meglio la frase di sopra.

“Se la vita è destinata a finire…”. È un fatto assoluto. Un fatto non modificabile. Prenderne atto è il minimo che possiamo fare.

 

“…godiamocela come meglio possiamo”. È un concetto che esprime relatività e semplicità allo stesso tempo. Relatività, perché ognuno deve adattarsi alla propria situazione: diversa, particolare, spesso unica. Semplicità perché c’è un richiamo a quella umile saggezza che dovrebbe farci apprezzare lo stesso fatto di esistere.

 

Che cosa è successo però ai nostri tempi? Perché se una regola è così semplice e saggia, l’infelicità sembra aver conquistato il nostro mondo penetrando nei nostri cuori come uno spillo in un campione passivo di morbida carne senza difesa alcuna?

 

Perché, anche in coloro che non mancano di nulla, salute, denaro, casa, vestiti, una buona vita insomma, l'insoddisfazione sembra trovare facile terreno di conquista? E la noia, il desiderio di fuga, la scontentezza spesso scacciano con troppa facilità quel senso di appagamento che dovrebbe invece sciogliere ogni durezza di orgoglio, ambizione o sogno di grandezza?

 

“Se la vita è destinata a finire godiamocela come meglio possiamo”. Sembra una regola così semplice e saggia! Perché troppo spesso funziona male, lasciando amarezza e disagio?

 

Un grande aiuto per riflettere su questi temi ci è stato offerto da Giacomo Leopardi.

Nel 1824 il grande poeta scrisse il ben noto “Dialogo della Moda e della Morte”.

Esordisce la Moda che chiama la Morte. “Morte, Madama Morte”.

La Morte dà una risposta generica, adatta a ciascuno, senza nemmeno occuparsi di chi la sta chiamando: “Aspetta che sia l'ora, e verrò senza che tu mi chiami”.

Ma la Moda insiste. E quando si sente rispondere “Vattene col diavolo. Verrò quando tu vorrai”, ribatte convinta e decisa: “Come se io non fossi immortale”.

 

Dunque la Moda ritiene che la propria vita sia infinita. Attenzione a questa prima importante convinzione.

La Morte però non riconosce chi le sta parlando. Ha problemi con la vista e con l'udito.

La Moda allora si presenta per nome e aggiunge che è sua sorella. L'altra sembra sorpresa ma la Moda aggiunge che sono entrambe figlie della caducità.

 

Nelle parole della Moda avvertiamo il sapore della contraddizione. Prima ha detto di essere immortale, poi afferma di essere figlia della caducità. In che senso e in che modo dalla finitezza, dalla fugacità e dalla temporaneità può essere stato generato qualcosa di immortale?

 

È più immediato e facile invece convincersi che la caducità sia la madre della morte. La morte è lo strumento, l'evento che assicura l'infinito perpetuarsi della caducità.

 

La Moda prosegue nel suo discorso e spiega a sua sorella che la loro usanza comune è quella di rinnovare continuamente il mondo.

Le sue parole sottolineano però la sua semplicità e umiltà rispetto al comportamento della sorella.

“...tu fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali”. Segue una lista delle tipiche attività che gli esseri umani sono spinti a fare per seguirla, una lista che potrebbe andare benissimo per i giorni nostri: “...sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v'appicco per li fori; abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi che io fo che essi v'improntino per bellezza; sformare le teste dei bambini con fasciature e altri ingegni, mettendo per costume che tutti gli uomini del paese abbiano a portare il capo di una figura, come ho fatto in America e in Asia; storpiare la gente colle calzature snelle; chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare”.

 

Manca solo la chirurgia plastica e il botulino! Giacomino aveva capito bene dove stava andando a finire il mondo! Ma andiamo avanti con il dialogo.

 

La Morte dichiara di credere che la Moda è sua sorella. Lo crede con certezza. Una certezza, udite udite, più grande della morte. Detto dalla Morte ci possiamo credere. Aggiunge inoltre che se l'altra è sua sorella dovrebbe aiutarla in qualche modo nelle sue faccende.

La Moda risponde che le ha già fatto un grande servizio: “Primeriamente, io che annullo o stravolgo per lo continuo tutte le altre usanze, non ho mai lasciato smettere in nessun luogo la pratica di morire, e per questo vedi che ella dura universalmente insino ad oggi dal principio del mondo”.

 

Quale grande potere si attribuisce la Moda! Continuiamo a morire grazie alla sua opera.

La Morte si sente defraudata di un suo compito esclusivo e diventa permalosa.

Ribatte subito: “Gran miracolo, che tu non abbi fatto quello che non hai potuto!”

La sorella risponde: “Tu mostri di non conoscere la potenza della moda”.

 

La Moda prosegue spiegando orgogliosa nell'intervento conclusivo quanto grande sia la sua capacità di decidere o meno dell'immortalità degli uomini. Anche coloro che hanno cercato di restare vivi in eterno nella memoria degli uomini devono fare i conti con la Moda. È lei a decidere se le opere di questi uomini saranno capaci di far ricordare nel tempo i loro autori.

 

"...quando costoro o altri vivessero nella memoria degli uomini, vivevano, come dire, da burla, e non godevano della loro fama più che si patissero dell'umidità della sepoltura; a ogni modo intendendo che questo negozio degl'immortali ti scottava, perché parea che ti scemasse l'onore e la riputazione, ho levata via quest'usanza di cercare l'immortalità, ed anche di concederla in caso che pure alcuno la meritasse”.

 

La Morte appare convinta del potere della sorella e riconosce l'importanza e la convenienza di lavorare insieme.

 

Che cosa è successo in questo dialogo. Ricapitoliamo.

Subito ci accorgiamo dal tono del dialogo che la sicurezza e la certezza sono qualità espresse soprattutto dalla Moda più che dalla sorella.

La Morte compie il suo giro ineluttabile, ma procede quasi con meccanicità e fatalismo.

Non riconosce chi gli sta davanti.

A un certo punto dichiara di doversi mettere a correre perché stando troppo ferma rischia di svenire.

Inoltre in tutti i punti del dialogo dove si fa più pressante la contrapposizione dialettica, la ragione che prevale è sempre quella della Moda, la Morte sembra adattarsi e niente più.

 

“In conclusione io ti credo che mi sii sorella...”.

“Ma in questo mezzo io vorrei che tu da buona sorella, m'aiutassi a ottenere il contrario più facilmente e più presto che non ho fatto finora”.

“Tu dici il vero, e così voglio che facciamo”.

 

Trionfo della morteÈ successo un fatto strano. Dopo aver letto il dialogo riceviamo la sensazione che il fatto assoluto, l'evento ineludibile non sia tanto tanto determinato dalla Morte, ultimo passo di ogni essere vivente, ma dalla Moda.

Delle due sorelle è lei che porta i pantaloni.

 

Ritorniamo adesso sulla frase:

“Se la vita è destinata a finire godiamocela come meglio possiamo”.

 

Tenendo conto delle riflessioni a cui Leopardi ci ha condotto, il rapporto descritto sopra è stato stravolto. C'è stata un'inversione nel rapporto tra fatto relativo e assoluto.

La Morte, ineliminabile in quanto evento biologico, è espressione di semplicità esistenziale. Essa decide della fine del nostro cammino in questo mondo ma non determina il modo con cui compiamo i nostri passi.

Il fatto assoluto invece è rappresentato dalla Moda. È lei che determina il nostro rapporto con le persone, le cose. È lei che ci impone un certo comportamento.

 

Quel “godiamocela come meglio possiamo” non è l'ammissione umile dell'impotenza umana di fronte al destino, ma la definizione stretta e severa di come dobbiamo vivere.

 

In effetti, se ci pensiamo bene, anche se decidiamo di non seguire alcuno standard di comportamento della società in cui viviamo (aperitivo alla fine del pomeriggio, abiti, cibo, macchine, vacanze di un certo tipo), siamo costretti a subire in termini esistenziali una nuova definizione dei valori.

Così l'amicizia, la solidarietà, la tristezza, la paura, la coerenza, la cattiveria, la bontà, l'altruismo, l'esperienza sessuale sono definiti non più in base ai processi interiori dell'essere umano ma in base alle formule false con le quali le nostre menti sono bombardate nella vita quotidiana.

 

Mi vengono in mente due personaggi: Casanova e Don Giovanni. Oggi sono delle etichette, dei luoghi comuni, povere figure con cui definire il ruolo patetico dello “sciupafemmine”. Ma se guardiamo alla loro esperienza, reale nel caso del primo, letteraria nel secondo, essi sono stati tutto fuori che delle etichette. Al contrario si sono ribellati allo spirito del tempo in cui sono nati e vissuti.

Hanno vissuto davvero.

Definirono una loro morale, una loro estetica, un modo di affrontare il mondo difficilmente inseribile in categorie predefinite.

Per Kierkegaard, in particolare, Don Giovanni, è un personaggio molto complesso. Esteta puro, ribelle, anticonformista, Don Giovanni è costretto alla disperazione per non saper amare. Ma la riflessione del filosofo danese, a mio parere, fa presagire che l'incapacità di amare sia per Don Giovanni la condanna per aver ricercato una forma d'amore puro, troppo puro rispetto ai suoi tempi, ma forse rispetto a ogni tempo.

Di Don Giovanni abbiamo perso questa complessità. La moda ha deciso il modo (scusate il gioco di parole) con cui sarebbe rimasto famoso sulla bocca della gente. Una macchietta e niente più.

 

Con quella frase “Se la vita è destinata a finire godiamocela come meglio possiamo”, non riceviamo in realtà un consiglio di saggezza vera, profonda e semplice. Non ci viene detto solo che moriremo – questa sembra la grande verità – ma anche come è giusto vivere. Quasi un imperativo categorico.

 

Come ribellarsi al potere della moda e ritrovare una dimensione sincera dei valori?

 

Lo sforzo di trovare una risposta potrebbe condurci verso la tentazione di una prospettiva nietzschiana: l'idea del super uomo, una rivolta facilmente classificabile come vuoto nichilismo. Meglio evitare.

 

Premesso che per me Nietzsche non è stato solo questo, mi piace chiudere lasciando aperta la domanda. Forse sarà l'ammissione di una certa sconfitta, ma almeno spero di aver posto il problema.

 

Intanto cerco di vivere come meglio posso. Non è un granché rispetto all'indiscrezione che promettevo all'inizio. Ma un passo alla volta.

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