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“Moby Dick”: su laeffe la miniserie

Moby Dick, laeffeVenerdì scorso laeffe ha mandato in onda la prima puntata della miniserie Moby Dick (venerdì 13 febbraio, sarà trasmessa la seconda puntata), tratta dall’omonimo capolavoro di Herman Melville. Un grande cast per dare vita, ancora una volta, ai leggendari protagonisti di quello che si può, a tutti gli effetti, considerare come una delle colonne del romanzo moderno occidentale e, senza discussione alcuna, la pietra angolare della narrativa americana. William Hurt, Donald Sutherland, Ethan Hawke, Gillian Anderson, Charlie Cox presentano, rispettivamente, i nuovi volti (e anche una nuova ermeneutica?) del leggendario Capitano Achab, di Padre Mapple, del primo ufficiale Starbuck, di Elizabeth e, naturalmente, Ismaele.

Particolarmente efficace proprio la recitazione di Cox, capace di dare al personaggio di Ishmael un taglio interpretativo atto a rivelare, per contrasto, le personalità che con lui si confrontano più di quanto un qualsiasi tipo di narrazione transcodificata (da letteratura a cinema, o più precisamente prodotto audiovisivo com’è questo il caso) avrebbe potuto fare, in particolare la determinata ed esclusiva ossessione di Achab per la balena biancae l’inquieta diligenza di Starbuck. L’Ismaele dei primi novanta minuti di programmazione è un ragazzo meno scafato e più schietto rispetto ai compagni del Pequod (anche in confronto a Pip, che mostra piuttosto tutta l’ingenuità e l’inesperienza della sua fanciullezza) ma è un lucido spettatore, un narratore (anzi, il narratore, come conferma la sua voce fuori campo nel raccordo di fine episodio) la cui conoscenza dei fatti e degli stati d’animo altrui si costruisce attraverso l’osservazione costante. Lo sguardo di Cox/Ismaele è sempre esterocettivo, una sorta di telecamera incollata ai personaggi per esplorare il loro intimo e sondare pensieri, sentimenti, persino i sogni oscuri e smaniosi di Achab; un espediente meta-diegetico necessario per portare sullo schermo la parola letteraria e rendere pienamente la funzione di un narratore onnisciente al quale è delegata anche la responsabilità meditativa e contemplativa degli eventi.

Una responsabilità che condivide con l’uso della fotografia, il grigio plumbeo che accartoccia cielo e mare, ottundendo ogni distinzione, corrodendo i contorni e scavando nell’architettura dell’inquadratura fino a eliminare il filtro dello schermo e investire lo spettatore con la stessa angosciante brutalità dell’acqua sollevata dalla violenza del mastodontico capodoglio. È così che ci si ritrova risucchiati all’interno dell’immagine, membri inaspettati dell’equipaggio del Pequod, a gridare con la stessa frenesia dei nostri nuovi compagni «Moby Dick! Moby Dick!», facendo nostra la libidine della caccia alla balena.

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Moby Dick, laeffeD’altra parte, il romanzo di Melville è notoriamente simbolico, un labirinto di citazioni, sottotesti escatologici, metafore cerebrali, riferimenti metafisici, dilatazioni semantiche che hanno scatenato una messe di interpretazioni, tutte parziali, tutte limitative e riduttive per un’opera che esonda le possibilità anche del più acuto degli esegeti. Come transcodificare questa complessa costruzione narrativa attraverso l’immagine? Ogni scelta è inevitabilmente parziale, aleatoria, incompleta e addirittura faziosa. Prendiamo l’omelia pronunciata da Padre Mapple sul significato della parabola biblica di Giona nel ventre della balena. Ebbene, essa circoscrive solo una delle molteplici letture del romanzo, ma la sua centralità nell’episodio suggerirebbe che il regista, Mike Baker, abbia optato per una decodificazione della storia trattata più ancora che come epos tragico come paradigma apologetico del limite inevitabile della condizione umana, quasi una rivisitazione del mito dell’Ulisse dantesco e del suo folle volo in cui l’ambizione sostituisce la velleità di conoscenza come «grande viscido demone nel mare della vita».

Questa miniserie televisiva, datata 2010 e già passata in video nel nostro paese sulla piattaforma satellitare di Sky nel maggio 2011, rientra nel particolare palinsesto de laeffe dedicato ai grandi capolavori della letteratura, l’esperimento più determinato (e riuscito?) a sdoganare la relazione letteratura-cinema come parte di un solo archetipo narratologico, incarnazione di due espressioni artistiche in un solo corpo e in un solo spirito, sancendo l’indissolubilità del legame tra i due codici. Raffinata operazione trascendente l’arte o mera iniziativa commerciale? È l’eterno dubbio che ci assale ogni qualvolta siamo di fronte alla trasposizione della letteratura in immagini. Anche in questo caso è inevitabile chiedersi se la visione di questa nuova versione audiovisiva di Moby Dick sfocerà in lettura, rilettura oppure nel classico: “non ho visto il libro ma ho letto il film”.

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