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Manuale pratico del giornalista disinformato di Paolo Nori

“Manuale pratico del giornalista disinformato” di Paolo NoriManuale pratico di giornalismo disinformato è il titolo dell’ultimo lavoro di Paolo Nori, pubblicato da Marcos y Marcos. Il protagonista veste i panni di un personaggio noto ai lettori di Nori e cioè Ermanno Baistrocchi già al centro de La banda del formaggio, romanzo che pare avere un vero e proprio legame “naturale” con questo.

Ermanno vive sempre a Casalecchio di Reno, non lontano da Parma e da Bologna, fa lo scrittore e ogni tanto anche il giornalista. Sta passando un periodo non facile, a suo modo di dire «strano». E le stranezze in sostanza sono che guadagna più del solito, che ha vinto un premio letterario per il suo ultimo libro sulla figlia, Daguntaj, e che la fidanzata Emma gli ha chiesto di vivere insieme. Ma non è questo ciò che affligge Ermanno. Lui ha un problema: deve scrivere un libro. Ma non ha voglia e non sa come farlo. Tutte le idee che gli vengono in mente non hanno nulla a che fare con il libro che deve finire.

Allora passa il tempo a fare delle cose come scrivere articoletti per un giornale, ascoltare musica, navigare su internet, mangiare, fare la spesa, a perdere le cose, ad andarsene in giro e partecipare a tutti i festival cui lo invitano, anche a quelli più strani e bizzarri del mondo. E non perché vuole fare quelle cose ma perché così può evitare di scrivere.

Un giorno Ermanno s’inventa un altro passatempo. Decide di tenere un corso elementare di giornalismo disinformato in una libreria di Bologna, una volta alla settimana di lunedì sera per tre ore. E questo è il suo Manuale.

Ebbene, cos’è questo giornalismo disinformato? «È un giornalismo dove i giornalisti delle cose che scrivevano non ne sapevano niente e non ne volevano sapere niente». Chi lo pratica, insomma, deve raccontare fatti che non interessano a nessuno, intervistare coloro che di solito non fanno notizia, come per esempio la casalinga Flora. Il giornalista disinformato può solo avere torto, può solo scrivere cose inutili e usare parole che non servono a nulla. E meno male perché, prendendo in prestito le parole di Nori, «le parole usate per servire a qualcosa si vendicano».

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“Manuale pratico del giornalista disinformato” di Paolo Nori

E le parole, come ripete spesso Nori nei suoi libri, sono importanti, possono essere fulminanti e, talvolta, possono avere il «potere di cambiare il mondo, di cambiarne la struttura».

Di grandissima maestria è il passaggio su quelle che Nori definisce le «espressioni parassite», quelle cioè in cui l’abbinamento di alcune parole è talmente automatizzato da arrivare a svuotarsi e di queste espressioni parassite è pieno il mondo del giornalismo informato. E quindi a volte, così come sembra suggerire Nori, dire semplicemente «Non so cosa scrivere» potrebbe essere la soluzione migliore.

Un giorno nella vita di Ermanno impegnato a fare per non fare, succede qualcosa, tutto cambia e «il mondo diventa più mondo».

«Sa cosa c’è di bello, dei fatti criminali, ammesso che ci sia qualcosa di bello, qualcosa di bello secondo me c’è, ed è il fatto che il mondo, quando succede un delitto, o anche una disgrazia, non so se ci ha mai pensato, diventa più mondo».

 

A questo punto Ermanno il suo libro deve scriverlo, non può più fuggire.

Ma dove finisce Ermanno e dove comincia Paolo? Manuale pratico di giornalismo disinformato è un libro in cui la voce e la presenza letteraria di Paolo Nori sono lampanti. Eppure, leggendo si ha sempre più l’impressione che il confine tra Ermanno e Paolo sia labile e impalpabile. È in grado di colorare le sue pagine e di maneggiare il linguaggio come fosse argilla, modellandolo, trasformandolo. In un mondo di scrittori in cui la maggioranza si esprime, purtroppo, seguendo i decaloghi e le regoline delle scuole di scrittura, Nori s’impone come autore, in grado di versare pensieri suoi in parole veramente sue.

Nori non ha la pretesa di raccontare l’Italia così come dice lui stesso, ma ha l’abilità di scoperchiare la realtà, di pungerla nelle pieghe e di puntare la penna lì dove sembra ambire, e cioè nelle «tenebre del presente».

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