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“Manuale d’uso per una vita di merda”, incontro con Adessoscrivo

“Manuale d’uso per una vita di merda”, incontro con AdessoscrivoManuale d’uso per una vita di merda (Sperling&Kupfer) è il nuovo libro di Adessoscrivo, pseudonimo dietro cui si cela un giovane autore italiano che ha raggiunto una discreta notorietà pubblicando le sue storie su Instagram, dove è seguito da un consistente numero di follower.

Dopo aver pubblicato alcuni romanzi sentimentali di successo, come Dieci magnitudo (New Book, 2017 e Rizzoli, 2019), Quello che so sulle donne (Rizzoli, 2018) e Respira (Sperling&Kupfer, 2020), ora è la volta di una sorta di manuale di auto aiuto, che  molto onestamente non promette a nessuno cambiamenti radicali della propria esistenza, ma si limita a suggerire, più che altro, di ricordarsi sempre che siamo in primo luogo noi stessi a doverci dare da fare per migliorare la nostra vita, anche quando pensiamo che questo sia impossibile.

«Questo non è un romanzo, è un manuale, uno di quelli che vorresti leggere quando la vita va un po’ a puttane e non sai da dove iniziare per rimetterla in sesto. Non voglio dirti che quando avrai finito questo libro andrà tutto bene (ce lo hanno già detto in troppi nei mesi scorsi). Perché nulla andrà bene se non decidiamo noi che così deve essere.

Perciò, questo è più un “Ricorda che dipende da te”.»

 

Adessoscrivo, che per ora preferisce mantenere l’anonimato, ha però scelto di incontrare su Zoom un gruppo di blogger e di rispondere alle nostre domande.

 

Perché dopo diversi libri di narrativa ha deciso di scrivere questo manuale così particolare?

È stato abbastanza casuale. Stiamo vivendo tutti il periodo del Covid e anch’io ho avuto un po’ il blocco dello scrittore, però sentivo ugualmente il bisogno di scrivere qualcosa, anche se non un romanzo. E allora ho iniziato a mettere insieme pensieri sparsi sul computer, che alla fine sono diventati questo libro. Abbiamo vissuto tutti questo periodo dietro a uno schermo, ma abbiamo anche visto come hanno reagito le persone. Il manuale è stato il mio voler dire che anche se la vita va male ci si può sempre risollevare in qualche modo.

 

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Come ha ritrovato l’ispirazione dopo il momento di blocco dello scrittore?

Ho notato di avere una forte spinta d’ispirazione ogni volta che parto per un viaggio: ogni viaggio accende sempre in me qualcosa. Ora vivo in un paesino e vedere di nuovo altre cose, città, persone, mi aiuta tanto, perciò mi è stato molto utile viaggiare per lavoro.

 

Nel libro si parla di tanti momenti diversi: ce n’è uno in particolare che conta del resto?

Ho la brutta abitudine di non ricordarmi niente di quello che scrivo, però devo dire che al contrario di tutti i romanzi, che scrivevo sempre di notte, questo libro è stato scritto tutto di giorno, perché era come se tutto ciò che accadeva in questi mesi mi aiutasse a scrivere, anche se si tratta non di storie ma di pensieri senza particolari collegamenti.

 

Il libro quindi è stato scritto tutto durante il periodo della pandemia?

Sì, ma contiene anche cose scritte anni fa, che avevo voglia di tirare fuori ma che erano rimaste indietro. La pagina in cui si parla del “facciamo un gioco: oggi amati un po’ di più” l’avevo scritta per una ragazza che aveva problemi a guardarsi allo specchio e che adesso è una donna forte e sicura. Mi piace pensare che quello che le dicevo allora possa aiutare oggi qualche altra ragazza insicura.

 

La pandemia torna spesso tra le pagine. Lei che ha il polso della situazione attraverso i social ha notato dei cambiamenti, nei commenti e nei messaggi che riceve, rispetto ai mesi scorsi?

Sì, li ho notati e direi che la situazione non è delle migliori, soprattutto per i ragazzi, perché si parla tanto di scuola ma non dei ragazzi che ci sono dentro. Vivere chiusi in casa è già un problema per tutti, ma studiare senza avere un rapporto con le altre persone ha disturbato soprattutto i ragazzi delle scuole superiori. Io spero che riaprendo le scuole la situazione possa migliorare un po’ e soprattutto che ci si preoccupi di più di questi ragazzi. Nel mio piccolo ho creato una box due volte la settimana con una psicologa, proprio perché ho visto questi cambiamenti, e se lo percepisco io da dietro uno schermo mi chiedo perché non se ne rendano conto tutti.

“Manuale d’uso per una vita di merda”, incontro con Adessoscrivo

Alla fine del libro si parla dei tiktoker. In tanti hanno scaricato di recente Tik Tok, trovandoci non solo i video un po’ sciocchi di balletti ma anche cose più serie. Cosa ne pensa?

Su Tik Tok ci sono tante cose belle ma anche molta sopravvalutazione. Non mi piacciono quelli che pensano di essere superiori agli altri in base alle visualizzazioni su Tik Tok, perché è facile fare video stupidi e ricevere tantissimi like o ritrovarsi decine di migliaia di follower, ma pensare di essere degli artisti in base a quello mi sembra un po’ poco. Ce ne sono anche tanti che non sono stati capaci di affermarsi altrove e si sono buttati su Tik Tok, certi poi si scoprono bravi e io lo apprezzo. In definitiva spero che si trovi un po’ di equilibrio e maggiore serietà.

 

I manuali spesso seguono il corso del tempo e a un certo punto decadono. Il suo può fare bene fino a una certa età, nel senso che con la maturità e la consapevolezza e la razionalità può servire meno, oppure è un libro senza scadenza?

Non credo che sia destinato a una fascia d’età. Ovviamente l’ho pensato più per i ragazzi, però anche persone più adulte che l’hanno letto mi hanno detto di essersi ritrovate in certe pagine. Non penso certo che diventerà un best seller e non ho idea di come andrà. L’ho scritto senza pensare alle vendite, ma mi piaceva l’idea che potesse servire a qualcuno, indipendentemente dall’età.

 

Si parla di dieci regole sull’amore, per viverlo in modo più libero e sereno. Ma parlare di regole e amore nella stessa frase non è un po’ strano?

Le ho chiamate regole perché la parola attirava di più l’attenzione, ma in realtà sono dei consigli. Oggi si scambia ogni rapporto per amore e si finisce per farsi male: ma non è l’amore a far male, sono le persone. A me sembra che siamo divisi in due grandi masse: quelli che si buttano a capofitto e quelli che non credono più nell’amore, manca la via di mezzo dei sognatori come me.

 

Con il libro allora si rivolge ai sognatori come lei o a chi ha smesso di sognare?

I veri sognatori come me non smettono mai di sognare, nemmeno quando vedono che in giro tira una brutta aria, ma c’è chi ha smesso e non lo rifarà più.

 

Si dice che la sofferenza stimoli di più la scrittura e l’arte. Lei scrive di più quando sta male o nei momenti di grande gioia?

Quando sto male. La scrittura viene dai guai della vita, perché quando sei felice non pensi nemmeno a scrivere. Ho scritto contemporaneamente Dieci magnitudo e Quello che so delle donne e so di essere riuscito a farlo perché stavo malissimo in quel periodo della mia vita, altrimenti non ne sarei stato in grado.

 

Lei che tipo di studente è stato? E come vive il fatto di essere letto dagli studenti di oggi?

Quello dell’ultimo banco e che non faceva quasi niente. Non sono un esempio scolastico, anche se non sono mai stato bocciato.

All’inizio non sapevo come muovermi, perché sembrava che ogni cosa che facessi fosse sbagliata. In tanti mi dicevano di non fare certe cose per non essere imitato, ma io non volevo e non voglio essere preso come esempio, al massimo sono contento di poter aiutare qualcuno.  Del resto, oggi io sarei il primo a dare due bacchettate al ragazzo che ero a scuola.

 

Nel libro si rivolge spesso a una ipotetica lettrice. Mentre scriveva aveva in qualche modo in mente questa lettrice?

No, perché io in realtà mi rivolgo un po’ a tutti, rispondo a tante persone e do del tu a tutti, anche se so con questo di essere un po’ maleducato. Scrivendo ho dato del tu a coloro che mi avrebbero letto. Anche negli altri libri ho cercato spesso di creare un dialogo tra me e chi mi legge. Penso che se chi legge si sente ascoltato dall’autore il libro ha una marcia in più.

 

Perché una lettrice e non un lettore?

Perché il novanta per cento delle persone che mi seguono sono donne. E poi gli uomini non ascoltano e devono sbagliare per capire dove hanno sbagliato. Parlare con gli uomini secondo me è un po’ inutile, non perché noi uomini siamo scemi ma perché le donne capiscono meglio quello che ascoltano.

 

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C’è un passo del libro in cui si immedesima in una donna e dice “sono una donna, sono una puttana”. Perché?

Avevo ascoltato una trasmissione alla radio in cui uno psicologo diceva a una donna che si vestiva in un certo modo per avere conferme dagli uomini e io non mi sentivo d’accordo, così come quando si parla delle donne maltrattate facendo osservazioni sui loro vestiti. Questa cosa mi fa arrabbiare moltissimo. Possibile che di una donna stuprata si debba criticare l’abbigliamento? È sbagliato lo stupro, non il vestito! Quel testo l’ho scritto per rabbia e poi ho deciso d’inserirlo nel libro come provocazione, anche se non tutti l’hanno capito.

 

L’anonimato l’ha aiutata a scrivere?

A scrivere no, a uscire fuori dagli schemi sì. Probabilmente oggi non sarei qua o non avrei venduto tanti libri se mi fossi mostrato all’inizio. Penso che adesso sia arrivato il momento di uscire dall’anonimato e per questo ho già un certo panico da palcoscenico

 

Uscire allo scoperto potrebbe condizionare il suo modo di scrivere?

No, però tra poco inizierò a fare delle presentazioni e dovrò abituarmi all’idea. L’anonimato non ha influito sulla mia scrittura ma sulla mia persona. A mio padre, ad esempio, ho detto che scrivevo dopo aver pubblicato tre libri. Io vengo da un mondo in cui i libri non si leggono, e invece io volevo essere uno scrittore bravo.


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Per la prima foto, copyright: Matthew Henry su Unsplash.

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