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“Mai stati innocenti”, una storia di giovani e periferie raccontata da Valeria Gargiullo

“Mai stati innocenti”, una storia di giovani e periferie raccontata da Valeria GargiulloMai stati innocenti (Salani, 2022) è l’interessante romanzo d’esordio di Valeria Gargiullo, che Salani pubblica nella sua nuova collana dedicata alla narrativa per adulti.

Siamo a Campo dell’Oro, quartiere popolare alla periferia di Civitavecchia: case fatiscenti, impianti industriali che inquinano l’aria, strade squallide e mancanza di servizi, come in tanti altri quartieri periferici dimenticati, anche se collocati neanche troppo lontano dai centri storici delle città. Qui vive Anna, una ragazza che ha deciso di andarsene da un luogo senza prospettive, dove gli adulti appaiono rassegnati e incapaci di cambiare le cose, mentre i giovani reagiscono in vari modi: c’è chi progetta di partire, ma anche chi varca con indifferenza il confine tra legalità e illegalità. C’è una banda che spadroneggia nel quartiere, i Sorci, guidata dall’arrogante Giancarlo, il cui padre è finito in carcere per le sue attività poco pulite. Anna si sforza di ignorare la loro esistenza, come la maggior parte degli abitanti di Campo dell’Oro, fino al giorno in cui scopre che suo fratello Simone è entrato a far parte dei Sorci, e questo la porta a cercare con tutte le sue forze di salvarlo da un prevedibile destino sfavorevole, anche rischiando di mettere in gioco i propri progetti per il futuro.

 

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Mai stati innocenti è un romanzo che vuole raccontare, ma soprattutto denunciare, una realtà che si tende a dimenticare fin troppo facilmente, anche da parte di chi amministra le grandi città, a meno di non essere nati in un quartiere come Campo dell’Orto, come la giovane autrice, Valeria Gargiullo, che abbiamo intervistato.

 

Come è nato questo romanzo?

La storia è iniziata a girarmi in testa diversi anni fa. Io provengo veramente da Campo dell’Oro, che è il vero nome di un quartiere popolare alla periferia di Civitavecchia. Ho sempre nutrito per il quartiere una sorta di rabbia e ne ho cercato un riscatto attraverso i libri, lo studio e poi la scrittura. Inizialmente scrivevo delle storie nei miei diari personali, finché ho deciso che queste non potevano essere lette dagli altri e ho deciso di iscrivermi a una scuola di scrittura: avevo bisogno di capire e d’imparare a strutturare un romanzo, che non è una cosa facile né istintiva. La scuola mi ha insegnato a incanalare la rabbia e a strutturare la mia storia, che non riguarda solo Campo dell’Oro ma anche, e soprattutto, la fratellanza. Io ho un fratello più piccolo di me che ha ispirato il personaggio di Simone, a cui ha dato anche il nome, che è stato spesso bullizzato perché ha una lieve disabilità.

Ho sempre avuto un’estrema protezione nei suoi confronti, tanto che lui a volte mi dà della tiranna, ma quel quartiere non è un posto dove lasci un fratellino a giocare in tranquillità.

In origine la mia storia si chiamava “Papaveri rossi”, poi il titolo è stato cambiato per varie ragioni, ma i fiori hanno un ruolo nel libro. Esprimono la fragilità e anche la forza dei personaggi, perché sono fiori che si piegano al vento ma si rialzano sempre: anche Anna, la protagonista, si piega ma non si spezza mai.

“Mai stati innocenti”, una storia di giovani e periferie raccontata da Valeria Gargiullo

Come si vive e si sopravvive in periferia: si scappa, si resta, si lotta?

Si può fare di tutto: alcuni si ribellano, c’è chi soccombe, chi se ne va ma fa tesoro di ciò che trova altrove e lo riporta nella propria terra per migliorarla. In periferia si vive in modo diverso rispetto alle città perché ci si sente abbandonati, certi servizi non arrivano, mancano le infrastrutture. C’è comunque anche chi accetta la vita com’è e non avverte l’esigenza di andarsene, poi c’è chi prova ad andarsene e non ci riesce. Ognuno ha la sua risposta.

 

Nel romanzo non c’è retorica e manca una vera condanna di ciò che viene raccontato, anche nei momenti peggiori.

Io non giudico le persone che restano a vivere lì. Anna prova ad andarsene ma non è detto che in futuro non decida di tornare.

 

I temi affrontati sono tanti, ma qual è il messaggio principale che voleva trasmettere?

Direi il riscatto: lo studio, per esempio, come ha salvato me può salvare chiunque. Se non avessi iniziato a leggere assiduamente da bambina sono sicura che oggi non sarei qua, perché avevo la sensazione che mi mancasse sempre qualcosa e provavo a colmarla con i libri:

anche se ci sentiamo schiacciati e abbandonati possiamo trovare una via d’uscita nello studio e nella cultura.

 

È molto interessante il discorso su chi non vuole andare via dal proprio quartiere, ma la cosa che mi ha colpito tanto di questa storia è la mancanza della generazione dei genitori: i giovani protagonisti hanno tutti a loro modo una vitalità, un modo di reagire alla vita nel bene e nel male, mentre i loro genitori sembrano completamente spenti. Quanto è determinante questa resa della generazione precedente sulla vita dei più giovani?

Nel romanzo ho portato ciò che conosco della vita del quartiere, per cui faccio fatica a scindere finzione e realtà. La maggior parte delle volte i genitori di queste famiglie non si curano dei figli: conosco tante ragazze che hanno lasciato la scuola molto presto, sono andate a lavorare subito accontentandosi di mestieri molto umili, perché non sono state aiutate. Questi genitori non permettono ai figli di sbocciare, di dare di più, di cambiare in meglio. Alla fine la malattia dei genitori e del quartiere si riversa sui figli. Nel mio caso, nemmeno mia madre si è salvata ed è rimasta a vivere lì, però ha provato a salvare me.

 

C’è qualcosa in particolare che l’ha spinta a parlare di questi temi?

Credo la volta in cui mio fratello è stato bullizzato per la prima volta: era andato a prendere un gelato ed è stato picchiato da un altro bambino, ma i genitori di questo bambino hanno fatto finta di nulla, e questa cosa mi ha fatto arrabbiare moltissimo. Lì ho iniziato a voler scrivere quello che succedeva, per far sapere che certe cose accadono e c’è chi si volta dall’altra parte.

“Mai stati innocenti”, una storia di giovani e periferie raccontata da Valeria Gargiullo

Molti autori raccontano le periferie senza fare nomi, ambientando le storie in luoghi inventati o magari riconoscibili ma non espressamente citati, mentre qui si parla di un quartiere che esiste con il suo vero nome. Che reazioni si aspetta adesso da chi abita lì?

Ho parlato di Campo dell’Oro perché il mio è un romanzo ma vuole essere anche una denuncia, per informare i lettori che luoghi così esistono veramente e vengono dimenticati, ma che certe situazioni non andrebbero sottovalutate.

Immagino che riceverò giudizi, positivi o negativi, anche da chi vive nel quartiere: un’amica mi ha già fatto notare che il quartiere rivale di Santa Firmina non esiste, ma io ho dato questo nome, che si riferisce alla patrona di Civitavecchia, a una zona che si chiama in realtà San Gordiano, ed è all’opposto di Campo dall’Orto anche se ne è separato solo da una strada: una zona residenziale di villette, abitate da persone che non hanno i problemi di chi vive dall’altra parte dello stradone. Mi aspetto molte critiche, ma in fondo non vedo l’ora di leggerle, anche perché le critiche aiutano comunque a crescere.

 

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Ci sono stati personaggi più difficili degli altri, che l’hanno messa in difficoltà o in discussione durante la scrittura?

Credo Giancarlo, che è un personaggio complesso e ricco di sfumature, e perché, come dice Nathaniel Hawthorne, non possiamo conoscere il bene se non abbiamo coscienza del male.

 

Cosa le manca del suo quartiere adesso che vive altrove?

Le cose che facevo da bambina, l’odore di erba bagnata quando piove nei pochi giardini, il profumo dei cibi che preparava mia nonna o della pizza calda appena presa dal fornaio…

Nonostante la rabbia e il dolore, so di essermi comunque goduta i momenti belli.

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Per la prima foto, copyright: Adrian Dascal su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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