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Lorenzo Da Ponte, poeta in America

Lorenzo Da Ponte«Nel mio primo anno all’università di Columbia, ogni giorno andando a lezione passavo davanti a un busto di Lorenzo Da Ponte. Sapevo vagamente che aveva scritto i libretti per Mozart, ma poi lessi che era stato anche il primo professore italiano alla Columbia. I due dati sembravano incompatibili e decisi di approfondire, curioso di sapere come mai un uomo aveva vissuto due vite così diverse. Scoprii che Da Ponte ne aveva vissute cinque o sei.»

Così Paul Auster, nel romanzo La stanza chiusa – contenuto nella Trilogia di New York – racconta la sua personale esperienza con il personaggio Lorenzo Da Ponte, conosciuto nel mondo come l’autore dei libretti mozartiani Le nozze di Figaro, Don Giovanni e Così fan tutte, che scrisse durante il suo periodo trascorso alla corte imperiale viennese. Oltre al mestiere di librettista, però, Da Ponte intraprese, nella sua lunga vita da quasi nonagenario, avventure di ogni sorta, che lo portarono a sperimentare le più dissimili esperienze di vita: fu ebreo e cattolico, prete e libertino, dissoluto e padre di famiglia; lavorò come professore, droghiere, violinista, traduttore, libraio, tipografo, impresario di teatro e distillatore di liquori… soprattutto, fu uno dei primi avventurieri italiani a imbarcarsi per l’America.

Nato a Cèneda (presso Vittorio Veneto) nel 1749 col nome di Emanuele Conegliano e convertitosi al cattolicesimo all’età di 14 anni prendendo il nome del vescovo che aveva officiato la cerimonia di conversione, Da Ponte sbarcò in America – cinquantaseienne – il 5 giugno del 1805, dopo un viaggio di ben 57 giorni a bordo del vascello Columbia, che lo mise in salvo dalla sicura incarcerazione cui sarebbe andato incontro a Londra, a causa della mole ormai insostenibile di debiti contratti. A New York lo attendeva la moglie Anna Celestina Ernestina Grahl (detta Nancy) insieme ai 4 figli nati dalla loro unione, imbarcatisi per il Nuovo Continente circa un anno prima, quando la situazione finanziaria della famiglia già faceva presagire un imminente tracollo.

Appena arrivato, Da Ponte si diede subito da fare con il commercio nel borgo di Elizabeth Town, ma si trovò ben presto al verde. Tornò a New York e istituì una scuola di italiano per i giovani rampolli delle principali famiglie della città. Con l’appoggio e la protezione di alcuni ricchi gentiluomini, come i Moore, riuscì a costituire un folto gruppo di studenti e a procurarsi una buona posizione nell’ambiente culturale cittadino. Alcune circostanze sfavorevoli all’insegnamento lo indussero, però, a riprendere la strada degli affari: portò la famiglia a Sunbury, in Pennsylvania, e avviò un emporio che vendeva merce d’ogni tipo, raggranellando, in poco tempo, un capitale considerevole. Il suo scarso senso degli affari, tuttavia, lo portò ben presto sul lastrico, e a cercare quindi fortuna a Philadelphia. Non vi riuscì e si risolse a tornare a New York, dove riprese con rinnovato successo la strada dell’insegnamento dell’italiano. Un’impresa, questa, non priva di difficoltà, se si considera che in tutti gli Stati Uniti non si contavano, nel 1812, più di 13 connazionali. Ottenne la stima di tutti i suoi studenti e delle famiglie più in vista, che ne riconoscevano i grandi meriti di promotore della cultura; gli fu concesso il ruolo di insegnante di italiano al Columbia College, presso il quale, però, non riuscì ad avere studenti. Tentò allora molte altre iniziative, con risultati altalenanti, e spesso con esiti – economicamente – disastrosi: così si conclusero, ad esempio, il tentativo di portare l’opera italiana a New York, la costruzione di un teatro permanente, la creazione di una biblioteca e l’attività di libraio.

Di tutte queste vicende, incluso il triste episodio della morte dell’amata Nancy, scomparsa nel 1831, trattano le poesie che Da Ponte scrive, pressoché ininterrottamente, dal 1807 al 17 agosto 1838, data della sua morte. Si tratta di 83 componimenti apparsi perlopiù separatamente o in calce a qualche opera di traduzione, e editi, per la prima volta in una raccolta, nel 2010, in un’edizione curata da Toffoli e Zagonel. Questa edizione raccoglie e riordina tutta la produzione poetica dapontiana, inclusa l’unica vera raccolta dell’autore (Saggi Poetici), pubblicata in due riprese – sempre con scarso successo – nel 1788 e nel 1801.

Del suo valore poetico Da Ponte fu sempre conscio, sebbene talvolta fingesse di dubitarne. Ancora nel 1822, in una poesia americana di auguri per il capodanno, l’autore (ormai settantenne) si rivolgeva con questi toni ad Apollo: «Se quel sasso in me lanciate / certo son che m’accoppate. / E non credo, perdonate, / d’esser vate da sassate» (Poesie e traduzioni poetiche, a cura di Toffoli e Zagonel). Su questo tono si allineano quasi tutti i componimenti scritti nel Nuovo Continente, che formano un corpus di poesie che sembra guardare al «gioco di società – dediche, biglietti d’auguri, letterine, scherzi… – più che […] ad istanze profonde dell’anima» (Poesie…, introduzione dei curatori) ma che si concede, comunque, dei momenti di alta ispirazione. Si è già visto, d’altronde, che il personaggio Da Ponte non si presta a facili catalogazioni; la sua figura è quella di un «atleta dell’esistenza, che passa dall’Italia all’Europa e all’America con il suo carico di poesia, di debiti, di figli e di merci varie, sempre in lotta col destino, tra miserie e grandezze, fino all’apoteosi finale del gran funerale per le strade di New York» (Lorenzo Da Ponte. Memorie e altri scritti, introduzione di Piero Chiara).

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