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Lo strano caso della focena di Mark Haddon

Lo strano caso della focena di Mark HaddonIn pochi avrebbero osato scrivere un romanzo partendo da un’opera poco conosciuta di Shakespeare (Pericle, principe di Tiro), che a sua volta affonda le sue origini in un mediocre romanzo del III secolo d.C. di un autore latino sconosciuto, che (per ricordarci quanto siano circolari le storie nella narrativa dell’umanità) a sua volta strizza l’occhio a una leggenda della mitologia greca. Il gruppetto di scrittori coraggiosi si sarebbe ulteriormente assottigliato se gli aveste chiesto di ambientare la loro storia nel XXI secolo, con continui sbalzi temporali all’epoca del mito, passando per il periodo elisabettiano e il rapporto che Shakespeare ebbe con un certo George Wilkins («taverniere, lenone, furfante, molestatore di donne e autore teatrale») per scrivere il Pericle, principe di Tiro da cui siamo partiti.  

Complicato, vero? L’ho pensato anch’io quando ho preso in mano il nuovo romanzo (ma badate che il termine in questo caso è riduttivo) di Mark Haddon (La focena – tradotto da Monica Pareschi per Einaudi). Cosa era saltato in mente all’autore de Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, splendido romanzo del 2003 che apre il mondo dell’Asperger ai lettori, attraverso le mirabolanti avventure del quindicenne Christopher John Francis Boone?

 

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Se a questo aggiungete che la narrazione è in terza persona esterna e onnisciente, ossia la macchina da presa, che sa tutto e non ne fa mistero, è sempre un passo indietro rispetto ai personaggi, offrendoci un campo largo, quasi asettico, degli innumerevoli conflitti reali e immaginari che in essa si dipanano, capirete che per il 99% degli autori viventi questa scelta equivaleva a un suicidio letterario. E se Haddon salva in parte la storia, facendone un luogo di rivincita per l’eroina femminile, che nell’opera originale scompariva miseramente, per il lettore è molto difficile entrare in empatia con i personaggi o con le sofferenze che devono sopportare (e sono molte), nonostante l’incipit di forte impatto che ha preparato Haddon: un cruento incidente aereo in cui perderà la vita la moglie di Philippe, magnate e collezionista d’arte, novello re Antioco del mito a cui la storia si ispira, che farà di sua figlia Angelica il suo gioiello più prezioso, intessendo con lei una relazione incestuosa, almeno fino all’arrivo di Darius, novello principe di Tiro, che scopre il morboso rapporto fra padre e figlia e per questo dovrà fuggire inseguito dai presagi di morte, nonché dai sicari del re Antioco.

Lo strano caso della focena di Mark Haddon

E sebbene i pericoli nel XXI secolo, quanto al tempo del principe di Tiro elisabettiano, si sprechino, fra pestilenze, tempeste, innamoramenti travagliati, morti repentine e vittorie rocambolesche, questo non basta a conferire a La focena di Haddon un ritmo tale da consentirne l’agile lettura, portando spesso il lettore a chiedersi, perché lo si abbia voluto confinare in un angolo di visuale così lontano dalle ossa e dal sangue della storia o perché l’autore preferisca troppo spesso narrare ciò che accade, piuttosto che farlo vedere o meglio intuire al lettore.

Lo strano caso della focena di Mark Haddon

Concordiamo con la visione di Katy Waldman sul «New Yorker», quando dice che Mark Haddon prova a sintetizzare più mondi in una trama narrativa, con il risultato di offrire tanti antefatti al lettore, utili per comprendere meglio una storia principale che non sembra arrivare mai. È come trovarsi di fronte a un coro da tragedia greca che cuce eventi che non possono essere mostrati allo spettatore per prepararlo a un gran finale mancante. Haddon costruisce un aeroplano abbastanza impavido per entrare a tutta velocità nelle nebbie più impervie della narrazione, senza riuscire però a farci vedere cosa c’è dall’altra parte.

 

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Come direbbe Robert Frost, Mark Haddon non è uomo da sentiero battuto e per questo resta nei nostri cuori come un autore da seguire e leggere, con mente aperta, per aiutarci a mettere in discussione i nostri limiti, perché la narrazione, almeno per lui, sembra non averne, anche se a volte muoversi al suo interno «è come vedere l’abisso che guizza tra le assi di un ponte pericolante».


Per la terza foto, la fonte è qui.

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