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Libri e pellicola: “Non è un paese per vecchi”

Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchiLa relazione e le interazioni fra letteratura e cinema attraversano la storia di quest’ultimo in maniera davvero trasversale, sia nel senso della sincronia, con numerosi adattamenti per il grande schermo, che in quello della diacronia, nelle trasformazioni delle scelte degli archetipi da tradurre in film.

Dalla nascita delle cosiddette “cinematografie nazionali” a Twilight, il passo sembra lunghissimo, ma in realtà non è stato poi così straordinario. Sono cambiati gli stilemi, in parte si è modificata l’applicazione del codice linguistico, sia nella letteratura che nel cinema. È cambiato, molto, il pubblico; eppure, alla base, la sostanza delle problematiche insite nella trasposizione, non sembrano essere mutate troppo.

Potrà dunque essere utile andare a scovare, viaggiando nel tempo e nello spazio, alcuni libri che sono diventati pellicole (e, in misura molto minore, opere che hanno fatto il percorso inverso) e, quando sarà possibile, fare cenno a un particolare aspetto della narrazione che segna la differenza di statuto fra letteratura e cinema.

 

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Un esempio recente è il romanzo di Cormac McCarthy Non è un paese per vecchi  (No Country for Old Men, 2005), approdato al cinema grazie ai fratelli Coen nel 2007.

Il romanzo segue le vicende, e la strada, dei tre personaggi principali, utilizzando la prima persona sono nei capitoli, in corsivo, dedicati a pensieri e considerazioni dello sceriffo Bell, che diventa così una specie di narratore inconsapevole (oltre a essere già “narrato”), un deus ex machina, un giudice della vita, un opinionista sui generis. Nel lungometraggio dei Coen, tutto ciò non si sarebbe potuto rendere con una voce fuori campo, e operare delle “inserzioni” nel flusso narrativo sarebbe stato quantomeno ardito. Quindi che fine ha fatto? È scomparso.

Magie della traduzione filmica.

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