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Lettera di Tiziano Terzani sull’attacco alle Torri gemelle

Lettera di Tiziano Terzani sull’attacco alle Torri gemelleAll’indomani dell’attacco alle Torri gemelle, avvenuto l’11 settembre 2001, in Italia si assistette a un acceso dibattito tra Tiziano Terzani e Oriana Fallaci. Un dibattito che si è concretizzato in tre lettere: la prima, che riportiamo qui di seguito, inviata da Tiziano Terzani a Ferruccio De Bortoli, allora direttore del «Corriere della Sera»; la seconda è la risposta di Oriana Fallaci, pubblicata sempre sul «Corriere» il 29 settembre 2001 con il titolo «La rabbia e l’orgoglio» (qui la versione integrale); la terza è la controrisposta Terzani, che abbiamo riportato la scorsa settimana.

La lettera in questione, intitolata Una buona occasione, è stata poi pubblicato in Lettere contro la guerra (Tea edizioni). Qui di seguito il testo integrale.

 

Una buona occasione

Orsigna, 14 settembre 2001

 

Il mondo non è più quello che conoscevamo, le nostre vite sono definitivamente cambiate. Forse questa è l'occasione per pensare diversamente da come abbiamo fatto finora, l'occasione per reinventarci il futuro e non rifare il cammino che ci ha portato all'oggi e potrebbe domani portarci al nulla. Mai come ora la sopravvivenza dell'umanità è stata in gioco.

 

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Non c'è niente di più pericoloso in una guerra – e noi ci stiamo entrando – che sottovalutare il proprio avversario, ignorare la sua logica e, tanto per negargli ogni possibile ragione, definirlo un «pazzo». Ebbene, la jihad islamica, quella rete clandestina ed internazionale che fa ora capo allo sceicco Osama bin Laden e che, con ogni probabilità, ha avuto la mano nell'allucinante attacco-sfida agli Stati Uniti, è tutt'altro che un fenomeno di «pazzia» e, se vogliamo trovare una via d'uscita dal tunnel di sgomento in cui ci sentiamo gettati, dobbiamo capire con chi abbiamo a che fare e perché.

Lettera di Tiziano Terzani sull’attacco alle Torri gemelle

Nessun giornalista occidentale è riuscito a passare molto tempo con Bin Laden e ad osservarlo da vicino, ma alcuni hanno potuto avvicinare e ascoltare la sua gente. A me capitò nel 1995 di passare due mezze giornate in uno dei campi di addestramento che lui finanziava al confine fra il Pakistan e l'Afghanistan. Ne uscii sgomento ed impaurito. Per tutto il tempo in mezzo ai mullah, duri e sorridenti, e a tanti giovani dagli sguardi freddi e sprezzanti, mi ero sentito un appestato, il portatore di un qualche morbo da cui non mi ero mai sentito affetto. Ai loro occhi la mia malattia era semplicemente il mio essere occidentale, rappresentante di una civiltà decadente, materialista, sfruttatrice, insensibile ai valori universali dell'Islam.

Lettera di Tiziano Terzani sull’attacco alle Torri gemelle

Avevo provato sulla pelle la conferma che, con la caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo, la sola ideologia ancora determinata ad opporsi al Nuovo Ordine che, con l'America in testa, prometteva pace e prosperità al mondo globalizzato era quella versione fondamentalista e militante dell'Islam. L'avevo intuito per la prima volta viaggiando nelle repubbliche musulmane dell'Asia centrale ex sovietica; l'avevo sentito con la stessa precisione incontrando i guerriglieri anti-indiani nel Kashmir e intervistando uno dei loro capi spirituali che mi salutò dandomi in regalo una copia del Corano – la mia prima – perché ci «imparassi qualcosa».

 

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Vedendo e rivedendo, allibito come tutti, le immagini degli aerei che si schiantavano facendo una carneficina nel centro di New York, così come, nei giorni prima, leggendo le notizie degli uomini-bomba palestinesi che si facevano saltare in aria mietendo vittime per le strade di Israele, mi tornavano in mente quei giovani di varie nazionalità, ma di una unica, ferma fede, che avevo visto in quel campo di addestramento: era gente di un altro pianeta, di un altro tempo, gente che «crede» come noi stessi abbiamo saputo fare in passato, ma non sappiamo più, gente che considera il sacrificio della propria vita per una causa «giusta» come una cosa «santa». Quei giovani erano d'una pasta che noi abbiamo difficoltà ad immaginare: indottrinati, abituati a una vita spartanissima, ritmata da una stretta routine di esercizi, studio e preghiere, una vita tutta disciplina, senza donne prima del matrimonio, senza alcol, senza droghe.

Per Bin Laden e la sua gente quello delle armi non è un mestiere, è una missione che ha radici nella fede acquisita nell'ottusità delle scuole coraniche, ma soprattutto nel profondo senso di scacco e di impotenza, nell'umiliazione di una civiltà – quella musulmana – un tempo grande e temuta, che si vede ora sempre più marginalizzata e offesa dallo strapotere e dall'arroganza dell'Occidente.

 

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