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Lettera aperta al signor BUR

Lettera aperta al signor BUREgregio Signor BUR,

come Lei certamente sa viviamo in un momento di crisi mondiale, non solo economica, ma anche culturale. Recentemente un noto giornalaio – pardon, giornalista – di un noto “strofinaccio” (traduzione letteraria dal francese torchon, che oltre ad indicare appunto lo strofinaccio indica un giornale di infimo ordine, e vedrà che questa mia traduzione letteraria ha un suo perché), ossia di nota cartastraccia, con piglio più nazista che fascista (come dimenticare le tre k che in tedesco identificavano quelle casa, chiesa e cucina auspicate per le donne), ha consigliato di levare al gentil sesso i libri affinché si dedichino di più alla procreazione. Fermo restando che per ottenere questo risultato sarebbe forse più opportuno dare alle donne ben altri incentivi (contratti a durata indeterminata, copertura di spese mediche superiore, congedi maternità più estesi…) o a dover proprio levare qualcosa magari levare qualche programma-spazzatura che porta a sognare di diventare velina - letterina - tronina - puttanina - ministrina (chiedo venia per i sinonimi), ecco io forse leverei loro (ma anche al resto della popolazione) i grandi classici BUR tradotti. Perché la cultura, come l’italiano, non è un’opinione. E perché la crisi culturale e la crisi economica si combattono anche lavorando in modo coscienzioso, creando un buon prodotto, senza aver paura di pagare il lavoro al suo giusto valore, e evitando di appaltarlo a persone che non hanno le adeguate capacità per farlo. In Italia ci sono fior di traduttori con pelo e contropelo, che stentano ad arrivare alla fine del mese perché case editrici più volte al guadagno che alla qualità preferiscono far tradurre le opere da giovani alle prime armi che pensano che una laurea in lingue possa bastare a conferire le capacità necessarie ad una, se non buona, almeno accettabile traduzione. Non mi dilungherò sull’argomento chi e come dovrebbe tradurre, avendolo già fatto ripetutamente su queste pagine, in particolare qui a pag.58 . Ma, dopo aver già parlato qui della Sua edizione di Ragione e Sentimento di Jane Austen, ho voluto leggere Oblomov di Ivan Goncarov e, il fato continuando ad essermi avverso, mi è capitata tra le mani l’opera da Lei pubblicata, tradotta da Laura Simona Malavasi. Che dire? Ancora una volta una traduzione mal fatta, mal scritta in italiano, che anche la semplice rilettura da parte di un editor (competente) avrebbe potuto migliorare di molto. Non Le darò esempi, perché l’ho buttato, esasperata, arrivata a pagina 92. Il punto è, mi sembra di capire, che lei preferisce la quantità di opere in catalogo alla loro qualità, e meglio investire nella pubblicazione di numerose opere piuttosto che nella pubblicazione di opere di qualità, arrivando a sminuire financo l’arte degli scrittori stranieri. La traduzione non è un optional, Signor BUR, è parte integrante dell’opera quando essa viene pubblicata in una lingua che non è quella dell’autore. Negli altri Paesi è prassi considerare la traduzione – e l’editing – importanti, così come è prassi in ambito culturale far sì che l’oggetto culturale sia colto, e le si dedica quindi attenzione e interesse. Vorrei portarLe ad esempio quanto scritto nella postfazione a Oblomov pubblicato da Folio, casa editrice di tascabili francese, nota per la sua serietà. Dopo aver buttato la Sua versione, trovandomi in terra francofona, me la sono procurata in francese per poter andare avanti nella lettura. Ed ecco quanto viene spiegato tra le varie informazioni sul libro alla fine di esso. La traduzione di questa nota è opera mia, che traduttrice non sono, seppur sarei sicuramente più idonea di quanto lo siano i suoi lavoranti.

«[…] Una seconda traduzione, pubblicata nel 1959 da Le Club Français du Livre , che è quella scelta per la nostra edizione, è opera di Arthur Adamov, che tutto sembra designasse per un’opera simile. […] La traduzione di Adamov è eccezionale per la sua chiarezza, la sua vivacità e la sua conoscenza del mondo russo al quale voleva sensibilizzare il pubblico francese. Si nota a più riprese che egli non è un traduttore ordinario, in particolar modo quando “cancella” dalla sua traduzione elementi d’informazione significativi solo per il lettore russo. Eccone tre esempi: a pagina 150 si legge “Lì i temporali non sono terribili: scoppiano durante le epoche previste…” Nel testo russo, Goncarov allude, per illustrare questa regolarità, alla Sant Elia: il popolo, in una famosissima leggenda, pensava a quel tempo che i tuoni fossero provocati dal carro del profeta. Adamov rimuove quest’allusione che esigerebbe, per il lettore francese, una nota esplicativa, senza portare nulla di più alla descrizione.

[…]

Al contrario, egli sostituisce a volte una parola russa che non ha equivalenti in francese, con una perifrasi descrittiva […]

Quest’ultimo esempio permette di capire perché una traduzione come quella di Adamov è fluida, dato che sopprime gli ostacoli culturali alla comprensione, pour conservando, per il lettore francese, tutta l’energia del testo originale.»

Lettera aperta al signor BUROvviamente la nota non si sofferma sul fatto che Adamov conosca perfettamente il francese e lo scriva senza errori di sintassi, precisarlo sarebbe come sottolinearne l’eccezionalità, quando invece è il minimo dei requisiti per un traduttore. Quello che ci fa notare questo breve testo è che per l’editore la traduzione merita attenzione, e che sicuramente al lettore farà piacere saperne di più sui criteri usati per eseguirla.

Signor BUR la crisi culturale – e, lo abbiamo visto, anche in parte economica – si combatte, lo ripeto, spargendo cultura colta. Spacciare per cultura un classico tradotto in un italiano più che zoppicante significa abbassare il livello medio di conoscenza linguistica dei lettori, non per forza esperti. Perché dare l’idea ad un giovane che si avvicinerebbe ai classici stranieri che tale o tale autore scrive così male, o che l’italiano che legge in quella traduzione è corretto? Le case editrici devono puntare all’eccellenza, ne va del livello culturale del nostro Paese.

Che dirLe Signor BUR, se non che non comprerò mai più un libro edito da Lei, e che consiglierò ai miei lettori di fare altrettanto?

Si riguardi Signor BUR, non volesse il Fato che Lei si dovesse ritrovare allettato e costretto, per passare il tempo, a leggere le opere da Lei pubblicate.

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