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Le donne di Dante raccontate da Marco Santagata

Le donne di Dante raccontate da Marco SantagataIn occasione del settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri, Il Mulino pubblica Le donne di Dante, del compianto professor Marco Santagata, un’ampia, succosa e magistrale ricognizione sull’universo femminile eternato dalle vicende biografiche e, soprattutto, dai versi del sommo poeta.

Il viaggio parte dalle donne di casa Alighieri e, nella sua prima tappa, si sofferma sulla donna “di val di Pado” di cui il trisavolo Cacciaguida (Par. XV, 137) riferisce a Dante affermando che proprio da lei il poeta prese il cognome (“soprannome”, in Par. XV, 138): «si potrebbe […] ipotizzare che Cacciaguida abbia onorato la consorte padana attribuendo a loro figlio Alaghiero il nome del suocero e che, da questo battesimo, si origini il nome familiare».

La maggior parte delle notizie sulle ascendenze di Dante si perde, però, nelle nebbie del tempo, quel tanto da consentire al poeta, nei suoi testi e «senza tema di essere smentito», di disseminare alcuni indizi che potrebbero portare a pensare al vanto di una provenienza da lignaggio antico e nobiliare.

 

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La madre, Gabriella (Bella), di cui ben poco si sa, era probabilmente figlia dell’autorevole e conosciuto (almeno nel quartiere di Porta San Piero, in Firenze) giudice Durante degli Abati, fiero ghibellino, da cui il poeta – che invece era guelfo, ma si sa, i matrimoni fra famiglie di opposte fazioni erano frequenti e caldeggiati – prese il nome, nella cui forma «sincopata» è, appunto, Dante.

Le donne di Dante raccontate da Marco Santagata

La «grande assente» nelle opere letterarie del Medioevo è l’infanzia: anche Dante, pienamente figlio del proprio tempo, ritiene sia inopportuno e di nessun giovameno per i lettori trasporre sulla pagina in forma letteraria le «esperienze» della «prima età». Nonostante il poeta sia «posseduto da una incoercibile ansia autobiografica» non rivela mai direttamente il proprio passato: nulla ci racconta della morte di Bella, avvenuta quando lui era un bambino di circa otto anni; nulla ci racconta della matrigna Lapa; nulla della morte del padre, avvenuta pochi anni dopo.

Tra le poche informazioni sulla prima giovinezza di Dante, sappiamo che ebbe una sorella, maggiore di cinque anni, la premurosa Gaetana, detta Tana, la quale, ancor giovinetta, andò in isposa al mercante Lapo Riccomanni, famiglia che, insieme a quella dei Donati, costituirà per il giovane poeta «una rete protettiva che interverrà sia prima sia dopo il suo esilio: gli elargiranno e garantiranno prestiti in denaro; nei giorni della condanna si preoccuperanno di salvaguardare parte dei beni sottraendoli alle razzie della plebe e, possiamo ipotizzare, almeno nei primi tempi dell’esilio provvederanno a sistemare in proprietà fuori Firenze la moglie e i figli facendosi carico del loro sostentamento.»

Dopo due interessanti capitoli in cui la riflessione si amplia partendo dalle immagini delle «donne pietose» giungendo a trattare il tema delle malattie, delle folgorazioni e degli svenimenti negli scritti danteschi, Santagata pone fine all’arguto e inatteso divagare trattando la figura di Gemma, gemma della già citata famiglia dei Donati.

Costei, con suo padre e sua madre, aiuterà il poeta anche nei momenti più travagliati della sua esistenza, fino ad «assisterlo materialmente e a soccorrerlo nei momenti più critici» finendo con l’essere, insieme alla sorella Tana, la donna più importante nella vita del Dante-uomo, qualora dovessimo scinderlo dal Dante-letterato.

Le donne di Dante raccontate da Marco Santagata

La ricognizione di Santagata penetra poi nelle pieghe di questa importante casata, soffermandosi su altri suoi esponenti: l’acerrimo nemico Corso e Forese, l’amico di gioventù; Nella, casta e pudica sulla terra dei viventi, e Piccarda che, «bella e buona» (Purg. XXIV, 13), figura in Paradiso, tra gli spiriti mancati ai voti, «coloro che in vita non ebbero la forza interiore di opporsi a persone e circostanze che le spingevano a venir meno» ai loro santi proponimenti.

Il punto centrale del ragionamento di Santagata intorno alle donne di Dante non può che vertere su Bice Portinari e Beatrice: l’una, donna di carne divenuta letteratura; l’altra, in cui «convergono fasci di relazioni amicali, parentali, occasionali», creatura letteraria trasmutata in figura Christi.

La Bice, figlia di Folco Portinari, di cui Dante, come vuole la vulgata boccacciana, si era innamorato nel calendimaggio del di lei nono anno d’età è l’appiglio su cui Dante costruisce un’immagine nuova sintetizzando una nuova identità: nei primi testi Beatrice appare come un «manichino» senza «fisicità», di cui si descrivono solamente i vestiti. Nessun «cenno al corpo o al colore dei capelli». Solo nel Purgatorio sapremo dei suoi occhi, verdi come «smeraldi» (Purg. XXXI, 116) e della carnagione perlacea, quasi evanescente: quasi come quella d’uno spirito «senza corpo».

 

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Grazie a Beatrice ha luogo un primo miracolo, che Santagata definisce «laico» in quanto non esclusivamente relegato all’aristocratica cerchia dei seguaci d’Amore, bensì esteso anche alle persone nelle quali, per abiezione e grettezza, non potrebbe esistere nemmeno l’idea di questo prodigio. Che cosa può esserci di più umano e di meno soprannaturale?

Queste sono solo alcune delle suggestioni che ci offre questo volume, grazie al quale possiamo inoltre immergerci nelle vicende di altre donne, di cui s’andava favoleggiando e raccontando nella Firenze di Dante: Francesca da Rimini, Matelda, Cunizza da Romano e l’insopportabile e altezzosa Sapia Salvani. L’immersione raggiunge il culmine nel momento in cui veniamo a contatto con le immagini che corredano il testo, un patrimonio artistico eccezionale che completa e corona un testo sapido con immagini vivide, pronte a stamparsi nella memoria insieme ai versi del sommo poeta.


Per la terza foto, la fonte è qui.

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