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Laboratorio di racconti - 2 (Guglielmo Menconi)

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A cura della redazione del Laboratorio di racconti: Sara Gamberini, Geraldine Meyer, Alessandro Puglisi, Giovanni Ragonesi, Stefano Verziaggi

Eccoci al secondo appuntamento con il nostro Laboratorio di racconti. Crediamo sia necessario dare alcuni chiarimenti sul nostro modo di lavorare e procedere. Ci teniamo a ribadire che i racconti inviati vengono letti: sempre e tutti. Nessuno resta senza una lettura più che attenta. Non facciamo però un servizio di valutazione, non inviamo schede gratuite con i nostri pareri di lettura. Riteniamo non sia questo lo scopo del laboratorio. Ma chi non viene pubblicato è stato comunque letto. 

Siamo un gruppo di persone che cerca sempre di mettere serietà e rigore in quello che si propone di fare e per questo vogliamo chiarire che, come comuni mortali, non possiamo prescindere dal gusto personale: discutibile, criticabile ma inevitabile. Il piacere della lettura non può sottostare a regole scientifiche, non ci sono assi cartesiani per stabilire il valore di un racconto. Per questo siamo fallibili certo, ma onesti. Sappiamo che a qualcuno è venuto il dubbio che i racconti inviatici possano essere pubblicati altrove con un nome che non sia quello del legittimo autore. Vorremmo fosse inutile precisarlo ma lo ribadiamo: non ci abbassiamo a tanto e i diritti dei racconti restano al 100% di proprietà degli autori. 

Un'altra cosa che chiediamo è che i racconti siano totalmente inediti, che non siano pubblicati in nessun modo e in nessuna forma, neanche sui blog personali degli stessi autori. Cattivi? Crudeli? Inflessibili? Fate voi. Noi chiediamo solo di inviarci scritti inediti perché lo scopo, o uno degli scopi del Laboratorio, è quello di dare spazio a chi questo spazio non lo ha o non se lo prende in altro modo. Ci piacerebbe non essere una semplice grancassa di vanità. Noi ci prendiamo il tempo e ci regaliamo il piacere di leggere i vostri racconti, voi volete prendere il tempo per mandarci materiale inedito? 

Che senso ha leggere un racconto e poi scoprire, perché si scopre sempre, che quel racconto è già apparso altrove? Sia chiaro, non stiamo parlando della giuria che assegna il premio Nobel, solo che, in periodi in cui la furbizia sembra essere diventata la vera pelle di questo paese, crediamo che la serietà sia fatta anche di piccoli gesti etici. E un inedito è un inedito. Queste sono le uniche regole che ci diamo e vi diamo. Il mondo della rete è pieno di altri blog che accolgono altri laboratori di narrativa. Liberi tutti. 

E con questo vi presentiamo il secondo racconto selezionato, Illusioni sperdute di Guglielmo Menconi. A noi è piaciuto. Semplicemente. Buona lettura. 

***

Illusioni sperdute
di Guglielmo Menconi

Nel mio sogno ricorrente non sono Mara ma un uomo dalle spalle larghe, polsi e caviglie fini, fossetta al mento, gambe lunghe e muscolose, un personaggio di altri tempi, letterario, un ideale. Sono Lucien de Rubempré, con gli occhi foschi e liquidi da illusioni perdute e la bocca che promette splendori e miserie a improbabili cortigiane. Non piove mai in quel sogno ma l’eco di tuoni e lampi lascia l’aria umida: mi sento solo come si sente solo un colpevole, un assassino. Il vento mi chiama ma non ho nome o non so di averlo e a questo punto sempre comincio a tremare quando la mia bocca dice: vigliacco. Il mare mi volta le spalle, traditore, immobile, quieto, come se gli fossi indifferente. Questo è quello che si meritano i vigliacchi, penso. E poi ecco la pesantezza di anni, di secoli che mi cade addosso, d’improvviso vecchio con i ricordi di una vita che non ho vissuto e una mancanza che non so spiegarmi; chi avevo tradito? Chi avevo ingannato? Ti amo dico, ma davanti a me non c’è nessuno, solo il mare, sempre il mare. A chi mancherò? Chi chiamerà il mio nome che non c’è? Forse mancherò a me stesso, poi, finalmente, sparirò.

Mi chiamo Mara, oggi è domenica, ho quarant'anni e sono felice. Il mio compagno mi ha lasciato. Appena sveglia ho capito che avrei potuto vivere anche senza di lui. Questa mattina sono felice. Allora preparo il caffè, lo bevo con i soliti due cucchiaini di zucchero e raccolgo i pensieri avvolti nel fumo della prima Winston rossa. Ripercorro il sogno che mi accompagna da una vita. Improvvisamente capisco cosa devo fare: vado lucida e sfrontata verso il terzo scaffale di sinistra della libreria, sezione francese, raccolgo il libro ad occhi chiusi e decido il resto senza il minimo dubbio. Sono felice, l’ho già detto, ed è la prima volta.

Sono in treno, è domenica pomeriggio, è inverno, ho di nuovo fatto lo stesso sogno dormicchiando durante i primi chilometri di viaggio; piove e fa freddo, non così dentro allo scompartimento della vettura del regionale di seconda classe destinazione Firenze, surriscaldata e grigia come il mio umore già compromesso.
Prima di partire ho pranzato con mamma, un arrosto di vitello che non aveva alleviato il mio stato d’animo. Non avrei sopportato un minuto di più il sottofondo televisivo che in quella casa è un rumore quotidiano dall’alba all’alba successiva. Dopo aver sparecchiato, sistemato piatti e stoviglie e dopo aver fumato la seconda Winston rossa della giornata, in un silenzio ricco di cose non dette, ho salutato mamma lasciando la casa dove avevo trascorso più di metà della vita col solito nodo in gola, un misto di amore e rimpianto, di dolore e impotenza per tutte le promesse che non sono state mantenute, di amori taciuti e carezze prestate a morti che non sarebbero più tornati a rendere il dovuto. Ho lasciato mia madre sul suo trono catodico come avevo fatto tante volte e come lei, ne sono certa, pensava sarebbe stato per sempre o perlomeno fino a che avrebbe continuato a pagare il canone della raitv. È stato lì, sull’uscio, che ho rivisto mio padre, l'ho rivisto com’era l’ultima volta in vita, affacciato alla porta mentre io con la valigia in una mano e la sigaretta nell’altra arrancavo sul vialetto di casa in partenza per l’ennesimo viaggio di lavoro, quando ancora ne avevo uno. Era poco prima di Natale, era dieci anni fa, mio padre era stanco, avvilito, deluso dalla vita e distante da quella figlia che adorava ma che non capiva o forse ero io che avevo rinunciato a comprendere, troppo presa da me stessa e altri ameni luoghi comuni vari.
«Mara, soldi ne hai?»
«Sì babbo, non ti preoccupare, lavoro…»
«Allora ciao, telefona quando arrivi.»
«Ciao Babbo, sì, telefono, come sempre, ci vediamo a gennaio…»
Così è stato, a gennaio, su un tavolo dell’obitorio comunale, pioveva e faceva freddo e i gigli non riuscivano a portarsi via l’odore della morte. Odio i gigli e odio gli uomini, sono belli, osceni e prima o poi marciscono.
Io non sono una donna così, non ho mai brutti pensieri ma questa benedetta domenica, seduta su questo treno, non riesco a togliermi dalla testa la morte di mio padre, quel taglio profondo, quel lutto interminabile, un processo con più sentenze di primo, secondo infinito grado che non ha nulla da invidiare al nostro sistema giudiziario per di più privo di una Cassazione che stabilisca una giustizia, non dico equa, ma definitiva sì. Evidentemente il dolore non è processabile.
Il dolore è un'illusione, un conforto, a volte lo puoi tradire e pensare che si allontani, no, la sua fedeltà non conosce gelosie, ti resta al fianco come la tua ombra, come la tua mano, come il tuo cane, non se ne va mai via, il dolore è un ricordo. Un ricordo di bambina un po’ cicciotta, un pomeriggio d’estate, la camicetta gialla tutta sbuffi e veli, gialla come il ghiacciolo al cedro che doveva mangiare con cura per evitare che le gocciolasse addosso altrimenti poi la senti la mamma che storie che le fa, un pomeriggio verde come il prato vicino al fiume dove il suo babbo l’ha portata, perché gliel'aveva promesso.
«Domenica Mara si va al fiume solo io e te, tu sapessi Mara quante margherite ci sono, attenta però a non sbagliarti co’ i piscialetto che puzzano, poi la mamma s’arrabbia e te li butta».
E come faccio a dimenticare la 127 blu parcheggiata vicino al fiume col bagagliaio e tutte le portiere aperte, ''così si sente bene la musica…” Claudio Villa che “sona sona mia chitara”, il plaid, quello tutto colorato di blu rosso marrone verde e giallo, steso per terra e il mio babbo sdraiato con i piedi scalzi e i pantaloni tirati su insieme alle gambe appoggiate all’auto, fumava il mio babbo e con l’altra mano si accarezzava il cuore, aveva un mezzo sorriso e gli occhi chiusi. Era felice? A cosa pensava?
«Babbo?»
«Uhm?»
«Niente…si sta bene vero?»
«Sì.»
Sempre il mezzo sorriso, sempre gli occhi chiusi. Spezzai un filo d’erba, piano piano glielo passai sotto i baffi, scacciai via con la mano la mosca che non c’era, la mosca che non c’era ritornò all’attacco allora il babbo aprì un occhio, uno solo e scoprì la sua mosca, aveva la mia faccia, la mia faccia che lo copriva dal sole e in quel momento lo fece: rise, rise tutto, non più a metà, ridevamo noi, rideva il mondo, ero io il suo sole, ecco quello che pensava. Questa era la felicità, questo era il dolore.
Sto bene ora, non ho brutti pensieri, ho quarant'anni ho perso il lavoro e sono felicemente single dopo dieci anni di convivenza, mi sento finalmente libera qui, sul treno che va a Firenze, ho i miei binari a tenermi compagnia e i binari non illudono nessuno; mi sento lucida come un tavolo appena spolverato, meglio agire prima che torni la polvere nei miei pensieri, vecchi ricordi e io odio i ricordi quasi come le illusioni. Meglio una figlia puttana che morta, questo mormorava mia madre oggi a pranzo dopo aver saputo del tragico incidente mortale di una lontana nipote di sedicesimo grado e mentre piangeva, più per la sua tragedia personale di vedova e donna sola amata da nessuno nemmeno da se stessa che per il lutto, ho pensato che sì, in fondo era un passo avanti nella sua materna consapevolezza. Solo vent'anni prima aveva affermato: meglio una bara in casa che una figlia troia. Decisamente un miglioramento, un ribaltamento, una rivoluzione, così ho interrotto il suo lamento infantile. «Anch'io ti voglio bene mamma», ho detto, scoppiando in una ricca e per niente amara risata. Naturalmente aveva dimenticato che oggi era il mio quarantesimo compleanno.
Il treno è in stazione, sono a Firenze, il mio compagno mi ha lasciato, va tutto bene, sono felice e oggi ucciderò il nemico.

Mentre mi spogliavo delle mie vesti come novella santa sulle rive del fiume sacro e già i miei piedi toccavano l'acqua gelata, una sola cosa mi ossessionava: che bella la tarda primavera, era la stagione che la piccola Mara preferiva in assoluto, ci si può togliere le scarpe e zoccolare in giro facendo pure un sacco di rumore, si può stare fuori la sera un po' di più del solito, arrampicarsi sull'albero di pino preferito, sul ramo più alto, lasciar penzolare le gambocce ciccette, le lasciavo dondolare e intanto con la testa guardavo il cielo, oltre le montagne, dove ancora sembrava resistere la neve ma no, non era neve, era pietra, era marmo, marmo bianco e puro. Qui il marmo avvolge tutto, avvolge le montagne, la sua gente, il suo fiume e la nostra vita.

Mara aveva otto anni e gli occhi pieni di luce arancione perché a quell'ora la libertà ha quel colore e poi crack, pumpf, il ramo si spezzò e Mara cadde a terra.
Mara non sapeva che ore fossero quando si risvegliò, gli occhi si abituavano piano alla penombra, conosceva quella luce così calda, conosceva quelle pareti avvolte da libri, conosceva quel tavolo illuminato da una bella lampada verde. Era al sicuro. Era a casa dello zio Luciano. Era lo zio strano, quello che le leggeva la sua storia preferita dove il personaggio più importante portava il nome dello zio, solo che la storia non si svolgeva qui, si svolgeva in Francia, a Parigi. Mara non capiva tutto ma le piaceva tanto la voce dello zio che le raccontava delle cose così, come dire, straniere... Non avrebbe saputo definirle altrimenti. Così quella sera lo zio Luciano decise di andare avanti con la storia che, ahimè, narrava della morte del povero Lucien. Mara era sdraiata sul divano e lo zio sulla sua poltrona preferita vicino alla lampada verde. Alla fine del capitolo Mara pianse, era triste come mai nella sua piccola vita. Corse verso lo zio e lo abbracciò, lo strinse, cinse le sue ginocchia con le braccia corte e goffe e sussurrò con tutta la forza del suo pianto: “No, zio no, non è vero, non può succedere questo, cambia le parole, cambia la storia, fallo per me”.

Mi hai sentito inutile Lucien? Io sono felice, non ho bisogno di illusioni ma di ore di sonno, maledetto, bellissimo ed eternamente giovane Lucien. È colpa tua se penso e io non voglio più pensare, voglio essere stupida, voglio avere un sacco di opinioni e andare al mare per spalmarmi creme solari senza domandarmi un cazzo di niente

L’edizione del lunedì de Il Tirreno, in un breve ma curioso trafiletto in mezzo agli articoli di cronaca cittadina, riportava la notizia di una donna, non ancora identificata, che, declamando le pagine di un romanzo francese che non era stato possibile recuperare, si era lasciata sopraffare dalle acque dell’Arno mentre una folla di turisti riprendeva la scena dagli argini.
Inutile l’intervento dei soccorsi.

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