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La voce triestina di Umberto Saba

La voce triestina di Umberto SabaFigura intellettuale complessa quella di Saba, le sue opere posseggono peculiarità particolari che le allontanano dai filoni culturali tipici coevi; la sua poesia non si volge tanto al linguaggio puro quanto alla realtà.

Saba nasce a Trieste nel 1883, e nello stesso momento suo padre abbandona la famiglia; fino ai tre anni, Saba resta con una balia slovena. Tornerà poi a casa della madre, ebrea, e resterà a vivere con lei e con due zie fino all’adolescenza. Nell’infanzia del poeta non mancarono traumi, ansie, che lo portarono a sviluppare una forma di nevrosi che si aggraverà negli anni. Comincia gli studi letterari all’università a Pisa, spostandosi poi a Firenze tra 1905 e 1906. Dopo la leva militare torna a Trieste e sposa Carolina Wölfler, che gli darà una figlia. Nel 1910 pubblica a Firenze Poesie, prima raccolta di versi, mentre su «La Voce» pubblica nel 1912 Coi miei occhi e Trieste e una donna. Con la famiglia si sposta a Bologna, poi a Milano, in seguito presta servizio durante la guerra; a fine conflitto torna a Trieste, ormai strappata all’Impero austriaco, e qui conduce una libreria antiquaria che aveva acquistato, lontano dal mondo intellettuale, vivendo appartato ma non smettendo mai di scrivere e pubblicare, e realizzando nel 1921 la prima edizione del Canzoniere.

 

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Nel 1929 la nevrosi si accentua, e Saba comincia una terapia psicoanalitica che lo porta ad approfondire gli studi di Freud, di Nietzsche, trovando così anche nuova linfa per la sua opera poetica, ma vivendo profonde angosce dovute al precipitare degli eventi attorno a lui: prima viene colpito dalle leggi razziali, in seguito all’armistizio dell’8 settembre deve fuggire da Trieste, si nasconde a Firenze cominciando una vita instabile, con continui cambi di dimora, ma allietato dalle visite degli amici, tra cui Montale. Nel 1945 si trasferisce a Roma, e alla fine dello stesso anno a Milano, lavorando nell’editoria. Nel 1948 torna a Trieste, vivendo varie delusioni che aggravano la sua nevrosi e lo costringono a diversi ricoveri; nel 1953 comincia un romanzo, Ernesto, che resterà incompiuto e sarà pubblicato postumo nel 1975. Muore a Gorizia nel 1954, e le sue ultime poesie verranno incluse in un’edizione postuma del Canzoniere.

La poetica di Saba rompe con la tendenza delle avanguardie coeve, mira alla vita concreta, la parola della poesia deve essere quella del sentimento; egli non ricerca poesia pura, l’ispirazione prende piede dalle occasioni che la vita offre, dagli incontri, dallo scorrere della routine della città, dal desiderio di amare, dalla comprensione di dolore e gioia; la sua opera si riverbera sul concreto, diviene un racconto, una sorta di romanzo personale e, soprattutto, non pone una cesura con la tradizione, come invece fa gran parte della poesia del tempo.

Tra i molti poeti italiani rievocati nei suoi versi, una particolare propensione va verso gli autori del Settecento e dell’Ottocento, Leopardi su tutti, e al linguaggio tipico del melodramma, che secondo Saba meglio degli altri riesce a rendere i sentimenti, l’affetto autentico. Ma nel nostro autore si trova una sovrapposizione tra elevato linguaggio letterario e lingua comune e quotidiana, e se talvolta questa commistione può dar la sensazione di “stonature”, di improvvisi abbassamenti di tono, nei momenti lirici il linguaggio si fa semplice, chiaro e diretto, screziato e leggero, cogliendo nel segno senza tralasciare naturalità e armoniosità.

La poesia deve dare sfogo ai desideri, si entra in una dimensione infantile che però non è quella pascoliana del fanciullino, piuttosto un rimando a una felicità tipica dell’infanzia, una gioia vera, caratterizzata dal desiderio e dall’istinto.

Certamente ciò non significa che il linguaggio usato dal poeta sia semplice, né è facile da descrivere. Non bisogna dimenticare la sua triestinità: Saba avverte l’italiano nelle forme più auliche, e sempre in lui sarà presente questa sfumatura elevata, sia nella fonologia che nella sintassi; frequenti sono le apocopi, gli allotropi, ripresi anche da Cavalcanti e Dante, le enclisi. Tutto ciò si deve, come detto, alla formazione tradizionale da cui egli parte, mentre gli autori del suo tempo prendevano le mosse da Pascoli e D’Annunzio; Saba disprezza i futuristi, non si avvicina alle espressioni dei vociani, né ai crepuscolari.

La voce triestina di Umberto Saba

Quando invece utilizza il linguaggio quotidiano, si registrano vezzeggiativi, diminutivi, si esalta la grazia della vita quotidiana, si usa il linguaggio popolare, e non mancano neppure citazioni di canzonette, espressione di popolarità. La sua abilità è raggiungere la solennità lessicale usando termini quotidiani, colloquiali, riuscendo a integrare letterarietà e popolarità.

L’apice di detta letterarietà non è però nel lessico quanto nella sintassi, che si caratterizza per iperbati, inversioni, divisioni tra sostantivo e aggettivo, contrapposizioni tra versi lunghi come l’endecasillabo e versi brevi, ponendo intensità sulle pause, quasi alla maniera di Ungaretti.

 

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La bella sincerità della sua poesia, la schiettezza, la delicatezza, sono però sempre velate dai problemi psicologici che soggiacciono, e nei suoi versi si avverte la sofferenza di fondo, facendo oscillare la poesia tra valori positivi e abissi senza speranza.

Saba manterrà sempre una coscienza europea, la sua spinta culturale si apre alla cultura continentale, il che gli permetterà di approfondire le contraddizioni profonde che caratterizzano il comportamento umano.

 

Riferimenti bibliografici

Umberto Saba in Ferroni G., et alii., L’esperienza letteraria in Italia. Dal secondo Ottocento al Duemila, 3A, Mondadori, 2006, pp. 482-486.

Umberto Saba in Storia della lingua italiana. Il Novecento, di P.V. Mengaldo, il Mulino, 1994, pp. 199-206.

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