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“La voce di Ajla”, una dolorosa ricerca delle proprie origini

“La voce di Ajla”, una dolorosa ricerca delle proprie originiGiornalista e documentarista, Maria Silvia Bazzoli approda al romanzo con La voce di Ajla (Forum, 2021), frutto dell’esperienza acquisita seguendo a lungo i sanguinosi conflitti etnici che alla fine del ventesimo secolo hanno portato alla dissoluzione della ex Jugoslavia e alla nascita di nuovi stati indipendenti, che hanno ridisegnato tutta la regione balcanica.

Alina, la giovane protagonista, è cresciuta con la madre a Parigi, ma da qualche tempo vive a New York, dove si sta affermando come fiber artist: grazie alla sua abilità nel ricamo, crea meravigliose strutture in tessuto assemblando materiali diversi.

Improvvisamente, però, la ragazza viene richiamata con urgenza a Parigi, dove la madre Ajla è stata ricoverata in ospedale dopo essere stata rinvenuta nella sua casa in gravi condizioni. I medici non sembrano in grado di comprendere le cause dell’improvviso deperimento della donna, che oltre a essere muta (anche se non si sa bene da quando e perché), appare sprofondata in una strana forma di torpore.

 

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Quando però si rivolgono ad Alina facendole delle domande sulla vita di Ajla, la giovane donna si rende conto di non sapere quasi nulla del passato della sua famiglia: nata senza padre, vissuta per qualche anno nelle baracche di un campo alla periferia di Parigi, da cui Ajla la conduceva con sé a vendere i suoi lavori all’uncinetto sui Lungosenna, Alina non ha nemmeno idea di quale sia il luogo d’origine da cui la madre è approdata da profuga in Francia prima della sua nascita.

Mentre Ajla giace in un letto d’ospedale, in preda ai fantasmi di un passato così terribile da averla convinta a non farne mai parola con nessuno, Alina cerca disperatamente di infrangere la barriera del suo silenzio per arrivare a scoprire le proprie origini di giovane donna senza patria e senza famiglia, ma al tempo stesso per salvare la madre, impedendole di sprofondare definitivamente nell’abisso della sua disperazione e offrendole, forse, qualche buon motivo per continuare a vivere.

“La voce di Ajla”, una dolorosa ricerca delle proprie origini

La voce di Ajla è, in realtà, un romanzo che di voci ne contiene due, perché due sono le protagoniste della storia che ci viene raccontata, ambientata in una Parigi invernale, ammantata di neve e un po’ fiabesca, a cui si contrappongono in un feroce contrasto le visioni terribili dei luoghi di guerra da cui Ajla è fuggita vent’anni prima.

Anche se non parla e non interagisce con gli altri, perché lo stato di prostrazione in cui è caduta le inibisce anche la comunicazione attraverso la scrittura, di Ajla veniamo a conoscere i pensieri e le emozioni, le paure e i dolori che hanno segnato in modo irreversibile la sua vita.

La seconda voce è quella di Alina, una ragazza che si sta costruendo un futuro promettente dall’altra parte del mondo, ma che attraverso la malattia della madre si rende conto di condurre una vita anomala, in quanto priva di radici:è possibile vivere senza porsi domande su un passato personale che ci è rimasto ignoto? Evidentemente no, ed è la complessa e spesso frustrante ricerca di questo passato che permetterà ad Alina di fare le sue scelte con maggiore consapevolezza.

 

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Sullo sfondo, i fantasmi di una delle peggiori guerre del ventesimo secolo, combattuta per anni in un territorio a pochi chilometri di distanza dall’Italia, ma di cui sembra che non siano state comprese del tutto la gravità e la ferocia: la lettura de La voce di Ajla può aiutarci anche a rimediare a questa vergognosa mancanza di consapevolezza.


Per la prima foto, copyright: David Raichman su Unsplash.

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