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La vita in tutta la sua realtà. “I famelici” di Davide D’Urso

La vita in tutta la sua realtà. “I famelici” di Davide D’UrsoI famelici. Sacrifici, espedienti e intrepide prodezze di gente comune e di noi che siamo venuti dopo (Bompiani, 2021) il nuovo libro di Davide D’Urso ha la capacità di coinvolgerti, emozionarti e divertirti pagina dopo pagina mantenendo un ritmo che mai rallenta, che mai lascia spazio a pause narrative, a effetti speciali procurati da sintassi ridondante e prosa barocca.

È un libro genuino, sincero, come sincera è la narrazione dei fatti, degli episodi, dei sentimenti, delle persone che rivivono attraverso le parole di uno scrittore che prima di essere tale è stato spettatore e protagonista insieme di queste storie comprimarie della Storia, quella con la s maiuscola.

Al centro della narrazione vi è la figura del padre e il rapporto con il figlio. Il primo forte e tenace nel perseguire i suoi obiettivi, nel perseverare, nel costruirsi e nel costruire, il secondo sognatore e illuso con l’idea fissa di fare lo scrittore. Due generazioni a confronto, due mondi distanti ma uniti dal filo rosso dell’affetto che li lega e che si rafforza nonostante la divergenza di vedute, di approccio alla vita stessa. L’humus di entrambi è la piccola borghesia provinciale nella quale il primo si sente di appartenere tout court e dalla quale il secondo cerca di prendere le distanze fin da subito in quanto composta da «individui anonimi, ignoranti, volgari, rumorosi e ciarlatani, maleducati e traffichini». Nella sua ideologia «all’acqua di rose», come afferma lui stesso in una pagina, era più comodo pensare al lavoro di assicuratore del padre come fatto di «trastole», di incontri con gente volgare perché così era più facile crearsi un alibi, convincersi che i due mondi ai quali appartenevano fossero appunto due e distanti anni luce l’uno dall’altro.

 

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E invece proprio l’ennesima visione di un film che lui ama molto, Straziami ma di baci saziami di Dino Risi, gli fa capire che quei personaggi che ha sempre deriso con snobismo, che quel mondo, quell’Italietta ora gli procurano un sentimento di rispetto perché quei personaggi sono suo padre, sua madre, i suoi parenti, lui stesso e quel pezzo di Italia è stata la forza di questo paese. Il padre, per esempio. Ed è forse la diversa prospettiva dalla quale si guarda che ci fa superare pregiudizi e convinzioni, che ci libera lo sguardo e ammorbidisce le posizioni. Padre e figlio devono superare questi ostacoli, superare l’idea che hanno l’uno dell’altro, incomprensioni e recriminazioni e finalmente incontrarsi.

La vita in tutta la sua realtà. “I famelici” di Davide D’Urso

I famelici racconta uno spaccato di vita, racconta l’immigrazione verso il Nord Italia, i sacrifici, la povertà, ma anche la capacità di costruire, di crescere e migliorare. Da queste pagine esce una consapevolezza, che la memoria collettiva di cui si parla tanto non sia poi stata così collettiva, che una fetta della popolazione fosse distante dalla vita stessa del Paese, che si sentiva esclusa dai grandi eventi e quindi li ignorava a sua volta creandosi attorno un rifugio sicuro dove vivere al riparo da tutto ciò che potesse rompere un equilibrio creato a forza di sacrifici e certezze. Che smette di essere comunità per difendere quello che di recente era andata conquistando, ma a costi molto alti, quella genuina discrezione che sì stava trasformando e poi consolidando negli anni in una vita fredda e diffidente, di maniera.

Figura centrale di questo libro è il padre, un uomo che aggredisce la vita, specie quella degli altri a volte solo per il solo gusto di fare. Un uomo che vuole avere tutto sotto controllo, che non ammette deroghe, che reagisce a chi cerca di smorzare il suo entusiasmo come ha sempre reagito «ringhiando peggio di un animale chiuso in gabbia». Lui è un famelico, come lo sono altri della sua famiglia, azzanna la vita che a sua volta lo ha azzannato, che tira dritto non rendendosi spesso conto di ciò che provano le persone care, se sono tristi, felici. Raccontare le vite degli altri, come dice lo stesso D’Urso, diventa un modo per raccontare anche se stessi con il dovere di essere onesti fino in fondo perché più che raccontare la vita di una persona occorre offrire un affresco collettivo in cui tutti possiamo riconoscerci.

La vita in tutta la sua realtà. “I famelici” di Davide D’Urso

E il libro ha proprio la grande capacità di fare questo, farci riconoscere, renderci consapevoli che gli altri non sono elementi estranei al nostro sistema di idee, di sovrastrutture, ma persone con le quali condividere qualcosa pur se lontani nei modi e nelle idee e se in un rapporto non si riesce a superare il conflitto almeno si può condividere il fallimento.

I famelici ricorda per alcuni particolari Lessico famigliare di Natalia Ginzsburg, un libro nato dalla complessità dei legami familiari che sono anche legami di parole, di abitudini. Sullo sfondo si staglia la Storia così come ne I famelici, dove le vite dei singoli personaggi (il padre, la madre, Serafino e altri ancora) si animano, si avvicinano a noi in quanto ne comprendiamo le difficoltà, le piccole gioie quotidiane e i dolori. Ogni momento è ripercorso da un particolare lessico dalle «trastole» a «sfaccimma» a «‘o piezz’ ‘e carta» a chi «sta ‘mmiezzo». E proprio grazie a questo lessico che ci si riconosce e ci si comprende.

 

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I famelici ricorda anche alcune descrizioni di John Fante, soprattutto quelle che raccontano il rapporto conflittuale tra il figlio John e il padre Nicola in Full of life, dove l’italianità del padre si scontra con la modernità del figlio, o ne La confraternita dell’uva dove la visita al padre, in questo caso Nick Molise, l’immigrato, il wop che è riuscito a riscattarsi ma che conserva ancora delusioni e speranze, diventa per il figlio l’occasione per rivalutare il padre e ricostruire anche se in modo approssimativo un rapporto.

Ne I famelici avviene proprio questo, il rapporto con la figura paterna, attraverso cui si realizza la dicotomia attrazione-repulsione nei confronti della propria origine, viene ricostruito e recuperato con la consapevolezza che quei sacrifici, gli espedienti e le intrepide prodezze della gente comune e di noi venuti dopo sono stati e sono fondamentali per la vita di un paese.


Per la prima foto, copyright: Andrea Picquadio su Pexels.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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