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La vignetta di Giannelli e il suo finto realismo

La vignetta di Giannelli e il suo finto realismoSi tratta di un caso di finto realismo, quello del fumettista Giannelli. Cosa condensa la vignetta apparsa qualche giorno fa sul «Corriere della Sera», appunto, se non un’allusione creativa, dunque finta, a una realtà che potrebbe essere quella descritta? Giannelli si è legittimato, rispondendo alle critiche, parlando di paradosso del vignettista, di un’epifania che dovrebbe essere dentro la sua vignetta.

In parte c’è, ed è indubbio, e tuttavia quel paradosso rivela più la debolezza della vignetta che la forza del messaggio. È intuitivo che alcuni italiani abbiano paura di essere spodestati dai migranti, ma è anche vero che ricorrere a questa paura ritenuta comune come artificio per una vignetta è perlomeno rischioso se non si completa meglio il quadro sociale da disegnare. Perché rischiosi sono i tempi, perché il perbenismo bianco – ben rappresentato nella vignetta – non si scaglia solo contro i neri richiedenti asilo, ma anche contro i bianchi albanesi e rumeni che lavorano nelle campagne e sui cantieri, fino a raggiungere i meridionali italiani in alcune aree del settentrione.

E cioè: il razzismo italiano non è stato adeguatamente rappresentato da Giannelli, né sul «Corriere della Sera», né sulla sua risposta apparsa sull’«HuffingtonPost».

Nella costruzione del razzismo, Gallissot, per esempio, individua almeno quattordici processi, che dalla banale xenofobia arriva alle forme violente di negazione dell’esistenza dell’altro in un contesto sociale culturalmente, non economicamente, deprivato.

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E questo significa, in soldoni, che la famiglia disegnata da Giannelli, quella che s’adonta di trovare la propria casa piena di migranti, è solo una sfumatura della media famigliola razzista italiana. Potrebbe essere più ricca, abitare magari in una periferia residenziale romana, oppure più povera e vivere in un quartiere basso o medio basso del meridione o del nord. Potrebbe essere una famiglia qualunque formatasi, però, agli enunciati violenti di Bossi, a quelli più attuali di Salvini, ma anche a un certo razzismo piccolo-borghese del defunto centro-sinistra e a una certa intolleranza neo-mussoliniana presente in Fratelli d’Italia e in altre piccole forze neofasciste. Ora, Giannelli è un disegnatore acuto e colto, dunque non devono essergli sfuggiti certi particolari sociologici della diffusione dell’intolleranza in Italia, ma se ha scelto di semplificarli in questo modo, è perché ha voluto esagerare nella riduzione di complessità: ha usato un vocabolario scarno, pur possedendo qualche migliaio di parole.

L’effetto non è realistico, perché il realismo non è una facilitazione del racconto dell’Italia contemporanea, né una chimera, ma un dispositivo complesso che dovrebbe trovare proprio nei vignettisti il guizzo vitale di cui necessita. In definitiva, la realtà è ben più paradossale del finto realismo di Giannelli, ben più spigolosa e acuminata di una vignetta.

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