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La verità solitaria dei folli. “Beati gli inquieti” di Stefano Redaelli

La verità solitaria dei folli. “Beati gli inquieti” di Stefano RedaelliStefano Redaelli è un ricercatore, uno studioso che insegna letteratura italiana all’Università di Varsavia; tra i suoi studi anche un saggio sulla follia dal titolo Circoscrivere la follia: Mario Tobino, Alda Merini, Carmelo Samonà. Il romanzo pubblicato ora da NEO. edizioni s’intitola Beati gli inquieti ed è stato tra i finalisti del Premio Neri Pozza del 2019. Racconta di nuovo, questa volta in forma narrativa, il tema della follia, declinandola, come ha raccontato in un’intervista lo stesso autore, in tre significati: medico, artistico, spirituale.

La storia ha inizio con un uomo di nome Antonio, un altro ricercatore (una sorta di doppio, anche se in qualche modo inventato, dell’autore), che si chiede che fine abbiano fatto i matti, dove sono andati a finire dopo la legge Basaglia del 1978 che aveva chiuso i manicomi:

«Sapevo che un italiano, nel 1938, aveva inventato l’elettroshock dando inizio a una lunga serie di orrori e che un altro italiano, quarant’anni dopo, aveva fatto chiudere i manicomi. Due eccessi, due follie anch’esse: speculari. Solo gli psichiatri arrivano a tanto. Sapevo che quando li avevano chiusi si era aperta una terra di mezzo. Alcuni tornavano a casa, altri no.»

 

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L’uomo verrà accolto in Abruzzo, in un centro di riabilitazione psichiatrica, “La casa delle farfalle”, una struttura che si trova vicino alla casa dei genitori, per poter condurre le sue ricerche ed entrare in contatto con “i matti”, mentendo naturalmente sul motivo della sua presenza nel centro (facendo finta, cioè, di essere un paziente che ha bisogno di cure). Antonio crea delle cartelle dedicate sul proprio pc per ogni persona che si trova nella struttura. Il centro sembra assomigliare al deserto; i pazienti soffrono troppo la solitudine, perché nessuno va mai a trovarli:

«Simone mi spiega come stanno le cose. Ci stanno alienando, le famiglie, gli amici, non viene più nessuno, i vecchi amici non esistono più. È pazzesco.»

La verità solitaria dei folli. “Beati gli inquieti” di Stefano Redaelli

Ma forse la risposta la dà un breve capitolo intitolato Non andate a trovare i matti. I matti non mentono, dicono sempre una verità, anche una verità laterale, i matti spogliano, «non si può restare nudi al loro cospetto». I matti sono persone ferite e nello stesso tempo di vetro («come una lente, uno specchio»). Non possiamo essere inautentici davanti a loro, perché sono puri e non hanno bisogno di fingere; fanno un gioco che contempla la visione, spesso la meno scontata, delle cose:

«Forse la chiave è la voce. Si entra da lì nel mondo della follia. Ogni folle ha la sua voce, il suo discorso. In tutto questo tempo, in fondo, non ho fatto altro che dare loro una voce. E forse basta questo: ascoltare.»

 

Eugenio Borgna, un intellettuale e al tempo stesso una delle figure più importanti e innovatrici nella cura dei pazienti psichiatrici in Italia, ha detto in un’intervista, ripensando ai primi momenti del suo lavoro, agli inizi degli anni Sessanta, a contatto con il reparto femminile dell’Ospedale Psichiatrico di Novara:

«Quello che vidi fu raccapricciante: i pazienti legati o rinchiusi in spazi asfissianti. Le urla e i lamenti. Era agghiacciante. Sembrava di essere in un carcere crudele e senza senso. So bene che oggi la situazione è cambiata, ma allora, nei primi anni Sessanta, fu sconvolgente constatare che c’erano esseri umani cui era stata tolta la dignità di vivere.»

 

Il ricercatore condivide la stanza con una coppia di pazienti, Simone e Carlo, una coppia che si aiuta continuamente, in modo silenzioso e fattuale, davanti alle tante problematiche che si trovano ad affrontare in una struttura psichiatrica (soprattutto nel combattere, molto spesso di notte, i loro fantasmi, le loro paure, i loro traumi).

La verità solitaria dei folli. “Beati gli inquieti” di Stefano Redaelli

All’interno della struttura Antonio non ha un rapporto semplice con la psichiatra che, come nota il protagonista, ha una libreria dove non si trova nemmeno un libro di spiritualità. La dottoressa gli consiglia di organizzare un circolo di lettura all’interno del centro, coinvolgendo i diversi pazienti: oltre a Simone e Carlo, un altro paziente di nome Antonio (una specie di inventore), e poi la poetessa Cecilia che a volte acquista un’altra personalità e si fa chiamare Tom, e Marta che si porta dietro un intenso profumo di fiori. Il circolo si baserà sulla lettura de Il piccolo principe, il primo libro che gli è venuto in mente davanti alla proposta della dottoressa. Alla fine della prima lettura i matti “si nutriranno” del libro e mangeranno alcune pagine del romanzo, facendo nascere una specie di conflitto tra lo stesso protagonista e il medico.

 

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Più si procede nella lettura e più il libro fa emergere quella valenza di ascolto del loro dolore, ma anche della loro verità, una condivisione che influenza anche lo sguardo del protagonista, fino alla scoperta finale della sua presenza nella struttura. Naturalmente è la solitudine quella che risalta subito agli occhi, ma soltanto con la disponibilità a mettersi in ascolto, in un vero ascolto, si possono mettere in comunicazione le isole costituite dalle vite dei folli. Il protagonista del libro prendendo a prestito una frase del poeta romantico tedesco Clemens Brentano («la follia è la sorella sfortunata della poesia»), dice che «la follia è cento volte più ricca di immagini». Basta saperla ascoltare, senza paura, con la voglia anche di vivere in un deserto con l’idea però di edificare qualcosa.


Per la prima foto, copyright: hessam nabavi su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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