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“La stagione più crudele” è l’adolescenza. Intervista a Chiara Deiana

“La stagione più crudele” è l’adolescenza. Intervista a Chiara DeianaNel suo primo romanzo, La stagione più crudele (Mondadori, 2021), Chiara Deiana, triestina trapiantata a Milano, dove lavora nel settore editoriale, ci racconta un momento molto particolare della vita: il passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

Protagonista è infatti Asia, una ragazzina dodicenne che, come ogni estate, si ritrova a trascorrere buona parte delle vacanze estive in campagna, in casa dei nonni: un luogo dove può trascorrere lunghe giornate in piena libertà, spostandosi in bicicletta tra il paese e i dintorni insieme a Matilde, la sua migliore amica da sempre. Con la mente piena delle storie meravigliose che leggono avidamente, le due ragazzine immaginano avventure fantastiche, spesso in toni decisamente horror, in tutti i luoghi in apparenza banali dove riescono ad arrivare pedalando, dal bosco appena fuori dal paese al vecchio agriturismo abbandonato da anni. Accade però che un giorno, in uno di questi luoghi, Asia faccia una paurosa scoperta, di cui non osa parlare con nessuno: ed è da qui che inizia il suo distacco dal mondo infantile per affacciarsi in quello degli adulti, così pieno di cose nuove e a volte difficili da comprendere quando si hanno solo dodici anni. Ne abbiamo parlato con l’autrice in questa intervista.

 

Per il suo esordio ha scelto di raccontarci due protagoniste alle soglie dell’adolescenza. Perché proprio quel momento particolare della vita?

I passaggi di età sono tutti complessi, ma secondo me il passaggio tra infanzia e adolescenza è particolarmente difficile: la trasformazione è massima, sia a livello mentale che fisico, e anche solo pochi mesi possono essere uno spartiacque profondissimo.

Quello che ricordo dei miei dodici anni è che avevo l’impressione di svegliarmi ogni mattina in un mondo e in un corpo diverso: era un viaggio meraviglioso ma terrificante, e soprattutto senza appigli, perché non avevo modo di capire esattamente quello che stava succedendo. Credo che scrivere sia un modo di sanare le ferite, penso che con questo romanzo, in parte, ho cercato di tornare indietro e allungare una mano per afferrare quella dodicenne che stava precipitando.

In realtà, alla fine del romanzo ho capito che forse non ce n’era bisogno: Asia era perfettamente in grado di attraversare le prove da sola. Io le ho solo messo la strada sotto i piedi.

 

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Un tratto che accomuna Asia e Matilde è la mancanza di una struttura familiare di supporto: i genitori di Asia sono separati, quelli di Matilde non compaiono mai, e si avverte il peso di questa assenza. È stata una scelta voluta o casuale?

Un pomeriggio, in una camminata nel parco vicino casa mia, ho visto un gruppo di ragazzini disposti in cerchio sotto gli alberi: non stavano facendo niente di particolare, ridevano, chiacchieravano, probabilmente si raccontavano cose che per loro erano importantissime. La cosa che mi ha colpito era che si erano nascosti tra gli alberi, erano lontani dai bambini, che andavano sull’altalena spinti dai genitori, ed erano distanti dai ragazzi più grandi che passavano il tempo a baciarsi sulle panchine. Ho avuto come l’impressione che cercassero uno spazio tutto loro per vivere, se possibile nascosti dagli sguardi altrui.

Questa ricerca dell’indipendenza è una cosa che ricordo molto bene dai primi anni della mia adolescenza: volevo allontanarmi dalla mia stessa infanzia e per questo avevo bisogno di prendere le distanze dai miei genitori, da mia nonna… da tutto quello che pensavo avrebbe ostacolato la mia crescita. Ne ero convinta allora e lo sono ancora di più adesso: si cresce da soli.

Per questo l’assenza dei genitori di Asia e Matilde è un elemento che ho cercato e costruito all’interno del romanzo. Avevo bisogno che fossero sole davanti alle prime prove della vita. Per loro questa stagione è come un rito di iniziazione: non potevano avere una rete di sicurezza.

“La stagione più crudele” è l’adolescenza. Intervista a Chiara Deiana

A volte le due protagoniste tendono ad apparire più mature della loro età, sia nel comportamento che nel linguaggio. è così, oppure è una mia impressione da lettrice?

Verissimo, grazie per averlo notato! Ho voluto tenere Asia e Matilde a metà tra l’infanzia e l’adolescenza e spero che questo sia passato come un tratto di loro, più che una scelta inconsapevole. Secondo me è una cosa comune intorno ai dodici anni: ci si muove in una terra di mezzo in cui a volte si hanno delle intuizioni “da grandi”, mentre per altri versi si è ancora bambini.

Asia e Matilde, poi, sono due ragazze che hanno letto moltissimo, e soprattutto quando sono sole il loro registro linguistico cambia e ho voluto dargli gli strumenti che la lettura può dare a qualsiasi ragazzo: la capacità di elaborare ed esprimere le proprie emozioni.

 

La descrizione delle paure ancora un po’ infantili di Asia e Matilde assume spesso toni da romanzo horror. Lei è un’appassionata di quel genere narrativo? Si è ispirata a qualche romanzo o personaggio in particolare?

Appassionatissima di horror, fin da piccina. Uno dei ricordi più vividi che ho è legato alla lettura di Carmilla di Le Fanu: mentre lo leggevo ero convinta di poter vedere Carmilla camminare anche nella mia casa di campagna. Il passo ai libri di Stephen Kingè stato naturale, mi sono affacciata al suo mondo narrativo con Il talismano e da più grande ho continuato a nutrirmi di storie come Ite soprattutto Stagioni diverse, che ho messo anche in esergo al romanzo perché credo fosse una citazione necessaria.

Oltre alle letture, ho visto tantissimi film horror, soprattutto quando ero molto piccola, e di questo devo ringraziare i miei genitori, che hanno capito fin da subito la mia passione e l’hanno assecondata: avevo circa dieci anni quando ho visto per la prima volta Dal tramonto all’alba, di Robert Rodriguez, undici quando ho visto The Blair Witch Projecte Haunting, l’adattamento cinematografico del libro di Shirley Jackson, L’incubo di Hill House. Sono stata una bambina molto fortunata perché ho potuto esplorare tutto ciò che mi piaceva, senza restrizioni o pregiudizi.

 

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Sembra di avvertire anche un po’ di nostalgia verso un certo modo di trascorrere le vacanze, in cui ai ragazzini veniva concessa molta più libertà di quanta ne abbiano oggi: è così?

Purtroppo non so come vivono l’estate i ragazzini di oggi, ma spero che per molti di loro le vacanze siano simili a quelle che ho vissuto io: la libertà che si sperimenta per la prima volta a dodici anni è così totalizzante che ti rimane attaccata addosso per sempre.

La cosa di cui sono sicura è che quei mesi d’estate sono stati un motore fortissimo per allenare la fantasia: non avevo niente da fare, non avevo limiti – se non quelli geografici, che però erano molto vasti –, e soprattutto avevo le energie e le gambe allenate per poter passare giorni interi sulla mia bicicletta.

Guardo a quegli anni con molta tenerezza, sono una parte di me a cui non potrei rinunciare, allo stesso tempo so che sono stati anni difficili, in cui per ogni gioia c’era una ferita. Nel romanzo volevo riportare entrambi i significati: sia la felicità più incontaminata, che la durezza delle esperienze formative.


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Per la prima foto, copyright: Katie Gerrard su Unsplash.

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