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“La rivolta dello zuccherificio” dei Camillas: scrittura vivace per una trama irreale

I Camillas, La rivolta dello zuccherificioÈ un libro divertente, insolito, intrigante La rivolta dello zuccherificio della coppia artistica I Camillas (Ruben e Zagor Camillas), pubblicato da Il Saggiatore. Nella loro biografia si legge che «per 40 anni non producono niente, ma nel 2004 succede qualcosa di straordinario, il rock’n’roll li vuole e loro accettano». Forse, non è proprio il rock’n’roll che verrebbe in mente ai fan di Elvis Presley, o ai proseliti dei mille sottogeneri prodotti negli anni a venire: sarebbe meglio parlare di indie pop nel loro caso, e comunque i due artisti hanno sicuramente diverse cose da dire, sia in musica – i loro due album più recenti sonoCosta brava (2012) e X-Marillas (2013) – che nei libri, come, appunto, ne La rivolta dello zuccherificio.

Si tratta di un romanzo dalla trama tra lo strambo e l’irreale: ha inizio con i Camillas che decidono di partire per il tour promozionale del loro quindicesimo disco, intitolato La rivolta dello zuccherificio appunto. Prima tappa Polo Sud, dove trovano una grotta che custodisce una scatola di piombo larga un ettaro: incuriositi da questo scrigno, decidono di aprirlo per scoprirne il contenuto. La sorpresa è una collezione di temi di una professoressa che ha salvato i temi migliori di una carriera più che centenaria, anzi millenaria. I Camillas si imbattono, così, in una lunga serie di temi incredibili, biglietti della fortuna con annesso aforisma e previsione, ripercorrendo anche eventi di costume del secolo appena passato, come le ragazzine che si accalcano fuori dagli alberghi per acclamare la stella del momento.

La spinta iniziale è potente, il divertimento assicurato grazie alla scrittura vivace, disarticolata, sconclusionata e al lessico ricco, iconico, fortemente evocativo: al tempo stesso questi due elementi caratteristici del romanzo rendono, però, faticosa la lettura e il filo della narrazione che si perde in una miriade di personaggi, tra cui spicca anche un’improbabile Minnie Minoprio, in mezzo a orchi, fantini, eventi e figure del Novecento. La carrellata è davvero a volte troppo densa. I Camillas smontano e modellano il racconto a piacimento, destrutturando ogni possibile tentativo di ricostruzione. «La sensazione che provavo più spesso era quella di essere diventato un angolo. Tutta quella gente con le buste, le borse, gli zaini. Erano matti? Erano miei dipendenti? Li stipendiavo? Avevo a che fare con loro?».

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I CamillasCon La rivolta dello zuccherificio il lettore non deve fare altro che immergersi completamente in questo mondo, lasciandosi assorbire dal flusso ininterrotto di bolle di sapone, di orchi e fantini ed eventi improbabili che mandano in confusione, crogiolarsi nell’esercizio stilistico – una buona prova, certamente – spesso fine a se stesso: «Oggi ho sfondato un Compro Oro con l’auto. È stato un incidente. Ho chiesto scusa a caso qua e là. Poi sono andato dal dottore. Mi ha dato migliaia di schiaffoni. Sulla ricetta c’era scritto: bevi duro, mangia grasso, sputa spesso, tre gocce al mattino di semifreddo e un bel cucchiaio di marmellata di ossa dopo pranzo. Ricordati che devi soffrire. Le ginocchia sono tuberi, nel mio viso c’è un frutteto, sottopelle ancora acciaio, ho la pancia mongolfiera che mi sputa gli altipiani, i semafori sono tutti rossi e grossi, sono hamburger intestinali, oggi ho sete, ieri ho fame. Mi han fregato l’autoradio. Oggi va meglio. Mi è spuntato un fiore nel cervello».

Vada per la genialità, passi la creatività, in fin dei conti questo romanzo è da prendere così com’è. «Letteralmente, una fanfara di consonanti mi ha accolto nel mio ingresso nella vita adulta, fasciato di dialetti sconosciuti e sudato di sugo». Leggere attentamente le avvertenze e modalità d’uso, recitava una vecchia reclame, quindi prendere le dovute precauzioni. Chi si aspetta un romanzo di denuncia sociale, complice l’evocazione del titolo e della copertina, dovrà ricredersi, forse resterà deluso, ma di sicuro scoppierà in una sonora risata. «Terminato il concerto, con il fragore degli applausi di foche monache e pinguini audaci, lasciammo la base ai basisti che erano basiti», e anche così si può chiudere la lettura de La rivolta dello zuccherificio.

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