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La provincia italiana e le radici dell’omofobia

La provincia italiana e le radici dell’omofobiaRosa Maria Di Natale, nel suo Il silenzio dei giorni (Ianieri editore), racconta una storia che affonda le sue radici negli anni Settanta e in un piccolo paese della provincia siciliana. In particolare, siamo nel catanese, e qui nemmeno le parole “omosessuale” e “omosessualità” sono adoperate, si preferisce ricorrere a gestacci, insulti o tortuosi giri di parole.

Qui si colloca la storia di Matteo e Saverio, ispirata a quella reale di Giorgio e Toni, e della cittadina in cui vivono. L’autrice ha scelto di entrare nel vivo dell’omofobia senza fare sconti a nessuno.

E proprio da qui siamo voluti partire per la nostra chiacchierata.

 

Vorrei partire dalla dedica: «Ai diversi di ogni tipo e a ogni tipo di sopravvissuti.» Chi sono per lei i diversi? E i sopravvissuti?

I diversi sono coloro che percepiscono o conducono la relazione con il mondo in maniera differente dalla media delle persone. I diversi non sono solo i gay o i fragili, o chi crede a un dio diverso dal nostro. Sono anche coloro che scelgono di assumere comportamenti o scelte sociali differenti, appunto. Bisognerebbe poi chiedersi se sia davvero il caso di chiamarli così.

I sopravvissuti sono coloro che sopravvivono a un lutto o ad un dolore traumatico. Subiscono un danno e ne portano la traccia nelle loro carni per sempre.

Spero però che la lettura del romanzo chiarisca ancora meglio questi miei punti di vista.

 

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Mi permetta di soffermarmi sul titolo. Cos’è il silenzio dei giorni?

Ciascuno di noi potrebbe fare un esercizio faticoso ma prezioso: saper rintracciare quali siano state le cose non dette che hanno segnato la nostra esistenza e il nostro destino. Quante occasioni perdute e quanti dolori sono provocati dai silenzi...

La provincia italiana e le radici dell’omofobia

All’inizio, Peppino, mentre racconta al suo caporedattore, dice: «Stavo raccontando la storia che mi abitava tra lo stomaco e la gola da quarant’anni e, invece di alleggerirmi, i muscoli del viso tiravano e facevano male.» Perché raccontare questa storia non rappresenta per Peppino – almeno all’inizio – motivo di liberazione o alleggerimento?

Perché in questo romanzo la storia familiare dei protagonisti si è sedimentata per decenni in un passato che pesa come un macigno. Non basta certo lo sfogo di una notte sola per sciogliere i nodi più resistenti. Non a caso la voce narrante, appunto quella di Peppino Giunta, diventa più serena solo quando arriva a scoprire cosa sia realmente accaduto nella sua famiglia quarant’anni prima. E per quello ci vuole una indagine coraggiosa...

 

Siamo in provincia di Catania, in un paesino immaginario di nome Giramonte. Come ha lavorato per costruire questo scenario e per assicurarsi una buona dose di credibilità e verosimiglianza?

Giramonte è la summa della provincia siciliana orientale degli anni Settanta. Paesi con una solida identità fatta anche di lavoro agricolo e di amore per la “roba”, all’ombra dell’Etna. È un contesto che ho conosciuto direttamente. Tutto quello che descrivo è reale: dalla lingua alla vitalità, dall’ironia alle miserie quotidiane, sino alla bellezza aspra della terra.

 

Da una parte Matteo e Saverio, dall'altra un'intera cittadina che, negli anni Settanta, sembra rinchiudersi in se stessa. Che idea si è fatta delle ragioni e delle radici che possono essere alla base di un tale comportamento? È solo una questione di omofobia?

L’omofobia è sempre figlia di altre dinamiche, non credo possa esistere da sola.

Nel romanzo essere “puppu co’ bullu” (finocchio con la certificazione, ndr) e non nasconderlo in alcun modo come fa Matteo è una colpa gravissima perché scardina millenni di patriarcato. Certa mascolinità fittizia fatta di misure, rudezze, patetici luoghi comuni e una buona dose di misoginia viene fatta a pezzi nel momento stesso in cui un omosessuale non si nasconde. Nel momento in cui non si finge un “vero uomo”. Tutto questo manda in tilt un intero sistema di regole sociali.

 

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Per la storia si è ispirata alla vicenda di Giorgio e Toni, trovati morti a Giarre nel 1980, lei scrive: «di certo uccisi dall'omofobia e rifiutati dalla loro comunità». Com'è cambiata la situazione in questi anni?

In Sicilia, così come nel resto d’Italia, è cambiato moltissimo. Nelle nostre città i ragazzi o le ragazze che si amano tra loro non si nascondono. Ma non è sempre così, e soprattutto non è per tutti così. Gli episodi di cronaca di questi ultimi mesi ci raccontano ancora di aggressioni (una qualche giorno fa in centro proprio nella mia Catania) o addirittura di omicidi o suicidi. Non si può far finta di nulla. Sì, le cose sono cambiate ma a quanto pare non abbastanza. 

 

Una curiosità: nel libro le parole «omosessuale» e «omosessualità» non compaiono mai, mentre ci sono «crasto», «finocchio», e così via. A cosa è dovuta questa scelta?

Semplicemente per rispetto della storia. Negli anni Settanta, nel Catanese, nessuno usava il termine “omosessuale”. Quando ci si riferiva ai gay – neanche questo termine si usava ancora – per lo più si passava ai gestacci o agli appellativi volgari. Se si era più raffinati o pudichi, ci si affidava a tortuosi giri di parole. E io non ho voluto indorare la pillola.

 

 

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Per la prima foto, copyright: Stanley Dai su Unsplash.

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