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La parola come tortura. “Servo e Serva” di Ivy Compton-Burnett

La parola come tortura. “Servo e Serva” di Ivy Compton-BurnettLeggere Ivy Compton-Burnett è un po’ come mangiare un pompelmo: può essere dolce, succoso e avvolgente, ma non possiamo sfuggire al retrogusto amaro e pungente che ci rimane in bocca. Una sensazione che resta a lungo, anche per settimane intere, specie se il romanzo in questione è Servo e Serva, pubblicato da Fazi lo scorso agosto nella traduzione di Manuela Francescon.

La prima cosa che salta all’occhio del lettore, dopo essersi faticosamente destreggiato tra le prime pagine, è che il romanzo sembra essere un dialogo senza fine, contornato dalla scarsa, scarsissima presenza di qualche didascalia per indicarci quale dei personaggi sta parlando. L’impressione è quella di leggere una trascrizione o una sbobina, come se fosse quasi il risultato di un’intercettazione telefonica. Ci appare evidente, quindi, che all’autrice non interessa poi tanto lo svolgersi degli eventi, quanto il modo in cui i personaggi interagiscono. La parola è la vera protagonista, ma anche la fonte principale di tutti i nostri problemi. Andiamo con ordine.

Servo e Serva – così come quasi tutte le altre opere di questa enigmatica autrice – è un romanzo difficile, inutile girarci attorno. Se dovessimo quantificare la difficoltà in base agli “Oki” che potremmo potenzialmente prendere per farci passare il mal di testa, direi che 7/10 non glielo nega nessuno.

 

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La parola come tortura. “Servo e Serva” di Ivy Compton-Burnett

Servo e Serva – Manservant and Maidservant, in lingua originale – viene pubblicato in Inghilterra nel 1947, quando la nostra autrice ha più di sessant’anni ed è il suo undicesimo romanzo. Ottiene immediatamente un successo clamoroso tanto da attirare le attenzioni degli editori americani che lo pubblicano con il titolo di Bullivant and the Lambs – dal nome di alcuni dei personaggi principali. Perché questa censura? Non è chiaro. È possibile che gli amici d’Oltreoceano abbiano ritenuto gli espliciti riferimenti a cameriere e valletti un po’ troppo datati o addirittura leggermente antidemocratici. Modifiche o non modifiche, comunque, il romanzo diventa anche qui famosissimo in poco tempo.

I critici del tempo lo definirono un romanzo “postimpressionista” ed è stato spesso paragonato ai quadri di Cézanne. Il che vuol dire tutto e non vuol dire niente, se ci pensiamo. Oggi la parola “postimpressionismo” ci sembra piuttosto ambigua e sbrigativa, per nulla innovativa e forse è per questo che, anche nel nostro paese, Ivy Compton-Burnett fatica un po’ a trovare risonanza. Più che moderni (o modernisti che dir si voglia, visti gli anni in cui l’autrice scrive), i suoi romanzi ci sembrano figli della tradizione della tarda epoca vittoriana. Servo e Serva non fa eccezione. Se, da un lato, fatichiamo a trovare affinità con le opere di autori a lei contemporanei come James Joyce, Virginia Woolf e Evelyn Waugh, i dialoghi dinamici e gli stilizzati botta-e-risposta tra i personaggi ci rimandano immediatamente a quelli di Oscar Wilde, se non, addirittura, a un futuro Harold Pinter.

Vittoriane sono anche le tematiche sviluppate in questo romanzo, come la tirannia nelle sue forme più distruttive – qui ben incarnata dal personaggio di Horace Lamb, il dispotico capofamiglia –, le relazioni famigliari opprimenti, ma offre anche uno spaccato della società di fine Ottocento, in tutta la sua solidità effimera. Ci troviamo, così, davanti a un ritratto di un mondo fatto di dolore e crudeltà che pochi scrittori hanno saputo mettere a nudo in modo così diretto e trasparente.

La parola come tortura. “Servo e Serva” di Ivy Compton-Burnett

Leggendo Servo e Serva non possiamo non rimanere colpiti dalla presenza del tipico antagonista d’epoca vittoriana, ovvero il padre padrone, il già citato Horace Lamb. Horace è un uomo che oggi definiremmo “tossico”, non perché assuma sostanze (anche se forse in questo caso avrebbe costituito un notevole salto di livello), ma per il modo in cui avvelena l’esistenza di moglie, figli, personale di servizio e suo cugino Mortimer – di professione parassita squattrinato. Horace nasconde persino a sé stesso di essere, fondamentalmente, un taccagno egoista che tiene per sé il patrimonio della moglie e riduce la sua famiglia a fare economia fino all’osso. Egli rappresenta pienamente quell’ipocrisia tipicamente vittoriana che Compton-Burnett è così abile nel deridere e che verrà poi smascherata da Freud senza tanti complimenti: Horace bullizza moglie, figli e parentado, salvo credersi un modello di altruismo e spirito di sacrificio. Inutile dire che non ci mettiamo due minuti a detestarlo.

Di diversa pasta, invece, sono i personaggi appartenenti alla servitù, come i giovani Miriam e George, la saccente cuoca Mrs Selden e Miss Buchanan, gestore della drogheria del paese. Su tutti, però, spicca Bullivant, il maggiordomo e capo del personale di servizio, una figura autorevole, quasi rassicurante che ci ricorda Stevens di Quel che resta del giorno e Carson di Downton Abbey. Il fatto che un’autrice come Ivy Compton-Burnett decida di dare ampio spazio a questa classe sociale è già di per sé innovativo. Sono pochissimi, infatti, gli autori vittoriani che hanno dato voce a membri della servitù, con qualche eccezione, si pensi a Dickens, Trollope e, soprattutto George Moore. Questi personaggi si pongono in netto contrasto con la famiglia borghese qui protagonista. Bullivant e Mrs Selden si dimostrano di gran lunga più compassionevoli dei signori Lamb che, invece, sembrano essere paralizzati da una certa inettitudine e attaccamento al denaro.

Anche il lettore si sente paralizzato dalla difficoltà di questo testo non tanto per i contenuti, quanto per il modo in cui questi vengono presentati. I dialoghi interminabili e quasi asettici a cui si faceva riferimento all’inizio peggiorano la situazione. Compton-Burnett, infatti, concede ai suoi personaggi una letteralità estrema: per evitare di andare oltre il significato delle parole, le persone, qui, prendono alla lettera ciò che viene detto, mettendo in luce la superficialità e scarsa empatia nelle relazioni tra questi esseri umani.

 

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Non ci sono esagerazioni e nulla viene sminuito, il silenzio diventa l’unica arma di difesa o di attacco, come, ad esempio, succede quando i bambini “dimenticano” di riferire al padre che il ponte verso cui intende fare una passeggiata è pericolante, insinuando quasi di volerlo vedere morto nonostante i suoi recenti cambiamenti. I bambini stessi usano un linguaggio di un’onestà disarmante e disturbante, ne è un chiaro esempio il piccolo Marcus, 11 anni, quando dice, serenamente: «Spesso ho pensato che sarebbe stato meglio morire […] Adesso lo so con certezza». Mai prima d’ora nella letteratura – e forse anche nel mondo reale – ci aspetteremmo che un undicenne delinei i suoi sentimenti con una tale chiarezza e freddezza.

L’impressione generale è che la Ivy Compton-Burnett di Servo e Serva sia fermamente convinta che le parole non abbiano affatto uno scopo terapeutico, come oggigiorno siamo portati a pensare, ma che invece siano i principali strumenti di tortura di cui l’essere umano dispone e che non si fa tanti scrupoli a utilizzare. Di certo, è difficile per noi lettori non crederle, tanto che persino il lieto fine in questo romanzo ci risulta quasi sgradevole, fuori posto. Si fa davvero fatica a credere, dunque, che in questo universo possa esistere un “e vissero per sempre felici e contenti”.

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