La nuova schiavitù, dalla Romania fino in Sardegna
Tutto il mondo è paese. Ogni regione d’Italia ha la sua croce, il suo penetrante senso dell’ingiustizia sul lavoro. Anche la Sardegna, dove mi trovo per presentare Ghetto Italia, ha il suo principiante caporalato. Non in agricoltura, ma nella pastorizia: dove il disseccamento dell’attività e dell’economia si scarica sempre più su nuovi braccianti rumeni. Ne incrocio uno, che è qui con la famiglia al seguito, richiamato dall’ancestrale potere di un lavoro, quello del pastore, che evoca epoche lontane e scenari biblici.
«Come funziona, il sistema?»
Lui gratta per terra con uno scarpone, prima di rispondere. E sputa.
«Io vengo da un posto dove la pastorizia non c’è, ma non c’è nemmeno il lavoro come prima. Quando è finito il comunismo è finito tutto. Ero sposato e dovevo darmi da fare. Un amico sta qui da dieci anni, quasi, e mi ha detto che c’era lavoro. Altri se ne sono andati in Veneto. Ma lì le fabbriche chiudono. Le pecore restano»
La crisi pare essere diventato il movente per il ripristino delle vecchie economie (agricoltura, caccia e pesca): il ritorno del passato, anche nelle forme dello sfruttamento.
«Di chi sono le pecore?»
«Di un italiano. Lui ha molte greggi, ma non le governa più. È vecchio. Allora ci sono io e altri tre rumeni che facciamo i pastori. Stiamo fuori casa pure dieci o quindici giorni, nella zona di Alghero, e poi torniamo a casa»
Brevi transumanze per pascoli in un territorio sempre più abbandonato dal turismo fastoso di un decennio fa. Un paesaggio dove l’industria ha lasciato i suoi ruderi cadenti e i suoi veleni.
«Quanto ti paga?»
«Seicento euro al mese, e una parte del latte. Ma mi dà la casa. Me la sto comprando con paga»
«E al tuo amico, quello che ti ha chiamato, hai dato qualcosa?»
Esita. Si guarda intorno. Abbassa la voce e dice: «Mille euro, ma non gli devo più niente»
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Eccolo, infine, il sistema che si afferma. Siamo anche in Sardegna in presenza di un protocaporalato che media con la domanda di lavoro. È una forma illegale e criminale di controllo del mercato del lavoro da parte degli allevatori di ovini e di questi precaporali.
«Mi ha dato il lavoro, gli sono grato. Anche quando c’era il comunismo, era così»
Non ho motivo di dubitare della diffusione globale del sistema, perché questa nuova fase economica mondiale non si fonda sulla circolazione dei meriti, ma delle cattive pratiche e dello sfruttamento. Caporalato in tutti i settori pesanti, in tutti quei segmenti produttivi che necessitano di una fatica intensa, spossante. La pastorizia ne è un esempio.
«Rimarrai in Sardegna per sempre, allora»
Sì, dice di sì. Ha moglie e figli. Vive lontano dai centri abitati. Fruisce poco dei rari servizi messi a disposizione dalle amministrazioni pubbliche del territorio. La scuola, certo, e qualche volta un medico, ma niente altro. La sua è un’antichissima vita di solitudine, ma senza la poesia di un tempo: quella poesia che sorgeva dalle lunghe meditazioni sotto la luna, tra i nuraghi. La sorte dei sottopastori, così si chiamano in gergo con una punta di spregevole classismo, è affidata al volere dei padroni non meno di quella dei braccianti sparsi per l’Italia.
Siamo diventati il Paese europeo della nuova schiavitù: tutto per non rinunciare a un benessere che non esiste più.
«Voglio provare a chiamare qualche mio parente», dice e mi parla di un cugino più giovane che ha voglia di lavorare duramente.
«Ma non lo farai passare dal tuo amico»
«Vedremo», fa alzando una mano.
Vedremo, appunto, se prevarrà la rapacità del piccolo caporale o il buon senso di questo onesto pastore rumeno.
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