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“La moda è un romanzo” di Fabiana Giacomotti

“La moda è un romanzo” di Fabiana Giacomotti"In modo indiretto e forse involontario, i vestiti facevano anche una terza cosa: raccontavano agli altri la storia dell’anima che foderavano mettendo in scena gli sforzi di mentire di ciascuno”ha scritto Martin Amis e il saggio di Fabiana Giacomotti, La moda è un romanzo. Stile ed eleganza nei capolavori della letteratura (Cairo Editore, pagg. 301) ha il pregio di svelare insieme le mode e i moti d’animo dei personaggi che più abbiamo amato, ripercorrendo gli ultimi tre secoli della letteratura.

Nel 1958 lo scrittore Truman Capote e tre anni dopo lo stilista Hubert de Givenchy rendono immortale il tubino nero di Holly Golightly in Colazione da Tiffany,indossato da una seducente Audrey Hepburn. Un secolo prima Manzoni sceglie di presentare al lettore Lucia attraverso l’abito che indossa, il vestito tradizionale delle contadine del Seicento lombardo: “Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre […] portava un bel busto di broccato a fiori, con le maniche separate e allacciate da bei nastri: una corta gonnella di filaticcio di seta, a pieghe fitte e minute, due calze vermiglie, due pianelle, di seta anch’esse, a ricami”.

L’abito da ballo è da sempre stato oggetto di una speciale cura da parte degli scrittori. Al ballo Irène Némirovsky ha dedicato il racconto omonimo del 1928. Emma Bovary si prepara per il ballo alla Vaubyessard, indossando un abito color zafferano pallido, il suo colore preferito, e anche in quell’occasione traspare tutto il disprezzo per il marito:

 

Charles venne a baciarla sulla spalla.

“Lasciami” lei disse, “mi sgualcisci il vestito”.

 

Nel Gattopardo la bella e sensuale Angelica fa l’ingresso nella società palermitana con un abito indimenticabile – bianco e rosa – che contrasta terribilmente con il frac senza forma indossato dal padre, don Calogero, con le punte “delle falde che si ergevano verso il cielo in muta supplica”, “il colletto informe” e i piedi “calzati da stivaletti abbottonati” e non dagli scarpini di prammatica. Un frac metafora straordinaria di una classe sociale in ascesa, che possiede ricchezza, ma non stile.

Andrea Sperelli, il protagonista de Il piacere di D’Annunzio, nell’attesa di rivedere Elena Muti, ricorda i suoi stivaletti in un gesto di grande seduzione: “nulla eguagliava la grazia dell’atto che ogni volta ella faceva sollevando un poco la gonna ed avanzando prima un piede e poi l’altro perché l’amante chino legasse i nastri della scarpa ancora disciolti”.

“Con le sole pagine scritte attorno a un lembo di pelle intravisto sotto un négligé o una camicia da notte di seta si potrebbe riempire una biblioteca”– afferma la Giacomotti –, che ricorda le belle vestaglie di crêpe de chine della giovane Albertine proustiana e la brutta camicia da notte di flanella che Molly Bloom indossa per tutta la giornata, “i seni che fuoriescono, pesanti, dalla camicia larga”.

Impossibile pensare al giovane Holden senza il berretto rosso da cacciatore: “lo portavo con la visiera sulla nuca, cafone da morire, chi lo nega, ma mi piaceva in quel modo”.

Una minuziosa descrizione del cappello compare nel più celebre incipit di Flaubert, quando Charles Bovary entra per la prima volta in aula, il berretto sulle ginocchia: “si trattava di uno di quei copricapi non ben definibili, nei quali è possibile trovare gli elementi del cappuccio di pelo, del colbacco, del cappello rotondo, del berretto di lontra e del berretto da notte, una di quelle povere cose, insomma, la cui bruttezza silenziosa ha la stessa profondità d’espressione del viso d’un idiota”.

Parafrasando Oscar Wilde, “si può sempre dire dal cappello di un uomo se ha personalità o no”.

 

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