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“La luce sugli oceani” di M.L. Stedman

“La luce sugli oceani ” di M. L. Steadman

È un’Australia insolita, molto nordica e poco australe, quella che fa da sfondo a La luce sugli oceani, prima fatica letteraria di M.L. Stedman, un’Australia fatta di piccole cittadine in cui vige (del resto siamo nei primi decenni del Novecento) una mentalità di stampo vittoriano, peggiorata dagli odi scatenati tra Paesi dalla Prima Guerra Mondiale, ma questo è uno degli elementi di interesse di un romanzo struggente e sommesso, protagonista della fiera di Francoforte del 2011 e non a torto.

All’inizio degli anni Venti, Thomas, veterano della Grande Guerra, è tornato a casa in Australia, dove ha messo su casa come guardiano di un faro su un’isola con Isabel, conosciuta qualche tempo prima: i due si amano molto, ma la loro vita è turbata dall’impossibilità per lei, non più giovanissima, di riuscire a portare a termine una gravidanza. Pochi giorni dopo l’ennesima maternità negata, di cui, essendo isolati su un faro non hanno avvisato i parenti che aspettano ancora la notizia di un lieto evento, Thomas e Isabel trovano su una barca andata alla deriva un uomo morto e una neonata. Isabel decide di tenerla e chiamarla Lucy, facendola diventare la figlia che non ha mai avuto e Thomas non riesce a impedirglielo, perché ama molto sua moglie e perché si affeziona anche lui a quella bambina.

Ma su questa felicità ottenuta con l’inganno, sia pure per motivi d’amore, non si può scommettere, anche perché sulla terraferma c’è la mamma della bambina, Hannah, figlia di uno degli uomini più ricchi della comunità, che continua a voler sapere cosa è successo a suo marito, un uomo di origine tedesca detestato da tutti per motivi razzisti, e alla sua figlia appena nata, e le bugie hanno sempre le gambe corte, anche quelle fatte a fin di bene, tenendo conto che la legge può essere implacabile con chi mente, soprattutto se aveva ruoli di responsabilità sociale come il caso di Thomas come guardiano del faro.

Erede del feuilleton ottocentesco, con toni anche da legal thriller, La luce sugli oceani racconta una storia che poteva essere patetica e basta con perizia e senza mai scadere nel lacrimevole, anche se sa commuovere, portando in una vicenda in cui non ci sono buoni e cattivi, e dove qualsiasi scelta verrà fatta scontenterà sempre qualcuno, parlando di vita e d’amore, di morte e di sentimenti, esemplificati da quest’isola con il faro, baluardo ed emblema della voglia di vivere e d’amare di Isabel, Thomas, Hannah, Lucy e non solo.

Il tema di fondo di La luce sugli oceani riguarda la maternità e il desiderio della medesima, ponendo alcuni interrogativi attualissimi al giorno d’oggi, in tempo di maternità surrogate,
procreazione assistita, adozioni internazionali, famiglie alternative e allargate. Di chi sono i figli? Di chi li ha messi al mondo e magari poi li ha persi di vista, senza colpa magari, o di chi li ha cresciuti senza essere il suo genitore biologico? Un interrogativo senza una soluzione definitiva, e senza che ci siano ragioni e torti, perché sia Isabel che Hannah, a modo loro, sono mamme di Lucy, e tra di loro non ci saranno vincitrici ma solo vinte in questa vicenda di affetti sottratti e ritrovati, persi per sempre da entrambe le parti, per poi essere recuperati in un finale toccante.

Per chi ama le storie di sentimenti a tutto tondo, al femminile, e per chi vuole immergersi in un mondo lontano ma metafora del presente, originale e selvaggio come l’Australia.

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