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La felicità nel mondo: l'Italia è solo al 45mo posto

World Happiness Report 2013Già altre varie volte abbiamo riportato esempi, più o meno positivi, di investimenti pubblici, soprattutto dal punto di vista della cultura. Ma immaginiamo cosa potrebbe succedere se, d’ora in poi, i soldi pubblici venissero spesi con l’obiettivo di perseguire la felicità (dei cittadini, non dei parlamentari).

Potrebbe essere un valido spunto per i nostri politici in vista del 2014. Ideare, formulare e applicare provvedimenti in grado di aumentare la felicità del nostro Paese. E non si creda che si tratti di una boutade di fine anno, tutt’altro. La stessa Assemblea generale delle Nazioni Unite, nel 2011, ha approvato una risoluzione con cui invitava i Paesi membri a misurare il grado di felicità dei loro cittadini. Un concetto non così astratto, se si pensa che c’è chi lo insegna a scuola, e considerando che i padri fondatori degli Stati Uniti hanno dichiarato costituzionalmente inalienabile il diritto di perseguirla.

Il World Happiness Report, pubblicato dall’Sdsn, il Sustainable Development Solutions Network dell’Onu, secondo le intenzioni dell’Onu dovrebbe dare ai governi delle precise indicazioni di indirizzo per le proprie politiche al fine di aumentare il proprio sviluppo economico e sociale. L’indicatore, che in sostanza misura il progresso di un Paese, si basa su sei elementi misurabili, come il reddito effettivo pro capite, l’aspettativa di una vita in salute, l’avere qualcuno su cui contare, la libertà di scegliere, il livello di corruzione e la generosità della società in cui si vive.

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Una classifica, quella pubblicata quest’anno nel World Happiness Report 2013 (la seconda da quando è stato ideato il Report), nella quale l’Italia figura solo al 45° posto, ben distante dal vertice occupato, nell’ordine, da Danimarca, Norvegia, Svizzera, Olanda e Svezia, e dietro a Paesi come il Qatar, il Kuwait, Trinidad e Tobago e il Suriname. Pare che, rispetto a questi, infatti, i cittadini italiani interpellati abbiano dato un valore molto basso a libertà di fare le proprie scelte di vita, libertà dalla corruzione, generosità.

Che dire, come spunti di riflessione da cui partire per le prossime politiche di governo non sono certo male. Ma se per i primi due si può pensare, nell’ordine, di diminuire la burocrazia e di inasprire le pene, più arduo diventa il discorso sulla generosità. Servirebbe una vera e propria rivoluzione culturale, in grado di aumentare la ”charity”, la solidarietà, l’aiuto verso chi ha bisogno. Solo così l’indice del livello di felicità potrebbe soppiantare veramente il Pil, parametro ideato dopo la Grande Depressione del 1929 e la Seconda Guerra Mondiale per calibrare il crescente ruolo americano nell’economia mondiale, e dunque ormai datato, se non proprio superato.

Un buono proposito per il nuovo anno, dunque, sperando che non rimanga tale. Magari non basta, ma potrebbe essere un primo passo per ridare fiducia a un Paese che non solo a causa della crisi economica sembra non aver più voglia di pensare al proprio futuro.

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