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La dittatura neoliberale. “La scomparsa dei riti” di Byung-Chul Han

La dittatura neoliberale. “La scomparsa dei riti” di Byung-Chul HanNegli ultimi tempi vedo una pubblicità di Amazon con un papà che sta cullando durante la notte il figlio, mentre lui allo stesso tempo controlla sul suo smartphone il sito internet e sospira “Oh, che prezzo, che prezzo…”. Forse sono troppo vecchio ma questi spot a me danno molto fastidio, perché un rapporto fondante, come quello tra un padre e un figlio, viene “sporcato” dai soldi e dagli acquisti su un sito commerciale. Come se questo loro rapporto si costruisca sull’importanza fondamentale del denaro e dei prezzi ribassati. E soprattutto sulle cose. È questo il messaggio neoliberale che oramai dobbiamo sopportare, come un paesaggio immodificabile delle nostre vite, finendo con l’esserne sempre più condizionati? E a cosa possiamo affidare la nostra vita fuori da una compulsione agli acquisti, una compulsione che non ha nessuna giustificazione se non l’arricchimento delle grandi multinazionali?

Il filosofo coreano, naturalizzato tedesco, Byung-Chul Han tenta di riprendere quel filone di critica sociale che una volta apparteneva alla Scuola di Francoforte. La progressiva polemica del filosofo contro il regime neoliberista mondiale si concretizza anche nel libro La scomparsa dei riti. Una topologia del presente, edito da Nottetempo (traduzione di Simone Aglan-Buttazzi), come la stragrande maggioranza dei titoli italiani. Il rito, come dice Han, è un’azione simbolica che tramanda e rappresenta i valori fondamentali di una comunità. Oggi nel mondo c’è una penuria sempre più forte di riti che consentano di guidare in modo concreto e fondamentale la nostra vita, che ci permettano di avere un paesaggio riconoscibile e assolutamente condiviso con gli altri. Questi riti sono stati quasi completamente cancellati dal regime neoliberista che ha fatto piazza pulita di tutti quei paletti che consentono alla specie umana una vita più degna, più umana. Più consapevole. Siamo spinti dal desiderio di comprare tutto quello che ci viene detto di desiderare (il capitalismo è diabolico in questo). La società attuale si fonda sull’economia del desiderio, scrive Han, per questo è incompatibile con la società rituale:

«Oggi il mondo è assai povero di simboli: i dati e le informazioni non possiedono alcuna forza simbolica, per cui non consentono il riconoscimento. Nel vuoto simbolico si perdono quelle immagini e quelle metafore capaci di dare fondamento al senso e alla comunità, stabilizzando la vita… I riti si lasciano definire nei termini di tecniche simboliche dell’accasamento: essi trasformano l’essere-nel-mondo in un essere-a-casa, fanno del mondo un posto affidabile.»

 

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Non ci dev’essere nessuna stabilità, mi vien da pensare, per un padre che deve cullare il proprio figlio e cercare su Amazon il miglior prezzo disponibile di un qualsiasi bene che il sistema ti ha chiesto di desiderare, perché non c’è nessuna libertà ad andare a cercare dei beni che magari metterai dopo qualche minuto in un angolo della casa, a prendere polvere. Siamo oramai dei consumatori compulsivi di tutto e alla fine di niente, perché le cose di oggi saranno intercambiabili e non faranno mai sentire a casa gli esseri umani:

«La comunicazione digitale è una comunicazione estensiva: non produce relazioni, solo connessioni… Cancella consapevolmente la durata per costringere a un maggior consumo. Il costante update, che è arrivato a riguardare tutti gli ambiti della vita, non consente alcuna durata, alcuna conclusione.»

La dittatura neoliberale. “La scomparsa dei riti” di Byung-Chul Han

Il regime neoliberista, con l’appendice esagerata dei social media, accentua a dismisura l’aspetto narcisistico dell’esistenza. La società è oramai fatta di egoriferiti, gente innamorata della propria immagine e delle proprie cose che non ha capito quanto perda nell’aver consentito a distruggere la stragrande maggioranza dei riti e a inseguire “i like, i friend e i follower”:

«Oggi il mondo non è un teatro in cui s’interpretano ruoli e vengono scambiati gesti rituali, bensì un mercato sul quale ci si mette a nudo e ci si esibisce. La rappresentazione teatrale cede il passo all’esibizione pornografica del privato.»

 

Nello stesso tempo viene erosa qualsiasi forma di eccesso e stravaganza, tutto ammorbidito dai mille tentacoli del sistema neoliberale. La trasgressione non è più possibile, se non quella autorizzata di un Achille Lauro che mostra cose che farebbero sorridere il David Bowie dei primi anni Settanta. Perfino i film di Marco Ferreri sarebbero oggi impensabili. Non parliamo poi di Buñuel. Anaïs Nin e Henry Miller forse oggi non potrebbero scrivere, anzi potrebbero non trovare un editore disposto a pubblicarli. Siamo colpiti da una globalizzazione che cancella tutte i particolarismi locali, le culture locali per consentirci di vivere in un enorme, immenso ipermercato:

«Il capitale non riposa, secondo la proprio natura deve di continuo lavorare ed essere in movimento, e l’essere umano finisce per assomigliargli nel momento in cui smarrisce ogni capacità di riposare in maniera contemplativa.»

La dittatura neoliberale. “La scomparsa dei riti” di Byung-Chul Han

Così tutte le nostre esistenze devono essere destinate al lavoro e alla sua formazione/aggiornamento; la cultura fine a sé stessa, giocosa ma profonda, è inservibile per il sistema che cerca ancora di più di emarginarla. Dobbiamo pensare ad essere consumatori in tutte le giornate della nostra vita, con i social media, con la televisione che ci spingono a comprare e ad essere inseriti nel sistema neoliberale:

«Nella cultura dell’informazione viene a mancare la magia fondata sul significante vuoto. Oggi viviamo in una cultura del significato che toglie ai significanti la forma considerandola qualcosa di puramente esteriore rispetto a essi, una cultura avversa al godimento e all’estetica.»

 

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Oramai viviamo in una terra dove sono stati quasi completamente tolti i percorsi che ci ricollegavano ai riti (religione, politica e altre forme rituali che ci facevano aggregare e avere dimestichezza con la parola “noi”). Oggi siamo immersi in un rumore di fondo che ci impedisce di appartarci con noi stessi e vivere la vita in modo diverso da quello che ci dice la pubblicità e i grandi mezzi di comunicazione. Siamo connessi 24 ore al giorno, con giga per tutti e una povertà intellettuale che fa spavento; siamo individui che si aggirano per un mondo estraneo e difficile, con la solitudine che la fa da padrone. In una recente intervista il grande regista Werner Herzog indica come l’attuale periodo sia affetto da una stagione di solitudine esistenziale:

«Sono convinto che il XXI secolo sarà un’epoca di solitudini, che ci obbligherà ad assistere a un curioso paradosso: a causa di questo enorme incremento di mezzi di comunicazioni, diventeremo più soli. Non saremo isolati, ma saremo profondamente, filosoficamente ed esistenzialmente soli


Per la prima foto, copyright: Xavi Cabrera su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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