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La densità dei rapporti umani raccontata da Raffaele Notaro

La densità dei rapporti umani raccontata da Raffaele NotaroDensità è l’interessante romanzo d’esordio di Raffaele Notaro, giovane editor romano, che ci racconta una storia di adolescenti incompresi e di famiglie che faticano a comunicare in un immaginario borgo, rappresentazione fedele della provincia italiana con tutte le sue contraddizioni.

Gli abitanti di Castel Carpino non riescono ad accettare che Filippo, ragazzo di buona famiglia e promettente nuotatore, si sia suicidato. Ma se invece fosse stato ucciso?Mentre le forze dell’ordine interrogano le persone che frequentavano Filippo, le voci corrono e fra i compaesani si fa strada il sospetto che Gabriele, il miglior amico del ragazzo, possa essere in qualche modo responsabile della sua morte, o almeno che sappia qualcosa che non vuole rivelare. Erano in tanti, in realtà, a essere gelosi di questa amicizia intensa e speciale fra Filippo, bello, ricco, ottimo studente e atleta, e Gabriele che è goffo, insicuro e deve gestire un serio problema di apprendimento. Solo Angela, la madre di Gabriele, tenta in qualche modo di proteggere il figlio dal muro di ostilità che si fa sempre più pesante, anche se, a sua volta, deve convivere con una pesante eredità personale. Ad aiutare Gabriele a liberarsi dai sospetti che aleggiano nel mondo degli adulti saranno però due compagni di scuola, il rivale sportivo di Filippo e la ragazza che ne era innamorata.

Densità (edito da Mondadori) è un romanzo che affronta tanti temi: prima di tutto le difficoltà dell’adolescenza e la profondità delle amicizie che nascono a quell’età, ma anche la pesantezza della vita in una certa provincia, unita all’incapacità di molti adulti ad ammettere che la realtà può essere diversa da come la vorrebbe un mondo costruito sui pregiudizi. Ne abbiamo parlato con Raffaele Notaro in quest’intervista.

 

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Perché la storia che racconta in questo libro le ha suggerito il titolo Densità?

Densità descrive molto bene i sentimenti che madre e figlio, protagonisti del romanzo, vivono all’indomani della tragedia che dà inizio alla storia. Una differenza di densità permette a due mari di incontrarsi senza che le loro acque si confondano: è questo il senso dell’amicizia così profonda tra Gabriele e Filippo, nessuno ha cercato di cambiare l’altro, anzi gli ha permesso di esprimere anche cose che teneva nascoste, come le difficoltà di Gabriele con la lettura e la scrittura. Densa però è anche la massa di dolore che ricopre il passato di Angela, madre di Gabriele, e che si porta dietro conseguenze sul presente e sul rapporto con i suoi concittadini: questi ultimi, infatti, non ci mettono molto a voltarle le spalle e isolarla quando, a causa di un pettegolezzo, per il paese si sparge la voce che a uccidere il brillante Filippo sia stato il goffo e incapace Gabriele.

 

Dal suo romanzo emana prima di tutto una sensazione di incomunicabilità: siamo in un paese in cui le voci corrono senza freni, eppure i personaggi principali sembrano incapaci di comunicare fra loro e di dirsi le cose veramente importanti. È così?

Comprendersi è un meccanismo misterioso. Spesso, nonostante ci sia chiaro il significato delle parole, non riusciamo a entrare in sintonia con il messaggio e con il suo portatore. E questo dipende anche dal modo in cui veniamo in contatto con gli altri. Esiste una grammatica affettiva con cui comunicare sentimenti, stati d’animo, dolore, che però, soprattutto in rapporto al maschile, non sappiamo come usare. I giovani protagonisti di Densità non sanno come comunicare le cose veramente importanti perché la società non gli ha fornito gli strumenti linguistici e culturali per condividere sentimenti complessi come l’elaborazione del lutto, la mancata adesione ai modelli, la difficoltà di crescere sentendosi inadeguati. E questo riguarda anche gli adulti.

La densità dei rapporti umani raccontata da Raffaele Notaro

In particolare, appare abbastanza sconcertante la mancanza di comunicazione tra le generazioni: comunemente si pensa che nelle famiglie di oggi i rapporti siano più facili rispetto al passato, eppure sia i genitori di Filippo, sia quelli di Gabriele sembrano del tutto incapaci di comprendere i problemi dei loro figli. Cosa manca in queste famiglie?

In un punto centrale del romanzo scrivo che dopo essersi affannati a cercare la verità dietro il suicidio del ragazzo d’oro nessuno è pronto ad accettarne le conseguenze. Questo perché dagli altri cerchiamo conferme a quello che pensiamo, non vogliamo essere smentiti perché accogliere una visione diversa dalla nostra genera uno sforzo e ci chiede in cambio qualcosa. La complessità dei ragazzi protagonisti è interpretata dagli adulti come una fastidiosa fragilità. In questo romanzo descrivo un ambiente in cui gli adolescenti, soprattutto i maschi, devono essere vincenti, brillanti, virili, e se questo non accade sono le famiglie in primis a vergognarsene. In queste famiglie mancano modelli genitoriali che non siano viziati dalle aspettative sociali e che quindi siano pronti ad accogliere tutte le caratteristiche personali e uniche dei loro figli.

 

La vita di provincia, con il suo connubio perenne tra spirito di solidarietà fra gli abitanti e al tempo stesso vocazione alla maldicenza, mi è sembrata la grande protagonista di questo romanzo. Gli stessi avvenimenti in un contesto più ampio – anche solo in una cittadina di medie dimensioni – avrebbero avuto un peso diverso?

Il tessuto urbano delle province ha maglie più strette. Tutto ci riguarda perché tutto avviene più vicino a noi, non solo fisicamente. Le storie famigliari si sovrappongono, i legami nel tempo si sedimentano, si ereditano. Per questo il sentore locale si comporta come una massa viva, mobile, capace allo stesso tempo di grandi atti di solidarietà e della più feroce maldicenza. È un tratto in comune di tutte le province d’Italia, e più che farci rabbia dovrebbe farci tenerezza perché è una strategia di sopravvivenza: in molti di questi territori la Storia nazionale non è mai arrivata, ne sopravvive una seconda, gregaria, che si nutre dei racconti collettivi per continuare a tessere la sua cartografia emozionale.

 

Ho trovato molto interessante la parte in cui Gabriele cerca di focalizzare i suoi problemi di apprendimento. Come mai ha scelto di dare al protagonista questa caratteristica?

Mi sono servito della dislessia come medium letterario perché il suo funzionamento racconta molto bene il cortocircuito tra linguaggio e cultura. Ho scelto i disturbi dell’apprendimento per il mio protagonista soprattutto per una questione di percezione e pressione sociale sulle non conformità: solo nel 2010, con la legge 170, si chiarisce che questi disturbi non riguardano un deficit cognitivo. Nello stesso tempo, secondo me, si fa un salto ulteriore: si riconosce per la prima volta che intere generazioni di studenti e studentesse, colpevolizzati per una presunta svogliatezza, per una mancanza di impegno, e considerati responsabili della scarsità del loro rendimento, sono in realtà stati lasciati indietro perché invisibili per il sistema scolastico.

Mi interessava raccontare proprio questa sproporzione tra parole inaffidabili e una realtà che non è in grado di rappresentare tutti.

 

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Il personaggio di Angela, con la sua difficoltà a costruirsi una vita serena, mi ha fatto riflettere sui tanti sopravvissuti ai disastri come terremoti o alluvioni, e a come sia doloroso andare avanti dopo certe tragedie. Forse, dopo un dramma, cerchiamo soprattutto di dimenticare e finiamo per sottovalutare la sofferenza delle persone maggiormente colpite che, come Angela, finiscono per sentirsi abbandonate?

Il dissesto idrogeologico del nostro Paese non riguarda solo la fragilità del territorio e delle infrastrutture, mette in crisi la relazione stessa tra individui e ambiente. Ci sono zone in cui la ricostruzione è impossibile, e ciò costringe chi quelle zone le vive ancora a una doppia perdita: oltre quella della proprietà materiale, si perde il racconto collettivo, si arresta la storia locale perché interrotta con la tragedia. E anche se resiste un certo ideale patrio di appartenenza, si sgretola il legame materno con la geografia territoriale, trasformando le vittime in profughi senza migrazione. Quello che cerca di riportare in superficie Angela, in un significativo passaggio del romanzo, è un sentimento che tutti abbiamo provato: recuperare il filo della nostra storia personale e intrecciarlo con il luogo in cui siamo nati.

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Per la prima foto, copyright: Thiago Barletta su Unsplash.

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