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“La collera” di Andrea Di Consoli

“La collera” di Andrea Di ConsoliChe La collera di Andrea Di Consoli (Rizzoli, 2012) sia romanzo ambiziosissimo lo si intuisce sin dalla dedica in calce con la quale l'autore chiama in causa «chi non ha paura di fare i conti» con l'«eterno fascismo degli italiani», amaramente già denunciato da Carlo Levi nel suo Cristo si è fermato ad Eboli (1944); in quell'Italia dove, gli farà eco più tardi il Candido (1977) di Sciascia, «non finisce mai niente». Ma si sbaglierebbe a considerarlo soltanto come l'ulteriore prova ascrivibile alla già cospicua e fortunata schiera del romanzo meridionalista, ché il libro è sì questo, ma anche altro. All'implicito racconto civile fa infatti da cassa di risonanza, la forza di un destino che s'impone, l'inesorabile consumarsi di una caduta che dura un'intera vita, la tragedia ottusa e affatto priva di catarsi del calabrese Pasquale Benassìa. Mosso da un inestinguibile furore che lo induce a sposare il partito preso di rinnegare tutto e tutti, ad avere in spregio non soltanto la propria terra ma persino la famiglia d'origine, Pasquale consuma la sua vita a concepire un superiore piano di emancipazione, concentrato com'è nella sua «religione individuale» che, considerando il socialismo la «questua degli esseri inferiori» e il capitalismo il «privilegio ottuso» d'una borghesia ignava, trova in un fascismo assoluto il dogma fondamentale, l'essenziale principio filosofico, palese solitaria ambizione di giustizia e di grandezza («Il fascismo è una pistola di compressore d'aria infilata nel culo delle persone»). L'occasione di elevarsi al di sopra della sua «miserabile storia pastorale» arriva negli anni Settanta quando va a lavorare in catena di montaggio alla Fiat di Torino, ennesimo "operaio meridionale inurbato". Qui, ostile ad ogni movimento o rivendicazione operaista, si sottomette alla legge della fabbrica, inizia a studiare filosofia, si fidanza con una maestrina di Rivoli; ma a spazzar via l'embrionale palingenesi interviene il casuale incontro con un'avvenente e disinibita ragazza siciliana con la quale finisce a letto in una squallida pensione, per due notti di fila. Al terzo incontro, inspiegabilmente, la ragazza non si fa trovare all'appuntamento, Pasquale viene avvertito di essere braccato da certi siciliani che gli vogliono fare la pelle, e la sorte gli apparecchia la sua prima morte in vita: la condanna di dover far ritorno in Calabria, al Paese dei Mori, nuovamente risucchiato nell'utero della disdegnata terra d'origine, proprio quando sembrava essersi affrancato dal grave destino inscritto nella «stimmate geografica».

Ma cosa riesce a rivelare Di Consoli ripercorrendo a grandi balzi, quasi con rabbia antagonista, la vicenda umana di una figura così sgradevole, fin nelle sembianze (grasso, catarroso, per certi versi bestiale)? Autodidatta la cui intelligenza vivacissima non riesce a secernere che escrezioni d'infelicità, al disprezzo degli altri non accompagna il necessario houllebecquiano odio di sé (si rammenti l'Houllebecq degli esordi poetici di Rester vivant), inconsapevole di dover essere, per se stesso, nel suo spericolato progetto di vita, insieme piaga e coltello. Invischiato entro un orizzonte di autoassoluzione, non sarà perciò mai in grado di veramente svicolare dall'«assurdo inferno terreno» nel quale ha deciso di relegarsi, esaurendo la sua parabola, da aspirante superuomo che era, in ridicola macchietta («annoi!», così lo chiamano al paese). E il ricordo di lui evaporando, nella circolare conclusione del romanzo, nell'oblio di «un tramonto da bestia macellata» a suggerire (nella ripresa d'un verso de La luna dei Borboni di Vittorio Bodini che compare significativamente già in epigrafe al libro) il paradosso d'una vita, nonostante gli sforzi, obliterata, e di un paesaggio la cui aridità è da leggersi come correlativo oggettivo di un destino di drammatica stagnazione spirituale e storica.

Può darsi noccia al romanzo quel correre dritto, come si trattasse di dimostrare un teorema matematico, verso il tutto sommato prevedibile finale della storia. Epperò, il libro di Andrea Di Consoli ha il merito non soltanto, in tempi di entropica deriva ideologica, di rammentare che tutte le idee, incarnate in un destino, «diventano qualcos'altro», «un abito superfluo, un'apparenza», ma soprattutto di aver dato vita a un personaggio la cui furente ottusità risulta assai emblematica, restituendo il canceroso humus di certo fascismo culturale, o per meglio dire antropologico, dell'italiano. Di come esso origini, come per primo intuì il tanto bistrattato Borgese, da un'involuzione di natura tutta «mentale» e «sentimentale», tale da cristallizzarsi in condizione esistenziale e sovrastorica; un insidioso "peccato della ragione" il cui baratro può sempre ripresentarsi anche in tempi, come i nostri, di apparente e disinvolta emancipazione culturale.

Ecco che La collera, in conclusione, può esser letto come libro di speciale e spietata autobiografia nazionale, il rabbioso monito d'uno scrittore civile, capace di offrire, con la vita esemplare di Pasquale Benassìa, il ritratto di uno dei tanti figli di un'Italia «che correva e che, correndo, dimenticava di prendersi cura del proprio destino e del proprio corpo». Non si può non andare col pensiero alle troppe macerie della nostra storia più recente e a quegl'italiani che ci hanno governato nell'ultimo ventennio.

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