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“La bambina numero otto”, il romanzo che parla col cuore

“La bambina numero otto”, il romanzo che parla col cuoreLa bambina numero otto è l’esordio della scrittrice americana Kim van Alkemade, edito in Italia da BookMe (De Agostini) nella traduzione di Sabina Terziani.

La storia non è certo allegra, anzi ambientata fra orfanotrofi, fughe, punizioni, esperimenti nel periodo che vide l’America passare dai pionieri dell’oro alla grande depressione, dalla seconda guerra mondiale agli anni Cinquanta. Ci si chiede allora perché raccontare una storia che inizia nel 1919 e si prolunga fino al 1954.

È un lasso di tempo di settant’anni, in cui la gente moriva quotidianamente di febbre biliare, polmonite asintomatica, parotite, paralisi, febbre tifoide e tubercolosi. E come venivano curate le tonsille in quegli anni, forse con i raggi X?

Sembra troppo distante dalle nostre terapie laser, dai progressi medici e chirurgo-plastici del nostro secondo decennio del Duemila, ma non lo è se ci immergiamo in quel mondo con l’animo e lo spirito di scoprire come si vivesse a quel tempo, come visse in particolare il nonno della stessa scrittrice: Victor Berger.

È il paratesto a darci la chiave di lettura della storia e nel contempo è anche la dedica al nonno naturale dell’autrice.

I luoghi, i costumi ebraici, le regole e le vicende di cui si parla in questo romanzo sono state tramandate, sono state raccontate, insomma sono vere. L’infanzia e la prima adolescenza della protagonista Rachel Rabinowitz non sono molto dissimili dalle vite dei bambini del brefotrofio ebraico di quegli anni. Proprio perché la fantasia della penna può aver inventato i colori, i particolari e l’aspetto fisico dei fanciulli, ma non può aver distorto la loro povera condizione, questa storia colpisce ancora di più il lettore moderno.

Ricerca nel passato sofferente del nonno per la scrittrice e immersione nei ricordi dolorosi per la protagonista Rachel. In parallelo autrice e protagonista, altrettanto in parallelo lo sviluppo narrativo, con il narratore che si sdoppia: Rachel infermiera adulta, ben voluta, affetta da un tumore e da alopecia, che si rivolge al lettore in prima persona, Rachel bambina abbandonata e indifesa di cui ci narra le traversie in terza persona il narratore onnisciente.

Solo un nome può ricongiungere i due piani temporali e le due vite tanto differenti: Milfred Solomon, la dottoressa che con materno atteggiamento effettuava esperimenti con i bambini del brefotofrio, non per amore nel cercare le cure adatte a ridar loro un sorriso, ma per avidità di carriera personale in nome della Dea scienza. Terapie disumane come l’uso diretto di raggi X per curare le tonsille, eseguite con orgoglio e corroborate da statistiche scientifiche, totalmente disinteressate al futuro di questi fanciulli, che non avevano famiglia, né nome e cognome, erano numeri (“numero otto” reca il titolo) come le cavie da laboratorio.

Per un caso bizzarro del destino proprio la dottoressa (come voleva essere chiamata lei) si ritrova paziente affetta da una malattia grave e quindi ormai prossima a morire, ospite presso la casa di cura dove vi lavora Rachel da infermiera.

Da quel nome comincia la ricerca nel proprio passato, ben oltre il limite imposto dalla memoria e la scoperta a cui giunge Rachel è devastante. Che fare di quella vecchia avvizzita al capezzale di un letto? Accusarla, obbligarla a riconoscere il danno a cui portarono i suoi fantomatici esperimenti oppure odiarla e portarla lentamente fino alla morte?

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“La bambina numero otto”, il romanzo che parla col cuoreLa bambina numero otto di Kim van Alkemade è un romanzo drammatico e storico allo stesso istante, narrato con pochi tocchi descrittivi, ma essenziali, mai prolisso o troppo infarcito, figlio di una penna sensibile, chirurgica e poetica, le cui pagine scorrono una dietro l’altra senza mai disorientare. Capace di trasmettere la drammaticità della storia, ma di farlo con un sorriso di compartecipazione per la povera orfanella, senza che diventi pietà, è presa di coscienza della bramosia umana. Le cure di cui oggi la medicina si vanta sono figlie delle disgrazie di altre persone che non abbiamo conosciuto, di cui non sappiamo i nomi, ma che per la scienza rappresentarono o forse rappresentano (nessuno ci vieta di ipotizzare cosa accada in certi continenti e certi ospedali) un numero su cui sperimentare il futuro.

Non bastarono a quel tempo gli esperimenti inverosimili dei campi di concentramento, come giustamente obietta Rachel quando paragona la dottoressa al carnefice nazista Mengele, si fecero anche quelli su vittime innocenti come lei, dannandole la vita per un’alopecia mai più guarita, per gli sberleffi a cui poi fu sottoposta e per quella femminilità che le fu negata per sempre.

Non c’è solo il raffronto diretto fra vittima e carnefice, Rachel – Solomon, ma dietro a questo romanzo corposo c’è una storia emozionante e difficile. Due fratelli separati da piccoli, a causa di un padre omicida (come non vedervi attinenze con il mondo attuale), una figura materna scomparsa in un lago di sangue e una famiglia dolce e amorevole spezzata in un giorno. Così Rachel e Sam si dividono per anni e ogni volta che si rincontrano sono emblemi di vite diverse e caratteri differenti: lei sempre debole e affettuosa, lui distaccato e protettivo, più razionale e coraggioso. Non un amico a cui confessarsi, ma una spalla su cui appoggiarsi.

Infatti come rivelare a lui, come al mondo intero la passione di lei per Naomi, la ragazzina dell’orfanotrofio che diventerà poi la donna compagna della stessa protagonista.

Resta da chiedersi se sia proprio per il suo aspetto, poco femminile, che la stessa Rachel abbia scelto di amare una donna anziché un uomo. Così al dramma estetico si aggiunga pure la contumacia a cui era condannata una ragazza “di sessualità diversa” negli anni del dopoguerra.

Sono molteplici i punti di vista da cui analizzare e apprezzare questo romanzo che incanta il lettore, non usa analessi o tortuosi percorsi, si fonda su due piani temporali e su una linearità consequenziale, ma non è asciutto, è pulsante di vita, come se la stessa scrittrice nel rovistare nel passato del nonno si sia atteggiata nello stesso modo con cui Rachel rovista nel suo.

Cosa resta da dire all’essere umano? La scrittrice americana non dà riposta, aiuta a riflettere: davvero la nostra mente agisce solo per scopi turpi e lucrosi, sarà così per sempre? Ad oggi nel Duemila il cancro è la peste del nostro secolo e nonostante notizie false o vere una cura universale non esiste. Quanta colpa ha l’uomo in tutto ciò? Siamo solo un numero su cui fare esperimenti, veder soffrire con dolori laceranti e dover ingannare con false promesse? O abbiamo una nostra storia personale, ci chiamiamo anche noi Rachel Rabinowitz e abbiamo una dignità da rispettare?

Così quel numero, quasi da campo di concentramento e quella copertina senza volto disvelano l’ansia di chi immaginava un romanzo drammatico e rivelano la bellezza dell’abbraccio commosso che ognuno di noi vorrebbe dare a questa dolcissima e sfortunata donna: Rachel Rabinowitz.

Non solo le storie liete commuovono chi legge, anche quelle amare e dolorose, quelle scritte col cuore, quelle come La bambina numero otto di Kim van Alkemade.

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