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“L’ultimo soldato di Mussolini” e la Repubblica di Salò. Intervista ad Andrea Frediani

“L’ultimo soldato di Mussolini” e la Repubblica di Salò. Intervista ad Andrea FredianiL’ultimo soldato di Mussolini (Newton Compton, 2021) è il nuovo romanzo di Andrea Frediani, storico e autore di diversi saggi, passato con grande successo negli ultimi anni alla narrativa. Se negli anni passati ci ha offerto romanzi ambientati soprattutto nel mondo antico, con questa nuova opera non teme di collocare i suoi personaggi in un momento cruciale della storia italiana del Ventesimo Secolo, vale a dire il biennio 1943-45 che vide la costituzione nell’Italia settentrionale della Repubblica di Salò, estremo tentativo del regime fascista di resistere all’avanzata delle truppe alleate.

Ulisse Savino, il protagonista, è un fascista convinto, appartenente alla milizia, che rimane spiazzato dall’armistizio dell’8 settembre 1943 e che, indignato per l’arresto di Mussolini e per la fuga del re da Roma, cerca un modo per raggiungere il fronte e combattere gli Alleati. Crede di averlo trovato aggregandosi alla legione d’assalto Tagliamento, ma ben presto si rende conto che, anziché essere mandati al fronte, lui e i suoi compagni sono destinati a prendersela con i partigiani e con la popolazione civile, tra rastrellamenti, confische di generi alimentari sempre più scarsi in un paese stremato dalla guerra e fucilazioni di chi è sospettato di parteggiare per il nemico: così, di fronte a certe situazioni e soprattutto alla ferocia, spesso del tutto gratuita, di molti suoi commilitoni, Ulisse inizia ad avere qualche dubbio sulle scelte che ha compiuto.

Andrea Frediani ha gentilmente risposto a qualche domanda su questo suo nuovo romanzo.

 

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Lei ha scritto molti saggi storici, in gran parte dedicati alla storia antica, per poi dedicarsi anche al romanzo di genere storico. Cosa l’ha spinta ad aggiungere l’invenzione alle ricostruzioni delle realtà passate?

In realtà ho sempre considerato i saggi un prodromo alla mia futura attività di romanziere, che era ciò che volevo davvero fare. Ma poiché sono di estrazione accademica, il primo, naturale passo erano i saggi, che mi hanno aiutato ad approfondire gli argomenti su cui mi sono specializzato col tempo. E credo che così dovrebbe essere, per chiunque ambisca a ricostruire epoche diverse dalla nostra con cognizione di causa, senza improvvisarsi come storico. E poi, con i saggi osservo la storia “dall’alto”, attraverso le fonti che narrano delle gesta dei personaggi di rilievo, mentre con i romanzi posso scrutarla “dal basso”, attraverso il punto di vista della gente comune, che spesso è protagonista della vicenda. Quindi, in un certo qual modo saggi e romanzi sono complementari, almeno per me.

“L’ultimo soldato di Mussolini” e la Repubblica di Salò. Intervista ad Andrea Frediani

Nella sua narrativa prevalgono ambientazioni in epoche orami molto lontane da noi, mentre L’ultimo soldato di Mussolini ci parla di fatti recenti, di cui abbiamo ancora dei testimoni viventi. C’è un motivo particolare che le ha fatto scegliere di fermarsi per una volta al passato prossimo anziché risalire a tempi più remoti?

A me la storia piace tutta. Alla maturità mi sono diplomato con una tesina sul nazismo, mentre all’università mi sono laureato con una tesi in storia altomedievale. Ho scritto soprattutto di storia antica perché è ciò che mi chiedeva l’editore, ma col tempo ho avvertito sempre di più il desiderio di dire la mia sugli argomenti che sono tuttora oggetto di dibattito, quelli di cui parla la gente. Per questo l’anno scorso ho scritto Il bibliotecario di Auschwitz: per dire la mia in un periodo in cui il negazionismo sta emergendo in modo prepotente. E per questo ho scritto L’ultimo soldato di Mussolini: la guerra civile non è stata ancora metabolizzata e il dibattito sul fascismo è ancora molto attuale. E devo dire che mi sento molto più coinvolto su questi argomenti…

 

La costituzione della Repubblica Sociale Italiana è considerata una delle pagine peggiori del nostro passato, e ancora pochi anni fa ci sono state accese discussioni sull’opportunità o meno di rendere omaggio ai suoi caduti in occasione delle cerimonie istituzionali. Qual è l’atteggiamento migliore da tenere, secondo lei, nei confronti di chi ha combattuto dalla parte sbagliata della Storia?

Di solito, chi dà giudizi tranchant su internet rivela una scarsa conoscenza sull’argomento del quale pontifica. Se lo conoscesse, non ragionerebbe in termini di bianco e nero ma con una scala di grigi. Io stesso ho affrontato la stesura del libro convinto che neanche si potesse parlare di guerra civile, ma solo di guerra di liberazione contro un regime di occupazione e i suoi collaborazionisti. Ma poi, approfondendo l’argomento, ho visto che, come scrive Pavone nel suo celebre saggio, in Italia allora di guerre ve ne furono tre: guerra civile, guerra di liberazione e guerra di classe. E ho appurato che non tutti quelli che hanno aderito alla parte sbagliata erano delinquenti, ma che potevano avere le loro personali motivazioni, in quel caos che si determinò dopo l’8 settembre: c’era il civile cui gli angloamericani avevano bombardato la casa e che non avrebbe mai combattuto al loro fianco; il soldato che si vergognava di combattere per un re e dei generali che lo avevano abbandonato; il ragazzino indottrinato dalla propaganda del ventennio, l’italiano medio terrorizzato dall’eventualità di una rivoluzione comunista… E molti di costoro si sarebbero alleati anche col diavolo, pur di avere la loro rivalsa. E poi, va detto che ora noi abbiamo una prospettiva storica che ci permette di valutare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ma sul momento le decisioni si prendevano sospinti innanzitutto dall’emotività. Quindi bisogna porsi davanti all’argomento in modo critico e analitico, senza fare di tutta l’erba un fascio (appunto)… anche se indigna sapere che gli unici criminali di guerra che hanno pagato sono stati quelli giustiziati sommariamente dai partigiani all’indomani del 25 aprile, mentre tutti quelli processati e condannati, anche a morte, si sono fatti un paio d’anni di galera e poi hanno potuto riprendere tranquillamente la loro vita grazie all’amnistia Togliatti…

“L’ultimo soldato di Mussolini” e la Repubblica di Salò. Intervista ad Andrea Frediani

Finora gli scrittori che hanno scelto come ambientazione delle loro storie il periodo della RSI ci hanno raccontato esclusivamente il mondo e le idee dei partigiani. Scegliendo di eleggere a protagonista un personaggio come Ulisse Savino pensa di aver in qualche modo infranto un tabù?

Non direi. Esistono diversi romanzi di reduci, a cominciare da quello di Mazzantini, A cercar la bella morte, e quello di Rimarelli, Tiro al piccione. Ovviamente non si tratta di ricostruzioni, ma di ricordi piuttosto edulcorati, sebbene critici e amari verso il regime cui i protagonisti avevano scelto di aderire. Anche il mio protagonista possiede una coscienza critica, ma è scaturito dalla mente di un autore che possiede una prospettiva storica, perché scrive a grande distanza dagli eventi e senza avervi partecipato in prima persona. Quindi, per intenderci, non ho moventi reconditi che mi inducano a nascondere o modificare qualcosa: cerco, piuttosto, di restituire una visione obiettiva degli eventi e del clima dell’epoca. Alla fine, possiamo dire che non ho infranto un tabù ma ho “aggiornato” la visione dell’altra parte, entrando nella mente di un repubblichino senza farmi condizionare da un bagaglio di parte, da delusioni emotive, da esperienze vissute, come gli autori che ho citato prima. E forse ce n’era bisogno: descrivere gli eventi partendo da una scelta che la storia ha dimostrato essere fallimentare per poi arrivare, in un ideale viaggio interiore (per questo ho chiamato Ulisse il mio protagonista) laddove la storia inevitabilmente conduce, ovvero alla causa non solo vincente, ma anche più giusta, è il modo più efficace per dimostrare la bontà della causa stessa. Non pretendo che un fascista convinto cambi opinione dopo aver letto il mio romanzo (anche perché a metà potrebbe scagliarlo indignato dalla finestra), ma almeno che lo induca a porsi delle domande che magari, in precedenza, non si era mai posto. Per i fan della causa giusta, invece, il romanzo può rappresentare un ulteriore strumento di informazioni e analisi, basato su fatti reali e accertati, da opporre a chi vuole convincerli del contrario.

 

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Ulisse è un uomo che non si aggrappa alle convinzioni acquisite o imposte e riesce a recuperare il suo senso critico: una cosa che proprio in questo periodo sembra mancare a molte persone, che si sono rivelate incapaci di modificare le proprie certezze di fronte ai bruschi mutamenti del mondo che ci circonda. Perché è così difficile ammettere i propri errori di valutazione?

Oggi è più difficile che mai modificare le proprie certezze, ne sono sempre più convinto. Chiunque abbia una convinzione, adesso, trova in internet conforto in qualcun altro che la pensa come lui, magari dall’altra parte del mondo, traendo coraggio e irrigidendo così le proprie posizioni. E finisce per vivere una vita sempre più virtuale, interagendo in rete con chi la pensa come lui, ignorando i segnali che provengono dal mondo reale. Così, non si fida più degli specialisti, dei libri, delle istituzioni, che giudica un prodotto dell’establishment corrotto e manovrato, e si convince che solo in internet troverà libero accesso alla verità. Una verità che gli sembra sempre più evidente, perché gli algoritmi, una volta appurato cosa lo interessa, lo portano sempre verso argomenti simili, dandogli l’impressione che siano in tanti. Noto anche che molti di coloro che aderiscono in forma più radicale alle bufale su internet, che si tratti della terra piatta come della negazione dell’olocausto o del covid o dello sbarco sulla luna o delle stragi alle torri gemelle, sono disoccupati cronici (almeno, io ne conosco personalmente almeno quattro così) o tendenzialmente soli; quindi trovano in queste “scoperte” una sorta di rivalsa che li fa sentire più perspicaci della massa di pecoroni, che, dal loro punto di vista, aderisce supinamente alle verità propinate dai media. Ammettere di aver sbagliato li farebbe sentire dei veri falliti, no? In realtà, hanno solo più tempo degli altri per navigare in internet e farsi dominare dagli algoritmi… Perché internet è una gran bella invenzione, ma funge anche da amplificatore della stupidità, dell’ignoranza e dell’ottusità umana…

 

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