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L’italiano colloquiale e nuove tendenze linguistiche: quali prospettive?

ItalianoCome parliamo quando non siamo attenti? Esistono delle espressioni comuni a tutti i parlanti che interagiscono in contesti poco controllati? Studi approfonditi sull’argomento – come fa notare il linguista Gaetano Berruto, ma non solo – non permettono di giungere a conclusioni definitive; è certo, però, che delle tendenze esistono.

Partiamo dalla prima domanda: in una chiacchierata fra amici – tipico esempio di contesto non sorvegliato – è scontato che tutti non parlino allo stesso modo; il background e la personalità di ogni parlante, infatti, influenzeranno notevolmente pure le sue produzioni poco controllate: un docente universitario, per fare un esempio banale ma efficace, “scivolerà molto meno verso il basso” nel parlare con un amico di vecchia data, rispetto a uno studente che ride e scherza con la sua comitiva di sempre.

Premesso questo, è la seconda domanda che si presta a considerazioni più interessanti: esistono dei tratti panitaliani che caratterizzano il nostro modo di parlare in tali circostanze? Non è detto, ma è innegabile che la loro diffusione va collocata almeno a livello regionale o interregionale: esistono, cioè, dei tratti linguistici che interessano più di una regione, ma che potrebbero non contrassegnare tutta la Penisola; lo spiega chiaramente Berruto in Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo (Carocci, 2010):

«Ci si imbatte […] nella nota difficoltà costituita dalla mancanza di dati che consentano di stabilire sicure aree di diffusione di molti regionalismi specie lessicali e fraseologici: anche se il trovarlo ben attestato per es. in Piemonte, a Bologna e in Sicilia e già un buon indizio di panitalianità di un elemento, la cautela in questi casi è d’obbligo».

L’italiano colloquiale, insomma, è caratterizzato da molte zone d’ombra: non solo a livello teorico, ma soprattutto a livello pratico; ci si trova, in effetti, dinanzi a usi che vanno studiati dettagliatamente ed è proprio per questo che i risultati potrebbero essere capovolti da altre analisi. Questo, però, non rende le indagini svolte finora poco verosimili né contraddice l’assunto di base: a qualsiasi livello – che sia morfosintattico o lessicale – esistono dei tratti che rendono peculiare quest’area della lingua italiana.

La situazione si complica ancora di più – ma diventa altrettanto interessante –, se si considera che alcuni degli elementi dell’italiano colloquiale sono entrati a far parte dell’uso dell’italiano medio o neostandard, vale a dire quell’italiano che, non ammesso in contesti altamente sorvegliati, è comunque accettato in tutti gli altri; per esempio, usare gli nella frase “Gli ho detto di fare silenzio”, riferendosi a loro, non è estremamente corretto: in un contesto molto sorvegliato avremmo dovuto dire senz’altro “Ho detto loro di fare silenzio”; in altre occasioni, però, è possibile usare con tranquillità la terza persona singolare (che, tra l’altro, ha molte attestazioni del genere nella storia della lingua e della letteratura italiane).

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Italiano«Nello sviluppo recente dell’italiano – spiega Berruto – è indubbio che si sono affermati, o si vanno affermando, o ci sono sintomi che cominciano ad affermarsi, come standard costrutti, forme e realizzazioni che non erano presentate nel canone ammesso dalle grammatiche e dai manuali, o che, quando vi erano menzionate, lo venivano quali costrutti, forme e realizzazioni del linguaggio popolare o familiare o volgare, oppure regionali, e quindi da evitare nel ben parlare e scrivere. È a questo insieme di fatti che qui diamo il nome di neo-standard. Un altro termine potrebbe essere ‘italiano tendenziale’».

Per la nozione di italiano ri-standardizzato, insomma, si dà per scontato che siano entrati elementi prima assenti e tipici di un certo registro – sicuramente collocato verso il basso –; l’italiano colloquiale – che, assieme a quello popolare, definisce la dimensione sub-standard – ha ovviamente fornito molto materiale: prendiamo in considerazione una frase scissa o spezzata come “è quello che sto cercando di dirti”; di derivazione francese – comunque osteggiato nel corso del Settecento e dei secoli successivi –, il costrutto oggi è tipico dell’italiano neo-standard; anzi, è pure consigliato in certi contesti, perché consente di focalizzare l’attenzione sull’elemento più importante del discorso (nella fattispecie, “quello”). La diffusione panitaliana, insomma, difficilmente può essere messa in discussione.

Riguardo al lessico, invece, il discorso diventa piuttosto complesso: ipotizzare che molte parole ed espressioni dell’italiano colloquiale possano entrare a far parte dell’area neostandard è azzardato, anche se, vista la diffusione almeno sovraregionale della seguente lista firmata dal Berruto, i limiti da porre in tal senso non devono essere troppo stringenti. Vediamo alcune delle parole citate dal linguista sempre in Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo:

  • Andare “passare, concludersi”, nell’uso ‘assoluto’ di è andata!;
  • Beccare “colpire/catturare di sorpresa, prendere/cogliere in fallo”;
  • Cesso “luogo brutto, sporco, mal frequentato/cosa brutta, squallida”;
  • Cotta “innamoramento”, e prendere una cotta per “innamorarsi di”;
  • Vari fraseologismi e sintagmi fissi con fare, quali: far benzina “rifornirsi di carburante”; far fuori “uccidere/guastare completamente, rompere/finire tutto, consumare fino in fondo/dar via, vendere” (il poliziotto l’ha fatto fuori […]) etc;
  • Pizza “cosa noiosa” (questo film è una pizza);
  • Sciropparsi “sopportare qualcosa di antipatico e noioso” (mi sono sciroppato le 900 pagine di quel volume “ho letto con pazienza e sopportazione […]”);
  • Zuccone “stupido, imbecille, tardo di comprendonio”.

Alcuni dei termini sopracitati – che il linguista ritiene appartenenti a vere e proprie macroaree linguistiche – sono effettivamente avvertite come troppo marcate verso la colloquialità: pensiamo al caso estremo “cesso”, che non potrà mai entrare a far parte dell’italiano neostandard; già “fare benzina”, però, potrebbe avere più possibilità (e forse non è neanche sentito come colloquiale). Ma restiamo sempre nel campo delle ipotesi e delle previsioni.

Gli scambi tra un’area e l’altra, insomma, sono moltissimi e mettono ben in evidenza quanto sia indiscutibile, non solo a livello teorico ma anche – e quindi – a livello metodico, prendere in considerazione la variabile diacronica: tutto il sistema lingua, insomma, va letto non come un insieme di regole immotivate imposte dai grammatici – per quanto la storia dell’italiano sia davvero particolare in questo senso –, ma come il risultato di tendenze e di spinte, centripete e centrifughe, frutto della storia, degli usi e dei comportamenti sociali.

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