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L’invisibile diventa visibile. “Il Monte Analogo” di Renè Daumal

L’invisibile diventa visibile. “Il Monte Analogo” di Renè DaumalTutto ha inizio da una scrittura sconosciuta, su una busta che diceva:

«Egregio signore ho letto il suo articolo sul Monte Analogo. Finora mi credevo il solo a esser convinto della sua esistenza. Oggi siamo in due, domani saremo in dieci, forse di più, e si potrà tentare la spedizione. Dobbiamo prendere contatto il più presto possibile. Mi telefoni appena potrà a uno dei numeri che seguono. L’aspetto. Pierre Sogol»

 

Il Monte Analogo di Renè Daumal, edizioni Adelphi (traduzione di Claudio Rugafiori), scritto tra il 1938 ed il 1943 appare dunque un racconto di alpinismo, il racconto di un’avventurosa spedizione.

Dal primo incontro tra Pierre Sogol e lo scrittore, durante il quale è pianificato il viaggio, è studiata l’incerta posizione del Monte Analogo, ho pensato che avrei letto con vivo interesse una moderna versione della spedizione degli Argonauti alla ricerca del vello d’oro. Un moderno racconto di eroi che si cimentano in nuove e prodigiose avventure per scalare la vetta del Monte Analogo.

Sono bastate poche altre pagine per farmi capire, invece, che stavo percorrendo sentieri di parole mai battuti e che avrei percorso di lì a poco nuovi sentieri densi di umanità che portano alla vetta della conoscenza di sé.

«Nella tradizione fiabesca, avevo scritto in sostanza, la Montagna è il legame fra la Terra e il Cielo. La sua cima unica tocca il mondo dell’eternità e la sua base si ramifica in molteplici contrafforti nel mondo dei mortali. È la via per la quale l’uomo può elevarsi alla divinità e la divinità rivelarsi all’uomo.»

 

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E poi: «Perché una montagna possa assumere il ruolo di Monte Analogo, concludevo, è necessario che la sua cima sia inaccessibile, ma la sua base accessibile agli esseri umani quali la natura li ha fatti. Deve essere unica e deve esistere geograficamente. La porta dell’invisibile deve essere visibile.»

L’invisibile diventa visibile. “Il Monte Analogo” di Renè Daumal

«La porta dell’invisibile deve essere visibile», più volte questo pensiero ha prevalso sugli altri, ripetuto a bassa voce come un ritornello, intuivo che quelle pagine, tra le mie mani, visibili mi avrebbero condotta verso ciò che si può vedere solo con il cuore: «l’essenziale è invisibile agli occhi» come scrive Antoine de Saint-Exupéry nel Piccolo Principe, in un percorso non certo facile.

«Tieni l’occhio fisso sulla via della cima, ma non dimenticare di guardare i tuoi piedi. L’ultimo passo dipende dal primo. Non credere di essere arrivato solo perché scorgi la cima. Sorveglia i tuoi piedi, assicura il tuo prossimo passo, ma che questo non ti distragga dal fine più alto. Il primo passo dipende dall’ultimo.»

Perfettamente aderente al pensiero di Renè Daumal è il disegno in copertina di Joseph  Sima, pittore e amico di Daumal, che con le sue linee originali ha ben rappresentato la dissoluzione della forma, il passaggio dal visibile al non visibile.

Il gruppo di scalatori è composto da otto persone, Arthur Beaver, proprietario dello yacht che li traghetterà sull’isola dove sorge il Monte Analogo; Pierre Sogol, professore di alpinismo e capo della spedizione, colui che ha scritto la lettera da cui è iniziato il racconto; Ivan Lapse, russo ed esperto di lingue; i fratelli Hans e Karl, austriaci e specialisti in scalate acrobatiche; Judith Pancake, pittrice d’alta montagna; lo scrittore che ha ricevuto la lettera di Pierre Sogol e sua moglie.

Ognuno diverso ma complementare e necessario all’altro. Durante la spedizione avranno modo di scontrarsi e di riavvicinarsi vivendo e superando insieme situazioni difficili: «La strada  dei più alti desideri passa spesso per l’indesiderabile»ed è proprio l’alto desiderio a tenerli uniti. Ognuno probabilmente spinto dal recondito desiderio di non morire, di non morire ogni volta che non si segue il proprio profondo sentire – argomento che ritornerà nelle ultime pagine del libro:

«Eppure c’è una voce che non è del tutto uccisa, che certe volte grida, - ogni volta che lo può, ogni volta che una scossa dell’esistenza allenta il bavaglio… Posso dirle dunque che ho paura della morte… Non della mia morte, la cui data sarà annotata nei registri dello stato civile. Ma di quella morte che subisco a ogni istante, morte di quella voce che, dal fondo della mia infanzia, anche a me chiede: cosa sono?... Quando questa voce non parla sono una carcassa vuota, un cadavere agitato. Ho paura che un giorno essa taccia per sempre; o che si svegli troppo tardi….; quando ci si sveglia si è morti.»

L’invisibile diventa visibile. “Il Monte Analogo” di Renè Daumal

L’euforia della partenza serpeggia tra le pagine che descrivono il programma del viaggio a bordo dello yacht dal nome“Impossibile”.Non mancheranno gli imprevisti, lo scoramento e il senso di solitudine dell’equipaggio. Essi attraverseranno la crisi, nel significato più antico dal verbo greco κρίνω, cioè vivranno momenti di riflessione, di valutazione, di discernimento, presupposti necessari per una rinascita, che conduce fuori di sé la parte più profonda e nascosta di ciascuno e che spesso rivela la migliore versione di sé stessi: «Così, una sera, furono otto poveri uomini e donne, sprovvisti di tutto e guardare il sole scendere sull’orizzonte».

La scalata del Monte Analogo termina a metà di una frase del V capitolo. La morte ferma la mano di Renè Daumal e proprio l’incompiutezza del libro sposta il racconto in un’altra dimensione e direziona il lettore alla ricerca di un’umanità superiore, quasi surreale, metafisica, proprio in coerenza con tutta la trama e i luoghi descritti.

Oserei dire che la non fine del racconto è la fine naturale dello stesso. È il classico capolavoro incompiuto, laddove il vuoto della non fine, la mancanza della completezza è essa stessa parte integrante dell’opera.

E dunque la mancanza non è più vuoto ma riempimento del capolavoro, così anche l’invisibile diventa visibile con il personalissimo sguardo di ciascun lettore.

 

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La lettura del libro è scorrevole, piacevole, se ne assapora la dolcezza. Leggerlo è stato come scalare il “mio” Monte Analogo e il senso di sospensione che si prova, perché il racconto è bruscamente interrotto, atterra miracolosamente sul titolo dell’ultimo capitolo che avrebbe dovuto essere «e voi allora cosa cercate?... domanda che senza passare da alcun intermediario è posta in modo finale a ciascuno; considerarla veramente è colpire l’essere profondo che dorme in noi, e crudelmente, lucidamente prestare orecchio al suono che così si propaga.»


Per la prima foto, copyright: Brad Barmore su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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