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L’infanzia berlinese di Walter Benjamin

L’infanzia berlinese di Walter BenjaminTrenta micro-visioni compongono l'edizione italiana di Infanzia berlinese intorno al millenovecento (Einaudi, 2007, traduzione di Enrico Ganni) la quale rispetta la sistemazione trasmessa da Hermann Sweppenhäuser, che a sua volta è fedele alla rinnovata e approfondita revisione che l'autore stesso compì nel 1938. A queste l'editore italiano ne aggiunge dodici in appendice, tratte da edizioni precedenti.

In quest’opera il filosofo tedesco Walther Benjamin racconta in prima persona spazi, oggetti, persone e situazioni che accompagnarono i suoi primi anni di vita a Berlino. L’opera, attraverso i brevi racconti, evoca un passato che non è solo quello del filosofo bambino, ma è il passato di tutta una generazione e di un paese, la Germania.

Scritti attorno al 1930 e pubblicati per la prima volta in un’unica selezione grazie al contributo di T.W. Adorno nel 1950, sono la testimonianza del sentimento nostalgico dell’io adulto che rivede con gli occhi di un bambino la sua infanzia e gli elementi che l’hanno composta.

 

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L’infanzia a Berlino è quindi il filo conduttore, il collante che tiene insieme la narrazione e che si svolge attraverso una dialettica del ricordo in un dialogo continuo tra il bambino del passato e l’adulto del presente, tra essere ed esperienza. Scrive Benjamin ne La Comarehlen, uno dei racconti:

«Vivevo come un mollusco nella conchiglia del XX Secolo che ora mi sta davanti come un guscio vuoto. Accosto la conchiglia all’orecchio. Che cosa sento?»

L’infanzia berlinese di Walter Benjamin

Non si può leggere il libro se non avendo sempre presente il doppio taglio temporale che rende Infanzia berlinese non confrontabile, per esempio, con La ricerca del tempo perduto di Proust di cui Benjamin fu traduttore e di cui si avvertono i molteplici stimoli. Proust cerca il passato per sfuggire al futuro, ai suoi pericoli, alle sue minacce, fino alla più estrema rappresentata dalla morte. Benjamin al contrario nel passato cerca proprio il futuro.

Il tempo trascorso in Infanzia berlinese quindi è definitivamente perduto. Berlino diventa così quasi un regno fiabesco, in cui tutto può accadere, in cui ci si può smarrire e forse ritrovarsi. In tutto questo tuttavia non c’è nostalgia di un’epoca, ma il disincanto di chi guarda con sguardo lucido a un mondo ormai perduto che ha generato il mostro hitleriano.

Nei ricordi d'infanzia di Benjamin, nato in una famiglia dell'alta borghesia ebraica berlinese, si coglie infatti un ultimo riflesso di quel mondo ottocentesco del Biedermeier, dell'agio borghese, dei tram a cavalli.

L’infanzia berlinese di Walter Benjamin

Il Walter Benjamin dell’opera è un bambino che si stupisce di tutto, è curioso, attento, indagatore, osservatore, testimone delle abitudini della gente di Berlino e di certi comportamenti, come ad esempio quelli delle donne che lavoravano nel Markt-Halle, il mercato coperto, o quelli dei borghesi di città i quali attraversavano il mercato di Natale spingendo i propri bambini ad acquistare oggetti dai poveri e coetanei venditori. L’esperienza personale diventa quindi l’esperienza di una intera generazione cresciuta nel protettivo agio borghese dove il mondo esterno e la morte sembrano non esistere ma che si troverà a combattere una Prima guerra mondiale al termine della quale del mondo dell’infanzia non ci sarà più traccia.

Come scrive lo stesso Benjamin nella Prefazione: «Le immagini della mia infanzia nella grande città invece sono forse idonee a preformare nel loro intimo l’esperienza storica successiva».

Malinconia e senso della fine aleggiano in tutti i racconti. Non a caso – fa notare anche Adorno – il racconto conclusivo è quello dedicato all'Omino gobbo della favola che incarna l'impossibilità di fare esperienza di compiutezza nella vita e che recita «In cucina voglio andare,/ a scaldare il mio brodino;/ un omino con la gobba ahimè compare/ e mi rompe il pentolino».

La concezione del tempo storico che è alla base di queste memorie d'infanzia è oggetto del fondamentale saggio di Peter Szondi, Speranza nel passato pubblicato in appendice assieme a una breve nota di Adorno. In quanto basata proprio su quel meccanismo della rammemorazione Infanzia berlinese dunque è molto più di uno scritto autobiografico.

 

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Le immagini che Benjamin coglie e ferma non sono impressioni soggettive, ma Denkbilder, immagini di pensiero. Ecco quindi la Colonna della vittoria, il Tiergarten, l’isola dei pavoni, ma anche le passeggiate con la madre, il grande letto della sua camera scenario di giochi e fantasie, la partenza per le vacanze, il suo gioco preferito che consisteva nell’infilare la mano nei calzini arrotolati e rincalzati come piccole borse che trovava in un particolare armadio per afferrare il «regalo» che c'era all'interno e, tirandolo lentamente fuori, scoprire che né la borsa né il «regalo» esistevano più. Questa esperienza, dice Benjamin, gli ‹‹insegnò che forma e contenuto custodia e custodito sono la stessa cosa››, ossia che l'idea e la verità non sono qualcos'altro rispetto al materiale storico-empirico, ma per così dire il suo rovescio.


Per la prima foto, copyright: Håkon Sataøen su Unsplash.

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