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L’importanza di dare nomi a tutto. “Nella quiete del tempo” di Olga Tokarczuk

L’importanza di dare nomi a tutto. “Nella quiete del tempo” di Olga TokarczukBene ha fatto l'edizione italiana a introdurre questo bellissimo romanzo di Olga Tokarczuk, Nella quiete del tempo (Bompiani, traduzione di Raffaella Belletti), con un frontespizio in cui a piena pagina è impressa una mappa che sarebbe improprio definire soltanto geografica. Le note editoriali informano che a disegnarla è stato Rocco Lombardi, noto illustratore italiano; rappresenta una sorta di rigogliosa e arcaica stesura boschiva, con al centro le case di Prawiek, villaggio della Polonia, attorniato dai due fiumi Bianca e Nera, e protetto ai quattro angoli dagli arcangeli Michele, Raffaele, Uriele, Gabriele. Ai confini diagonali del foglio i villaggi Taszow e Jeszkotle.

“Mappa” è parola che si addice alla favola (la mappa del tesoro è la massima raffigurazione). La mappache introduce il romanzo prefigurala scrittura trasfigurata della scrittrice polacca, premio Nobel: il segno grafico si espande come se fosse stato inciso sulla corteccia di un albero, o su una pelle secca di animale, o sul palmo stesso di una mano rugosa. É il segno della favola e della realtà fuse insieme dal dono della letteratura. Lo dice chiaramente la scritta in seconda di copertina a firma di «The Prague Post»: «Olga Tokarczuk ci ricorda perché leggiamo romanzi; per entrare in un mondo immaginario, del tutto estraneo e infinitamente familiare». Incanto della letteratura! Magnificamente espresso da Olga Tokarczuk.

«Prawiek è un luogo al centro dell'universo». Così che inizia il romanzo. Migliore incipit non poteva esserci per un romanzo che fa dello spazio e del tempo il nucleo della realtà e dell'immaginazione. Prawiek in lingua polacca significa “tempi remoti”. Nel dare nome al suo luogo incantato la scrittrice ha scelto una parola al plurale. I tempi con cui è scandito lo spartito (il parallelo con la sinfonia non è peregrino) sono molti, (esattamente 84): ogni capitolo porta il titolo il tempo di… del… della... Il tempo spettante a ogni personaggio, a cose e luoghi, si sussegue in uno spazio che forma il paradigma dell'universo senza esclusione di elementi. C'è il tempo dell'uomo e dell'angelo, della casa edel nacinacaffè, del micelio e del frutteto, dei tigli e degli elementi quadrupli… La vegetazione allusa dalla mappa, la fiaba boschiva, è tradotta nelle parole del romanzo come capienza dell'esistente, nulla sfugge a ciò che è, che è stato, che sarà, tutto si integra in solo tempo coordinatore di tutti i tempi, vissuti e immaginari: il tempo dell'essere.

 

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L’importanza di dare nomi a tutto. “Nella quiete del tempo” di Olga Tokarczuk

La scelta olistica con cui la scrittrice dipana i suoi temi è nota, il libro che le meritò il Nobel, I vagabondi, lo prova. Componente non nuova nella moderna letteratura polacca, l'enciclopedismo è presente, in una maniera o nell'altra, nei lavori, o in certi lavori, dei tre massimi esponenti del novecentesco sperimentalismo polacco: Gombrowicz, Witkiewicz, Schulz (un discorso a parte meriterebbe Wislawa Szymborska, altro premio Nobel, di cui la Tokarczuk dichiara di avere subito l'ascendenza artistica e umana). Cosa ha di diverso la polacca Tokarczuk? É meno programmaticamente pessimista, si abbandona a ciò che trova senza volerlo cercare, in una serendipity che non vuol dire né ottimismo né serenità ma implicita accettazione di ciò che accade e può accadere, nel bene e nel male. La sua prosa è intrisa di commossa curiosità e partecipazione verso tutto ciò che esiste. Prawiek non è certo terra avara di esistenza, la sofferenza stessa che attanaglia molti dei suoi abitanti è una delle sue molte manifestazioni. La scrittrice non si fa psicologa (nonostante abbia realmente studiato psicologia), né sociologa, non si fa giudice dei destini umani, non usa morali, se non quella implicita che racchiude ogni forma di vita. I molti personaggi, mariti, mogli, figli, fratelli, amici, castellani, vassalli, parroci, così come le cose e gli animali, le abitazioni, le erbe, funghi, francobolli, serpenti e molto altro, tutto è compreso nel raggio dell'esistenza. Un tutto che si appropria del diritto d'essere, rischiando di suo. Si tratta pur sempre di un tutto in bilico. Se l'atmosfera del luogo può risentire di cupezza e noia, di ripetitività angoscianti, il racconto che lo rappresenta non si allontana dal ricorrere al tono della fiaba e della trasfigurazione esistenziale. Questo non vuol dire che il male reale non esista, tutt'altro, ma ciò che compie la scrittrice è di personificarlo nel simbolo. Tra erbe, sterpi, funghi pasto prediletto della ragazza Ruta, si aggira un uomo che la scrittrice chiama Uomo Cattivo, servendosi del più elementare appellativo del male, quasi che Uomo sia il nome e Cattivo il cognome. É merito della Tokarczuk non aver opposto al male un Uomo Buono. Il racconto non procede per espliciti manicheismi ed effetti eclatanti di chiaroscuro, tutto prosegue per pulsazioni e oscillazioni da un capo all'altro dell'universo.

Un campestre paganesimo impersona la sessualità del luogo. Il sesso non è visto né come piacere né come peccato, ma solo come effetto naturale, fangoso o rigoglioso quanto il terreno sui cui si compiono gli amplessi. L'eccesso carnale cifra lanatura,da parte della donna di nome Spighetta, di darsi a tutti senza esclusione di partner, ma che non manca di rivendicare la parità col maschio rifiutando di stare sotto il corpo dell'uomo, accoppiandosi in piedi appoggiata al tronco di un grosso albero. Anche lei, quando libera dagli amati scorrazza per il bosco, non cerca, ma trova. Per ampliare il raggio epifanico della sessualità in una opposta quota della mappa, due ragazzi si mostrano innocentemente le parti intime del corpo senza sforare in alcuna malizia.

 

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Ma se c'è esistenza, a Prawiek non sembra esserci compiutezza, a dispetto della varietà degli elementi, nienteentelechia, o quadratura del cerchio, uomini e cose appaiono sospesi in attesa di un destino che li definisca una volta per sempre. La crudeltà della storia ha la meglio sulla fiaba. Il mondo muove contro l'universo, il centro di Prawiek viene scardinato dalla guerra (1939-1945), i nemici tedeschi lo invadono, distruggono e uccidono. Il primo personaggio che appare nel romanzo è una donna incinta che nel 1914 si vede portar via il marito soldato mandato a combattere. È il male del mondo a compiersi, non restano che i francobolli come pacifici emblemi dell'universo. Un francobollo per quanto indichi nomi e numeri di paesi concreti funge pur sempre da astratta mappa nella dura realtà del mondo (Quanto è pertinente il termine mappa, se solo si pensa a quanto ebbe a dire un qualcuno di molto importante di cui sfugge il nome. “Io non sono una guida, sono una mappa). Bellissima la figura del giovane raccoglitore che spedisce lettere alle agenzie di viaggio per ottenere in risposta buste da cui staccherà i francobolli. Il rapporto con il mondo, effimero ma volonteroso, si compie in forma di carta. Così come di carta sono i libri. Bellissima l'idea di coniugare l'astrazione con la concretezza messa in atto dal ragazzo nell'intraprendere un mercato filatelico. Sono le ultime soluzioni mondane di cui dà prova Prawiek. A consolare il tramonto del luogo e dei suoi abitanti non resterà che un macinino da caffè: reperto di esistenza, dopo che un desolato padre rifiuta il consiglio della figlia di abbandonare il paese e il disfacimento della casa preferendo la compagnia della propria abulia. Commovente epilogo: l'ultimo attore di esistenza, al centro dell'universo, è un macinino di caffè. Cosa non da poco, nella sua minimale concretezza. Qui la maestria della scrittrice tocca l'apice (la prima pubblicazione data 1992, quindi la Tokarczuk ha scritto il libro quando aveva meno di trent'anni).

Tra gli innumerevoli tempi c'è un tempo di Dio che inizia con queste parole: «É strano come Dio, che è senza tempo, si manifesti nel tempo e nei suoi cambiamenti». È il panteismo di Praxiek «che fluttua e si dilegua: la superficie del mare, le danze della corona solare, i terremoti, la deriva dei continenti, lo scioglimento delle nevi e gli spostamenti dei ghiacciai, i fiumi che scorrono verso il mare, la germinazione dei semi, il vento che scolpisce le montagne, lo sviluppo del feto nel grembo materno, le rughe attorno agli occhi, la decomposizione del corpo nella tomba, l'invecchiamento del vino, i funghi che spuntano dopo la pioggia.» Un lungo elenco (fermato dal punto e non dai puntini di sospensione) con cui la scrittrice riporta il racconto all'estate del 1939 e ai mirtilli, manifestazione di Dio, raccolti da una ragazza di nome Spighetta. Non solo di frutti di bosco fa incetta la ragazza, ma dai suoi seni, altra manifestazione divina, improvvisamente sgorga il latte: ai suoi capezzoli si attacca la gente malata che guarisce dal contatto del latte. Ma ancora una volta alla fiaba subentra la maledizione della storia: tutte le persone guarite moriranno durante la guerra. La scrittrice conclude: «È appunto così che Dio si manifesta».

L’importanza di dare nomi a tutto. “Nella quiete del tempo” di Olga Tokarczuk

Il nucleo si fa divino. Uno dei primi periodi della narrazione nel primo capitolo, primo tempo, avverte: «Compito di Dio è la creazione, compito degli uomini assegnare nomi». Ecco l'antinomia dell'esistenza: Dio e uomini. Universo e nomi. In tutto il romanzo aleggia la ricerca di un ordine divino, ma Dio porta pure disordine, e la colpa è prevalentemente degli uomini che non corrispondono degnamente alla sua creazione, ma che pure si sentono traditi dal Dio creatore. Alla ricerca del sacro la scrittrice affida pure la critica dell'uomo nei riguardi di un dio che appare capriccioso e a volte crudele nel fare e disfare l'esistente. Un dio permaloso e vendicativo da Vecchio Testamento. Ecco l'arcaicità di Prawiek, in cui pure gli angeli protettori ai quattro angoli della mappa appaiono spesso troppo distratti e volubili per conoscere gli uomini e interessarsi ai loro problemi. Già, si può dire che gli angeli a differenza degli uomini sono forniti di essenza ma non di esistenza. Ma la fiaba ha le sue regole e impone la presenza angelica tra gli uomini.

La propensione della scrittrice polacca a una sorta di fatata astrazione, la si coglie in pieno nei capitoli che trattano il tempo del Gioco: una variante geometrica del tempo di Dio. La tavola di un labirinto che comprende al centro solo vie senza uscite e ai lati possibilità meno caotiche, che «invitano a mettersi in viaggio». La Tokarczuk è maestra nell'intervallare alla fisicità di certi scomposti percorsi e atteggiamenti umani, la geometria di un gioco che comprende una serie di Mondi, per un totale di Otto Mondi che sono allegorie della creazione divina. Il giocatore lancia il dado per mettere alla prova Dio e nello stesso tempo il libero arbitrio di sentirsi unico responsabile del proprio destino. Prima però si chiede perché nella sfera del Primo Mondo «una mano inesperta aveva tracciato con la matita copiativa una freccia e aveva scritto Prawiek»? «Perché Prawiek?» si meravigliava il castellano Popielski. «Perché non Kotuszòw, Jeszkotle, Kielce, Cracovia, Parigi o Londra?». L'inventore del Gioco aveva calcato troppo la mano inesperta? Partigianeria di nomi? Ciò fa pensare a quanto ebbe a dire un altro famoso polacco, il linguista e matematico Alfred Korzybski: «La mappa non è il territorio e il nome non è la cosa designata». Qualcuno dunque esagera o inganna. Ma chi, Dio, il creatore o l'uomo creato? Il Gioco prosegue per altri sette Mondi, ma nessuno ha il nome e né Dio né l'uomo sono soddisfatti. Solo al territorio Prawiek, il primo Mondo, viene assegnato il nome. Territorio e nome: un'unica essenza. É stato scritto nella prima riga del romanzo. “Prawiek è al centro dell'universo”.

Dio ha cacciato l'uomo dal paradiso terreste. Dal purgatorio, o limbo, di Prawiek è l'uomo ad allontanarsi. Forse perché timoroso d'essere abbandonato da Dio? Nel corso del Tempo di Dio c'è scritto che Dio “creò tutte le cose possibili”. Ma pure “le cose impossibili che non accadono mai o assai di rado”. Il tempo di Prawiek è impossibile?

 

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Olga Tokarczuk non dà risposte, assegna nomi. Di nomi ce ne sono molti nel romanzo, ogni nome ha il suo tempo, ogni tempo ha il suo corso, ogni corso del tempo forma la catena che lega il luogo all'accadere dell'esistenza. Al lettore il compito di girovagare nel tempo del luogo e nella sua storia e dibattere e semmai capovolgere il detto di Walter Beniamin «La storia è l'inventario del vincitore». Gli abitanti di Prawiek nell'inventario redatto dalla scrittrice polacca sembrano dei vinti, esclusi dalla storia, ma non dall'esistenza, e in quanto tali non definitivamente vinti, a loro spetta l'attesa e la speranza di tempi migliori.

La grande scrittrice polacca non calca lamano (esperta). Il suo grande merito sta nell'attuare una prosa intensa e fermarsi al momento giusto evitando enfasi e barocchismi. In questo si distanzia dal connazionale Bruno Schulz e dalla sua prosa ridondante, pur dividendone la «fermentazione fantastica della realtà» che lo stesso autore di Le Botteghe colore cannella attribuisce al suo fare letteratura (non suona improprio citare che l'annunciato prossimo libro della Tokarczuk tratterà di un uomo che vuole farsi messia: come non ricordare il padre demiurgo narrato da Schulz).


Per la prima foto, copyright: tamara garcevic su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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