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“L'erba cattiva” di Ago Panini

“L'erba cattiva” di Ago PaniniMi sono imbattuto in questo romanzo leggendo un’entusiastica recensione comparsa su Tuttolibri de La Stampa. Negli ultimi tempi gradisco leggere biografie di musicisti, o comunque narrativa che parli di musica e L'erba cattiva mi è piovuto dal cielo al momento giusto. Complimenti a Indiana editore – che non conoscevo – perché sforna libri ben congegnati ad un prezzo onesto; pollice in su pure per Matteo B. Bianchi, curatore della collana Tracce, dove il pentagramma è sempre protagonista; bene anche per Ago Panini (1967), affermato regista di videoclip musicali e spot pubblicitari, qui al suo esordio come scrittore.

L'erba cattiva racconta, con le dovute correzioni di rotta e invenzioni d'autore, la storia di Panini stesso, ch’è stato il bassista degli Ottantottotasti, band milanese funky/ska attiva nel circuito indie negli Anni 90. È lui l’io narrante che riavvolge il nastro e si rivede quattordicenne, cresciuto a Wagner e lezioni di flauto traverso in una famiglia borghese come tante, aperta e liberale. L’incipit del libro è folgorante: il nostro outsider incappa, lungo la strada che percorre ogni santo giorno per andare a scuola, in un negozio di chitarre elettriche appena aperto. «E in vetrina, oscena, sensuale, colorata, stava una Fender Stratocaster, azzurra carta da zucchero. Bellissima. E per non farsi mancare nulla dietro la Strato azzurra c'era un enorme poster con la copertina di London Calling dei Clash. Quella con Paul Simonon che sfascia il basso.» È una rivelazione. Come Saulo sulla via di Damasco incontra il suo Dio, il giovane scopre il Rock.

Non solo il rock; poi il blues, il funky, lo ska e via discorrendo. Nasce una passione totalizzante, che informa di sé tutte le attività e le abitudini di vita del protagonista. I primi amorazzi, il desiderio di appartenenza e riconoscibilità, la ricerca d’identità, la voglia di suonare, a qualunque costo, in una band. E partire per tournée estenuanti e poco produttive, scricchiolanti e picaresche. Drenare l’energia nella musica; la voglia di cambiare il mondo; di fare la rivoluzione armati di strumenti musicali, con sole sette note come programma. Provare a convogliare la rabbia. Incontenibile, dilagante, difficilmente gestibile, come può esserlo solo a vent’anni.

Sullo sfondo c’è l'ambiente musicale del sottobosco milanese di quegli anni, ma anche la presa di coscienza politica di quei giovani che a cavallo tra gli 80 e i 90 frequentavano i centri sociali, come il Leoncavallo, le scuole popolari, i bar alternativi, le cantine e i festival musicali: Arezzo Wave, per esempio, e le prime edizioni dei concerti (ormai un appuntamento consolidato e quasi istituzionale) del Primo Maggio. Erano, questi ragazzi, i figli di una borghesia tutto sommato tranquilla e per certi versi progressista, almeno nelle intenzioni, ma il loro essere “contro” era forse la spia di un malessere e di una mancanza di valori e progetti politici, sociali e culturali che guardato in prospettiva conduceva dritto dritto al baratro nel quale ci troviamo oggi.

Il romanzo autobiografico con musica è quasi divenuto un genere a sé stante in Italia e l'articolo su Tuttolibri indica in L'erba cattiva un cambio di prospettiva; non ci sono giovanilismi, si scrive, e il punto di vista è quello di un quarantenne che si guarda a distanza, intenerito dal sé ragazzo.

Ho qualche perplessità al riguardo. In effetti il punto di vista del romanzo, la voce che dice “io” è quella di un quarantenne che descrive la propria avventura musicale, la gioia e l’energia che può derivare dal “fare musica” ma anche la nostalgia per qualcosa che è passato e, ahimè, non tornerà. Se questo è il proposito, sul piano tecnico-stilistico il registro scelto delinea un protagonista un po’ schizoide, un mix tra il ribelle protagonista di Jack Frusciante è uscito dal gruppo di brizziana memoria e le riflessioni mature di un adulto sulla musica e sull’esistenza. Il contrasto tra le due “personalità” della vicenda è, secondo me, ancor più marcato dalla scelta di proporre i dialoghi non virgolettati ma in sequenza, innestandoli senza soluzione di continuità nella narrazione. Se questo da un lato è un espediente volto a creare maggior ritmo e fluidità nel racconto, dall'altro genera nel lettore confusione sui personaggi, specie se sono più di due a parlare. In alcuni passaggi viene accentuato l'aspetto “giovanilistico”, nella “presa diretta” delle emozioni, vissute a caldo sulla pelle dei protagonisti e strizzando un facile occhiolino a un certo slang, farcito di una miriade di cazzi, controcazzi e altri turpiloqui abbondantemente presenti nelle conversazioni dei ventenni. In altre pagine prevale invece il tono lirico e saggio del quarantenne che ha fatto un certo percorso e si guarda alle spalle con una consapevolezza che tesaurizza l'esperienza.

Qualcuno potrebbe obiettare che l'immedesimazione dell’adulto nel ragazzo è talmente forte da rivisitare quegli eventi con la stessa goffaggine, con lo stesso candore, con la stessa rabbia e passione di allora, ben presente al pensiero. Ritengo però che il punto di vista in un romanzo debba essere coerente con se stesso e rispetto al patto istituito col lettore; diversamente l’edificio narrativo vacilla e rivela il suo artificio. In parole povere: o sei il giovane rocker in minore o sei il quarantenne che racconta di quand’era un rocker in minore.

L'erba cattiva non manca comunque di appeal, pure se qui e là rivela qualche lungaggine – specialmente quando la band parte per un tour interminabile su e giù per lo Stivale, dove alcuni episodi rivelano qualche smagliatura, evitabile con una maggiore attenzione all’editing. Ci sono, per contrappeso, pagine che mi hanno ricordato il miglior Hornby di Alta Fedeltà, come nel quarto capitolo, dove con grande sottigliezza vengono delineati tre tipologie di band. Anche il capitolo 14 regala vibrazioni: «Per suonare il blues devi imparare a startene nudo, come sei fatto, con l'uccello di fuori. E cercare dentro te stesso qualcosa da dire. Niente trucchi, niente inganni. Sei sul palco? E allora racconta. Parla. Vivi. Ma non fare finta, perché qui ce ne accorgiamo subito.»  E ancora: «Le canzoni, quando sono belle, sono di tutti. Servono agli altri, per trovarci pezzi di sé che non sapevano come mettere in ordine. Le canzoni belle ti somigliano, ti fanno stare bene.»

Il capitolo 31, Punti, è una trovata spassosa e godibile: il protagonista entra d’urgenza in ospedale per una peritonite e chi ti trova in corsia, di notte, come chirurgo? Nientemeno che Jannacci. Lo leggi e ti sembra di vederlo, di ascoltarne la voce, inconfondibile. Toccanti sono gli incontri con Ben Harper e quello con Sting al concerto del Primo Maggio. Dietro l’angolo, per i nostri ragazzi, c'è un contratto con la EMI, svolta inaspettata. Svolta nella svolta, perché non va proprio come ci si aspetterebbe. Non mancano, a quadrare il cerchio, l’onestà e la forza interiore di capire che la musica e il successo sono una grande scommessa, e anche mettendocela tutta il prodotto potrebbe risultare mediocre, che questa mano a carte corri il rischio di perderla. Sono le regole del gioco. Impietose, certo, ma neanche lontanamente paragonabili allo starne fuori, a far da tappezzeria. Buttarsi nel mucchio, o rimpiangere a vita di non poter dire: «C’ero anch’io!»

«Se qualcuno mi guardasse mi vedrebbe sollevare una mano e fare il gesto del rock and roll

Piccole perle in una prima prova con qualche ingenuità ma che comunque si rivela un’intrigante lettura.

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