“L’arte di collezionare le mosche” di Fredrik Sjöberg
Il best-seller di Fredrik Sjöberg, L’arte di collezionare le mosche, si è reso disponibile anche in Italia dal marzo scorso, pubblicato da Iperborea nella traduzione di Fulvio Ferrari. Marianna Silvano più di un anno fa festeggiava in Sul Romanzo la pubblicazione inglese di The Flytrap linkando un articolo del «Guardian»; per il libro uscire anche nel Belpaese è stata l’ennesima conferma, soprattutto sul versante della critica: «La Stampa», «Il Mucchio», su «Internazionale». Christian Raimo lo considera, assieme a Nel mondo a venire di Ben Lerner e Gli anni di Annie Ernaux, un campione ideale del meglio della letteratura di questi anni e di quelli futuri, che affonda le radici nell’autofiction. Niente male per un libro che parla – e il suo autore nel testo non manca mai l’occasione per rimarcarlo – di uno degli ambiti di ricerca notoriamente considerato fra i più noiosi in assoluto: l’entomologia.
Prima che la Malaise trap venisse concepita,la vita degli entomologi, oltre che apparentemente noiosa, era pure faticosa. La trappola in questione ha rappresentato e rappresenta una rivoluzione nella caccia agli insetti: avere un punto di riferimento stabile, che produce in un giorno i risultati che un entomologo, con annesso armamentario, impiegherebbe decine di giorni a ottenere, si può facilmente capire come sia di grandissimo aiuto. Lo strumento prende il nome dal suo inventore, Renè Malaise, entomologo svedese diventato quasi una star in patria sul finire degli anni Trenta, in seguito a una spedizione in Birmania e nella Cina meridionale con la moglie, di ritorno dalla quale portò in Svezia un’infinità di specie di sirfidi e altri insetti la cui catalogazione, ci dice Sjöberg, ancora oggi non è terminata. Malaise fu un personaggio al confine dell’inverosimile: viaggi nelle condizioni più difficili, instancabile e appassionato (in verità due caratteristiche imprescindibili per un entomologo), mogli d’eccezione come Ester Blenda Nordström e Ebba Söderhell.
Malaise, le sue due mogli, e altri scienziati che di lui hanno fatto un punto di riferimento, ci accompagnano per tutto il libro, o meglio, accompagnano Sjöberg mentre racconta: L’arte di collezionare le mosche avrebbe l’apparenza di un memoir se non fosse per interi capitoli vicinissimi alla saggistica narrativa, dedicati a Malaise, alla sua invenzione e ai suoi viaggi, combinati a quelli di stampo autobiografico di Sjöberg e della sua vita come entomologo, fatta di solitudine, di realizzazioni personali e domande non facili a cui rispondere.
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«"Colleziono sirfidi" è però una risposta pericolosa. Soprattutto non è esauriente. […] In genere il dialogo si svolge più o meno così: "Mosche?!"
"Sì, sirfidi"
"Allora basta che vieni a casa mia, sai. Ce ne trovi a quintali!"
A quel punto mi tocca spiegare il suo tempo. Ci vuole il suo tempo."»
C’è un momento, nella lettura di questo libro, in cui tutto cambia: la messa a fuoco della prospettiva da cui lo stai leggendo, il modo in cui Sjöberg ti sta parlando, e cambia pure il modo in cui cominci a considerare le mosche, il significato che sei solito attribuire agli insetti in generale. Si tratta del capitolo La lentezza, in cui Sjöberg racconta la sua relazione con la lentezza tramite la sua esperienza con l’omonimo testo di Milan Kundera, compreso il misunderstanding che l’ha portato alla lettura del libro. Non ho ancora chiaro come avvenga la cosa, ma è come se, dopo poche righe, la sovrastruttura del testo mi fosse apparsa. Non so spiegare nemmeno che tipo di rivelazione sia: è come se si chiarisse il fatto che no, Sjöberg non stesse parlando veramente del collezionismo di mosche, o almeno non solo di quello. Una volta che il dubbio ha preso forma, è fatta: non ho potuto dissuadermi dalla convinzione che questo testo sia un lunghissimo saggio narrativo sulla scrittura. Sjöberg stesso lo ammette: per gli entomologi conoscere più specie possibili, scoprirne le abitudini, è come parlare una lingua. Ogni singolo sirfide raccolto corrisponde a una parola aggiunta nel proprio vocabolario personale, il cui potenziale è a disposizione del collezionista per creare un unico grande romanzo lungo tutta la vita, nonostante come tutti i romanzi prima o poi verrà dimenticato.
O forse no: il testo si chiude con Sjöberg spinto alla follia economica dalla sua ossessione per Malaise. Un uomo maturo, intelligente, padrone di sé, eppure investe una cifra enorme (consapevole del cattivo affare che sta intraprendendo) solamente perché qualche decennio prima un altro uomo, meno equilibrato ma forse più brillante e affascinante, era convinto ne valesse la pena. Che sia questo tipo di gesti a mantenere vivo il ricordo di una persona e della sua arte? Quando ho chiuso il libro me lo sono chiesto, rispondendomi che probabilmente non avrei mai conosciuto una persona come Malaise se non avessi letto Fredrik Sjöberg e il suo L’arte di collezionare le mosche.
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«"Colleziono sirfidi" è però una risposta pericolosa. Soprattutto non è esauriente. […] In genere il dialogo si svolge più o meno così: "Mosche?!"









