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L'arte della vittoria secondo Phil Knight, fondatore della Nike

L'arte della vittoria secondo Phil Knight, fondatore della Nike«Volevo lasciare un segno nel mondo. Volevo vincere. No, non è esatto. Semplicemente, non volevo perdere.»

 

Uscita per Mondadori L'arte della vittoria (con traduzione di Giuliana Lupi, Laura Tasso e Giovanni Zucca) è l'autobiografia del fondatore della Nike, Phil Knight. Il titolo originale si spoglia della sua solennità per mettere in risalto quegli “Shoe dog” a cui Knight appartiene, ovvero, parafrasando le sue parole, quelli che «dedicano la vita a realizzare, vendere, acquistare o progettare scarpe», insomma «persone che pensano e parlano solo di scarpe»; in sostanza una vocazione, un'ossessione, una malattia («Era una smania divorante, un disturbo psicologico ben riconoscibile in chi si occupava con amore di solette e suole, fodere e guardoli, rivetti e tomaie»).

 

La storia, divisa in due parti, copre perlopiù un arco temporale di diciotto anni, dal 1962 al 1980, a eccezione delle ultime battute. Il giovane Philip Knight vive a Portland, Oregon, e agli inizi degli anni Sessanta si è appena laureato e specializzato in economia. La sua mente è affollata dalle domande: «E se ci fosse un modo, senza essere un atleta, di provare ciò che provano gli atleti? Di giocare tutto il tempo, invece di lavorare? O di lavorare con un gusto tale da farne essenzialmente la stessa cosa?» E c'è un'idea folle che lo perseguita, perché, come dice lui, «Il mondo è fatto di idee folli»: distribuire nel suo Paese scarpe sportive giapponesi, visto che la Onitsuka Tiger (oggi Asics) si sta espandendo e sta conquistando anche la scena americana. Prima di arrivare in Giappone, si ferma per alcuni mesi alle Hawaii, dove sarà, con scarso successo, venditore porta a porta di enciclopedie. Dopo la proposta ai dirigenti della Onitsuka, parte per un giro attorno al mondo, visitando praticamente tutta l'Asia, poi l'Europa (sarà anche in Italia, dove toccherà Roma, Firenze, Milano e Venezia). Tornato a casa, fonda la società Blue Ribbon insieme al suo vecchio allenatore Bill Bowerman. Da lì comincia a vendere scarpe dal bagagliaio della sua Valiant e poi per corrispondenza, diventando pian piano il rivenditore esclusivo delle Tiger negli Usa. Nel frattempo incontra anche l'amore e si sposa con Penny. Sembra tutto troppo facile, e infatti i problemi non tardano ad arrivare: difficoltà finanziarie dovute alla mancanza di liquidità e all'esosa richiesta di capitale da parte delle banche, debiti coi finanziatori, una battaglia legale proprio con la Onitsuka, rogne col Governo americano per la riscossione di tasse doganali.

L'arte della vittoria secondo Phil Knight, fondatore della Nike

Gli anni decisivi sono i Settanta, quando all'inizio del decennio nasce la Nike. Oggi sappiamo bene la portata di questo marchio e della sua imponenza sul mercato («Eravamo più di un marchio, eravamo una dichiarazione di intenti» dice Knight), ma l'autore ci fa capire quanto sia stata dura rendere l'azienda ciò che rappresenta oggi. Lo fa ponendo l'evento a metà libro, in un esemplare crescendo di tensione narrativa: il nome non convince, il logo viene pagato 35 dollari a una grafica pubblicitaria e anche quello non fa impazzire; eppure sono state gettate le basi per uno dei successi commerciali più clamorosi del Novecento e che prosegue tutt'oggi. Quando infatti, nell'ultima parte del libro, ci ritroviamo nel Natale del 2007, la Nike è una società quotata in borsa e Knight è uno degli uomini più ricchi del pianeta, anche se ha mollato l'incarico di amministratore delegato dell'azienda (coi suoi oltre cento milioni di dollari donati ogni anno, rientra anche tra i più generosi). Nel frattempo la società si è imposta pure come linea di abbigliamento, ha depositato brevetti rivoluzionari come le suole ad aria pressurizzata (il sistema Air, invenzione di due ingegneri aerospaziali che la proposero alla Nike), ha spostato la produzione in fabbriche di Taiwan, Corea e Cina, e tra i suoi uomini simbolo può annoverare atleti come John McEnroe, Andre Agassi, Pete Sampras, Michael Jordan, Kobe Bryant, Tiger Woods.

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Come il libro di Moby, una delle autobiografie più riuscite dell'ultimo periodo, anche quella di Knight ha il potere di un grande romanzo: ti impedisce di smettere di leggere, perché hai una voglia matta di sapere come continua. È vero che il tutto assume l'aspetto di una corsa in perfetto stile americano verso il successo, ma non si tratta di un libro autocelebrativo, semmai di una sorta di trattato sulla forza dei sogni e sulla caparbietà dettata dalle vocazioni.

 

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L'arte della vittoria secondo Phil Knight, fondatore della Nike

Il gruppo ben assortito di persone/personaggi che popola l'autobiografia/romanzo di Knight è un insieme molto letterario di perdenti che uniti fanno una squadra vincente. E le parole che compongono il testo colpiscono come non ti aspetteresti da un libro così («Volevo quello che tutti vogliono. Essere me stesso, a tempo pieno.»). La parte conclusiva è capace di regalare anche momenti toccanti, quando l'autore racconta la morte del primogenito Matthew, avvenuta durante un'immersione. Knight sceglie poi di spingere sull'acceleratore quando tratta la polemica sullo sfruttamento minorile nelle fabbriche asiatiche; regala insomma poco spazio alla faccenda, riconoscendo gli errori, l'eccessiva leggerezza e i tentativi fatti per migliorare la situazione. Come si intuisce nei ringraziamenti, c'è anche lo zampino di J.R. Moehringer, autore di Il bar delle grandi speranze e che aveva collaborato in maniera sostanziale anche a Open di Agassi.

L'arte della vittoria è un libro imperfetto eppure vero, che brilla di un ideale e sano romanticismo, ed è non solo l'autobiografia di Phil Knight ma il miglior testamento da lasciare a chi ha in testa “un'idea folle” e vorrebbe realizzarla. 

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