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“L’arte del buon uccidere”. Intervista a Piersandro Pallavicini

“L’arte del buon uccidere”. Intervista a Piersandro PallaviciniCon L’arte del buon uccidere (Mondadori, 2021) Piersandro Pallavicini continua a dare voce alla vena comica che ha caratterizzato la sua produzione narrativa più recente, allontanandosi ulteriormente dalla dimensione drammatica dei primi romanzi.

In questo caso lo scrittore ha compilato un manuale di consigli per i suoi lettori, in cui tratteggia una serie di ritratti calzanti di tutte quelle persone che etichettiamo comunemente come moleste e così fastidiose da suscitare in noi il desiderio malsano di sopprimerle fisicamente, pur di non ritrovarcele più nei paraggi.

Chi di noi non è stato molestato dal rumore infernale di quei cannoni sparafoglie che si sono diffusi negli ultimi anni per la manutenzione di parchi e giardini, e di conseguenza non ha desiderato ardentemente potersi vendicare sul suo inventore? Chi non ha amici o parenti appartenenti alla nefasta categoria dei diapositivisti delle vacanze, pronti ad affliggervi per ore con la presentazione delle loro fotografie, anche se magari non più proiettate su uno schermo ma fatte scorrere sullo smartphone? Di questi e tanti altri tipi diffusi nella società contemporanea, Pallavicini ci racconta in un libro molto divertente, di cui parliamo in questa intervista.

 

Lei ha compiuto studi scientifici e ha esordito scrivendo soprattutto racconti. Cosa le ha fatto scoprire la sua vena comica?

Ho un retroterra di letture che comprende il comico. Da adolescente, negli anni 70, leggevo molto quel genere, da P.G. Wodehouse (di cui i miei avevano la libreria piena) al Marcello Marchesi di Vivendo e Scherzando, dai fumetti di Alan Ford alla serie Come Ammazzare la Moglie/Il Marito/Mamma e Papà di Antonio Amurri. Dunque il comico è qualcosa che mi porto dietro da sempre.

 Quando ho iniziato a scrivere avevo però altro da raccontare, dovevo liberarmi da ossessioni, traumi, paure, dovevo esprimere convinzioni forti e avevo l’intenzione di colpire duro il lettore. Soprattutto il mio romanzo d’esordio, Il mostro di Vigevano (Pequod 1999) e il secondo, Madre Nostra che sarai nei cieli (Feltrinelli 2002) assecondavano queste mie istanze di scrittore di fresco approccio alla pubblicazione (anagraficamente ho esordito tardi, sono del 1962). Il terzo romanzo, Atomico Dandy (Feltrinelli 2005) aveva già, a dire il vero, qualche pagina di liberatorio humour nero, però il successivo, African Inferno (Feltrinelli 2009) è stato di nuovo un romanzo sentitissimo, con un tema sociale su cui volevo impegnarmi molto, cui tenevo quasi come alla mia vita (l’esame obiettivo e non schierato del tema dell’immigrazione in Italia dall’Africa). È stato un romanzo che ha avuto invece un impatto che mi ha deluso enormemente.

“L’arte del buon uccidere”. Intervista a Piersandro Pallavicini

È stata la svolta, insieme alla maturazione, all’età, e a una visione del mondo pacificata e sopra le cose che il dato anagrafico inevitabilmente ti porta. Basta sofferenza, basta crucci, basta missioni e impegno, volevo dire cose serie, certo, ma anche divertirmi scrivendole, e soprattutto creare con i lettori un legame positivo, una cordiale alleanza, facendoli divertire e ricevendone in cambio un allegro affetto. Così, mentre stavo per compiere cinquant’anni, nel 2012, è uscito il mio primo romanzo intenzionalmente umoristico, la mia prima commedia, Romanzo per signora. È stata un’esperienza inebriante, e scrivere commedie continua a darmi questa sensazione.

 

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La mentalità scientifica influisce in qualche modo sul suo modo di scrivere?

Sì, certamente, soprattutto a partire proprio da Romanzo per signora, quando ho iniziato a escludere volutamente l’area di confine tra irrazionale, occulto, spirituale (comunque mai stati davvero tra i miei temi) e la salda, spoglia razionalità nell’affrontare il mondo, che ora è tipica dei miei personaggi e delle mie storie.

Questo ha ricadute sullo stile, sul registro, sulla scelta del vocabolario. Per fare un esempio banale, non uso ‘anima’ nei miei romanzi, nemmeno in senso figurato, e se proprio mi tocca farlo mi sento imbarazzato e nella frase in cui la parola ‘anima’ è contenuta mi sento in dovere di sottolineare questo mio imbarazzo, di scusarmi per quella parola. Un altro esempio? Non uso ‘luce’ in quell’accezione spirituale che è di molti scrittori italiani, dove ‘entrare nella luce’, ‘essere pieni di luce’, simboleggia benessere, integrità morale, felicità, miglioramento, salvezza. Sono uno scienziato, la luce è una parte molto stretta dello spettro della radiazione elettromagnetica e mi sento ridicolo a usare il concetto di luce metaforicamente: mi vengono in mente le reazioni fotochimiche, gli elettroni che sotto irraggiamento saltano nei livelli energetici più alti, non l’illuminazione mistica.

E poi da scrittore razionale (da “narratore cartesiano”, mi ha detto qualcuno, e la definizione mi piace) non sopporto le frasi a effetto, le frasi sciamaniche, che sembrano formule magiche cariche di significati reconditi, frasi che quando sono in vena di umorismo chiamo “i meringoni”: sono quelle frasi tipicamente scrittoriali, dalla superficie levigata, ipertrofiche e di forma artisticamente stondata, che sembrano contenere verità, senso, rivelazione, ma che invece a un esame appena più attento sono inconsistenti (come le meringhe): dentro sono vuote, non vogliono dire proprio niente, e se usi la logica non hanno significato.

Aggiungo, parlando dell’Arte del buon uccidere, che qui la mia formazione scientifica mi ha aiutato a trovare un tono adatto, che credo aiuti l’effetto comico. I vari eliminandi sono descritti da una voce fuori campo che ha il tono dottorale, finto-serioso, dello scienziato che descrive le proprie osservazioni a un pubblico di non specialisti, una specie di Piero Angela in un Super Quark dedicato ai rompiscatole che ci affliggono. E quando nel suono aulico di questo tono irrompe la gag, la stupidata, la volgarità meschina degli eliminandi, il disequilibrio è tanto forte che la risata è, se non certa, almeno probabile.

 

Fare lo scrittore come “secondo lavoro” le permette di esprimersi più liberamente?

Credo di sì, perché non ho l’ansia di dover pubblicare in fretta e di vendere tante copie per mantenermi, o di fare tutto il faticoso lavoro a contorno che porta il pane quotidiano a chi vive di sola scrittura: cercare collaborazioni con giornali, organizzare scuole di scrittura, inventarsi rassegne da proporre alle municipalità, provare a infilarsi nelle giurie dei premi e così via. Il mio primo lavoro (insegnare in università e fare ricerca) è un lavoro che amo moltissimo, che sono felice di fare, un lavoro impegnativo che mi lascia poco tempo libero – solo i weekend e le vacanze – per scrivere. Ma quel poco tempo libero è libero per davvero, la scrittura va dove voglio, e scrivere, al di là della fatica che costa, diventa così un piacere.

 

L’arte del buon uccidere esamina i molti modi in cui, più o meno volontariamente, si diventa molesti agli altri. Pensa che leggendolo qualcuno potrà riconoscere i propri difetti e magari cercare di migliorarsi, oppure le categorie che ha individuato sono senza speranza?

No, temo di no. Non credo che la satira (perché questo libro tale è, un libro che fa satira sulla nostra contemporaneità) abbia mai fatto davvero cambiare i propri bersagli. Il tronfio rompiscatole (non importa a quale specifica categoria appartenga) è tronfio e rompe le scatole perché non ha l’acume necessario per accorgersi che dà fastidio e si rende odioso.

Quell’acume non glielo darà mai nessuno, nemmeno leggere un ritratto di sé stesso, perché tanto non si accorgerà che quel che sta leggendo è un suo ritratto. Parlare a un tormentatore dei tormenti che infligge appartiene allo stesso campo semantico coperto dal vecchio adagio (forse di Wilde?) ‘mai mettersi a discutere con un cretino: ti trascina nel suo campo e ti batte con l’esperienza’.

“L’arte del buon uccidere”. Intervista a Piersandro Pallavicini

Qualche persona che le è vicina e ha letto il libro si è per caso riconosciuta in uno dei casi umani descritti?

Ma no, no. Nessuno è ritratto tal quale in questo libro, i vari eliminandi in realtà sono dei ‘super-personaggi’, contengono cioè caratteristiche di cui ho certamente visto tracce in diverse persone vere – in alcune questa, in altre quest’altra – caratteristiche che qui sono riunite invece in un personaggio solo. Così si spinge sul lato del grottesco, del paradossale, che è molto usato nel libro (insieme alla sua descrizione pseudo-scientifica) per arrivare all’effetto comico. Anche se ci sono, lo ammetto, tre o quattro persone che mi hanno ispirato degli eliminandi. Per esempio confesso che la Snc politicamente corretta me l’ha ispirata un amico che, ai tempi del #metoo, ebbe una reazione molto rigida a un mio commento su Facebook (portavo a esempio me stesso che, prima dell’inizio della mia carriera editoriale, avevo ricevuto una sgradevole proposta di sesso per pubblicazione, che avevo semplicemente rifiutato, pubblicando poi anni dopo e altrove). Ma è appunto solo un’ispirazione, il germe di un’idea, che poi ha prodotto una tipologia di eliminande in cui non c’è più nessuna connessione con quella persona (se non la sensazione di schieramento a prescindere, di rigidità, che io avevo provato quella volta su Facebook). E lo stesso vale per i restanti pochi casi, che hanno fatto nascere Il precisatore di rete, La militante di LC, e qualche altro personaggio.

 

Quando finiranno le restrizioni della pandemia e torneremo – si spera – alla vita precedente, anche se magari non al cento per cento, pensa che si potranno notare delle mutazioni in queste categorie di persone moleste?

Sì, e prevedo guai: si sentiranno libere di rompere le scatole ancora di più.

(Scherzo. Ma non troppo)

 

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La rete ha creato nuove categorie di persone fastidiose, non sempre di derivazione diretta da quelle presenti nella vita reale. Vista la loro specificità, ci potrebbe dedicare un altro libro?

Un punto molto interessante. Nel libro un paio di queste categorie sono già individuate e debellate attraverso una consona eliminazione, vedi Il precisatore di rete e L’anziano su Internet. Anzi, dirò di più, Il precisatore di rete è stato il primo racconto che ho scritto, una sorta di prova generale per capire se trovavo il taglio giusto e il tono necessario a scrivere il libro che avevo in mente. E il libro che avevo in mente all’inizio era molto più orientato su Internet di quel che poi ho scritto. Sicuramente, dunque, il materiale per descrivere altri eliminandi internettiani ci sarebbe stato, ed è qui disponibile per un secondo volume. Penso per esempio a

  • Quelli che se scrivi un post che non gli garba ti segnalano fino allo sfinimento
  • Gli ipocondriaci della rete
  • I condivisori di lutti (loro, ma soprattutto altrui)
  • Il se mi segui ti seguo anch’io
  • L’aspirante scrittore che ti chiede amicizia e poi ti scrive in privato per farti leggere i suoi pateracchi, ma in compenso non ha mai letto una riga tua
  • Quella che fa un post lamentoso su Facebook guardandosi bene dal dire di chi si sta lamentando ma sperando con tutto il cuore che il bersaglio legga e si riconosca
  • Quelli che non capiscono il tuo tweet ma si sentono in dovere di mandarti lo stesso una rispostina piccata

 

…e si potrebbe continuare a lungo. Ma alla fine, scrivendolo, nell’Arte del buon uccidere ho preferito limitare la parte internettiana. È una sensazione forse solo mia, ma ho l’impressione che la rete stia stancando, che parlarne troppo all’interno di un’opera narrativa risulti stucchevole. Per chi vi si dedica quotidianamente sui social network (nel circolo vizioso Facebook-Twitter-Instagram) a leggerne di nuovo in un libro l’impatto potrebbe provocare imbarazzo, nausea, del tipo ‘ma anche qui? Che noia, basta!’  Mentre per chi non la frequenta e anzi la rete (soprattutto la parte social) la evita, sarebbe un argomento che continuerebbe volentieri a evitare anche in un libro. Ma al di là del possibile impatto sui lettori (che comunque mi importa molto, per quel meccanismo di cordiale empatia di cui ho scritto più su), era proprio a me che non piaceva, mentre i capitoli si accumulavano, dare troppo peso alla rete. La vita continua anche fuori da internet, e anzi, è proprio lì che si annidano i rompiscatole più perniciosi: il corriere sgarbato che consegna un pacco in frantumi e rigorosamente fuori orario, suona al vostro citofono di strada vero, e il cannone sparafoglie che vi porta alla follia ruggisce, purtroppo, nel vostro vero giardino. Dovevo perdermi le loro succose, liberatorie eliminazioni solo per assecondare un’idea di modernità tutta legata alla tecnologia della rete?


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Per la prima foto, copyright: Hello I'm Nik su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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