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“L’amore è un difetto meraviglioso” di Graeme Simsion

L’amore è un difetto meraviglioso, Graeme SimsionL’australiano Graeme Simsion firma questo fortunatissimo romanzo d’esordio, strutturato e realizzato, a quanto apprendiamo da un articolo di Jane Sullivan, in 50 giorni. Sceneggiatore cinematografico, Simsion aveva vinto in patria il prestigioso Victorian Premier’s Literary Awards col suo The Rosie Project. Dopo l’avvenuta pubblicazione, i diritti di traduzione sono stati venduti in oltre 30 Paesi. Si è trattato, in effetti, del libro più conteso alla kermesse di Francoforte del 2012. Per l’Italia, i diritti se li è aggiudicati Longanesi che, a mio modesto parere, ha fatto il colpaccio.
Avrei qualcosa da ridire sul titolo scelto per il mercato italiano, ma è certo che questa commedia romantica ha il taglio adeguato per il consenso del grande pubblico e non mi sorprenderebbe se qualche producer stesse già accarezzando l’idea di farne una riduzione cinematografica. Non per niente Simsion dona al suo personaggio le fattezze di Gregory Peck in Il buio oltre la siepe.

L’amore è un difetto meraviglioso (trad. di Michele Fiume) presenta una scrittura fluida ed elegante, è intriso di dialoghi brillanti e molto british che ricordano il Nick Hornby di Alta Fedeltà e Un ragazzo, il Jonathan Coe di Questa notte mi ha aperto gli occhi e, per un’evidente filiazione tematica e stilistica, il Mark Haddon di Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte.
Il testo è agile e calibrato per portare avanti il lettore, pungolando la sua curiosità con situazioni mai ovvie e prevedibili.

Il pregio più rilevante de L’amore è un difetto meraviglioso è il punto di vista del narratore. E la voce che dice “io” in questo romanzo è quella di Don Tillman, genetista, ricercatore dell’università di Melbourne, un personaggio tagliato con l’accetta, uno che buca la pagina, insomma. I personaggi che gli ruotano intorno sono un po’ più stereotipati, ma senza dubbio efficaci nel servire l’intreccio.

Don ha una singolarità: è affetto dalla sindrome di Asperger, un disturbo imparentato con l’autismo, caratterizzato da una compromissione delle relazioni sociali e da comportamenti ripetitivi.
«Ho trentanove anni, sono alto, intelligente, il mio fisico è ben tenuto, godo di ottima salute e ho una posizione professionale relativamente elevata, in quanto professore associato, e un reddito superiore alla media. In base alla logica, dovrei risultare attraente a un’ampia varietà di donne. Nel regno animale, avrei subito successo nella riproduzione.»
Le sue idiosincrasie non gli rendono facile l’esistenza. Il frigorifero è suddiviso in scomparti in base ai giorni della settimana; alle pareti dell’appartamento in cui vive non sono appesi quadri «perché dopo qualche tempo smetterei di farci caso. La mente umana è strutturata per cogliere differenze nell’ambiente circostante, per individuare con rapidità un predatore. Se installassi fotografie o altri elementi decorativi, per qualche giorno noterei tutti gli elementi nuovi, ma poi il mio cervello inizierebbe ad ignorarli».
Don ha solo due amici: Gene, rettore del dipartimento di psicologia, e Claudia, psicologa clinica e sua consulente privilegiata.
Le donne lo trovano piuttosto respingente e le sue relazioni col gentil sesso non sono mai andate oltre il primo appuntamento. Tuttavia, scoprendo che gli uomini sposati sono più felici di quelli single e, soprattutto, vivono più a lungo, lo scienziato decide di trovarsi una compagna realizzando il “Progetto Moglie”: un questionario di sedici domande, da somministrare alle candidate, improntato a criteri rigorosi.
Graeme SimsionIl caso vuole che nella sua vita, con lo zampino di Gene, irrompa come un ciclone Rosie Jarman, dottoranda in psicologia e barista part-time, soggetto assolutamente incompatibile col “Progetto Moglie”. Al primo appuntamento, Rosie manderà all’aria la metodica programmazione di Don (menu standardizzato, sedute di aikido, orario di sveglia mattutina), ma lo scienziato non potrà fare a meno di rilevare quanto la ragazza sia pure bella e intelligente. Rosie ha, a sua volta, un problema: è ossessionata dall’idea di rintracciare il padre naturale (sua madre, da tempo passata a miglior vita, è rimasta incinta durante le bisbocce della sua festa di laurea). E chi meglio di Don può esserle d’aiuto?
I due avvieranno il “Progetto Padre”, buttandosi a capofitto nell’impresa di rintracciare i compagni d’università della madre di Rosie e sottoporli, a loro insaputa, al test del DNA, dando vita a siparietti godibili quanto paradossali. Uno degli episodi più felici del romanzo sarà lo studio di Don di un manuale di preparazione dei cocktail e il suo sostituirsi, con la complicità di Rosie, durante la reunion delle vecchie glorie, ai camerieri per prelevare dai calici i campioni da analizzare. Don finirà per divertirsi “immensamente”, tanto che dovrà rivedere la statistica personale sugli eventi più felici della sua vita, dove al primo posto poneva la visita al museo di storia naturale di New York e al secondo posto una seconda visita al museo di storia naturale di New York.

La relazione con Rosie, se di relazione si può parlare, procederà a voltaggio alternato, tra luci e ombre. L’incapacità di Don di conformarsi alle convenzioni sociali comunemente riconosciute, la sua strenua, rigida aderenza e osservanza delle regole e, non da ultimo, l’estrema difficoltà a sintonizzarsi sulle proprie emozioni finiscono per renderlo un individuo isolato e infelice. Ma qualcosa, lentamente, sta sovraccaricando il suo sistema sensoriale ed emotivo. Con molta fatica il nostro protagonista riesce a resettare il suo approccio e comportamento per non debordare oltre i limiti etici e i codici di condotta che si è prefisso. Dopo un viaggio a New York con Rosie, nella speranza di trovare ulteriori elementi per ultimare il “Progetto Padre”, il nostro genetista perderà un’amica preziosa e forse anche il posto di lavoro. Il lettore non riesce a non provare commozione e tenerezza per le debolezze, per la logica tagliente e implacabile del Tillman-pensiero.
«Da qualche parte negli archivi sanitari c’è un vecchio documento con sopra il mio nome e le parole “depressione, disturbo bipolare? disturbo ossessivo compulsivo? e schizofrenia?” […] Oggi credo che tutti i miei problemi siano ascrivibili al fatto che il mio cervello è strutturato diversamente rispetto a quello della maggioranza degli esseri umani.»
L’Asperger sembrerebbe essere una variante, come sostiene il nostro professore nelle prime pagine del romanzo: non un handicap o una colpa, ma un grosso vantaggio. Allora, forse, non tutto è perduto. Rosie gli ha spiattellato in faccia: «Certo, sicuro […] A parte il fatto che tu non hai alcuna idea di cosa sia il comportamento sociale, che la tua vita è regolata da una lavagnetta e che sei incapace di provare amore, sei perfetto».
Potrebbe, Don, in qualche modo, far breccia nell’opinione negativa che Rosie si è fatta di lui? Non è forse giunto il momento di riconfigurare il suo protocollo? Il “Progetto Don” può dirsi concluso. È giunto il momento di iniziare il “Progetto Rosie”, che riserverà al lettore altre piacevoli sorprese.

Pollice recto per questa parabola, toccante e sorridente, sulla diversità e sull’empatia, sulla valorizzazione dell’individuo e delle sue peculiarità, sull’accettazione dell’altro e la disponibilità a modificare la propria percezione del mondo e della vita o, per dirla con le parole di una celebre canzone, sul «come si cambia / per non morire / come si cambia / per amore».

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