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L’acqua del lago, come la vita, non è mai dolce

L’acqua del lago, come la vita, non è mai dolceUna scrittura essenziale e ponderata, crudele e poetica, quella di Giulia Caminito, che torna nelle librerie con il romanzo L’acqua del lago non è mai dolce (Bompiani). È la storia di un carattere, del suo evolversi dall’infanzia sino all’età adulta, ma anche di un rapporto tra una madre e una figlia, non sempre idilliaco, con sottofondo una società fortemente legata all’immagine e al possesso materiale e poco o nulla interessata ai valori interiori che rappresentano la peculiarità di un individuo e che fanno di noi gli esseri che siamo.

Quando il romanzo ha inizio, Gaia, la protagonista che narra in prima persona, ha sei anni. Lentamente, pagina dopo pagina, assistiamo allo sbocciare della sua personalità. È un fiore selvatico in mezzo a un campo selvaggio, che apprende molto presto a sfoderare le spine e a pungere coloro che le arrecano dei torti.

La sabbia si mischia con l’erba e con i sassi, nera e argillosa. È un antico cratere, ora pieno d’acqua. È il lago di Bracciano, dove approda, in fuga dall’indifferenza di Roma, la famiglia di Antonia.

 

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«Penso che siamo materiali di scarto, carte inutili in un gioco complicato, biglie scheggiate che non rotolano più». È con queste parole taglienti e toccanti che Caminito introduce la famiglia di Gaia. Fin da subito appare chiaro che, personaggio chiave del racconto, insieme alla narratrice, è la madre Antonia. Una donna infaticabile, che da sola si occupa del marito disabile caduto da un’impalcatura inadeguata, in un quartiere illegale, senza contratto e senza assicurazione, e dei quattro figli. Antonia sembra «l’eroina di un fumetto, Anna Magnani al cinema, lei che baccaglia, lei che non si arrende, lei che li fa stare tutti zitti». È una donna onesta, che non scende a compromessi e che vuole insegnare alla sua unica figlia femmina a contare sulle proprie capacità e a non dipendere da nessuno, perché nessuno ti aiuta se non te stesso. E Gaia impara: a non lamentarsi, a salire ogni giorno su un treno per recarsi a scuola, a leggere libri, a nascondere il cellulare in una scatola di scarpe, a difendersi dagli attacchi di bullismo dei compagni di classe per via della sua povertà economica, a tuffarsi nel lago anche se le sue correnti rischiano di trascinarti verso il fondo. Sembra quasi che questa ragazzina, col viso pieno di lentiggini, chini sempre il capo, invece quando alza lo sguardo, i suoi occhi hanno una luce intensa e profonda.

«Per crescere bisogna faticare, non si è fanciulli a lungo, non verrai difeso, accudito, abbeverato, ripulito, salvato per sempre, arriva il momento in cui tocca a te stare al mondo».

L’acqua del lago, come la vita, non è mai dolce

Tema dominante del romanzo è il rapporto madre-figlia: di una madre chioccia che quasi non lascia respirare Gaia, imponendole, vietandole, controllando ogni suo gesto; e di una figlia che forse non riesce o non vuole del tutto staccarsi dall’ombelico materno, finendo col covare tuttavia dentro di sé una rabbia inespressa che rischia di divorarla completamente e che a tratti emerge con attacchi di violenza verso le persone di cui non si fida.

«Leggeremo insieme se non capirai, studierò con te, ce la dobbiamo fare». Questo noi in cui nessuno ha chiesto a Gaia se vuole abitare, la comprende come una prigione. Quel noi «che sta là non visto, mi comanda, per me crea castelli in aria e paludi». E l’ansia non fa che travolgere questa ragazzina, rinchiudendola tra delle mura dentro cui coltiva le proprie nevrosi. Quello che Antonia, probabilmente, non riesce a comprendere o ad accettare è che, nel suo continuo cercare una dimora nella quale crescere i propri figli lontani dai pregiudizi sociali, ha finito in realtà con l’intrappolarli nella sua gabbia. Gaia è talmente assorbita dalle parole della madre, dal dover a ogni costo vivere la vita da lei progettata, da non sapere più cosa realmente desidera conquistare per se stessa. A un certo punto, giungerà, infatti, inevitabile, la ribellione, l’esplosione. Agirà per ripicca e di testa propria, scegliendo ad esempio di iscriversi alla facoltà di Filosofia, piuttosto che ad un altro indirizzo di studi che le assicurerebbe un lavoro più facilmente.

«Ma forse avrei dovuto urlare: sei tu, sei tu certamente che mi tormenti e poi il mondo tutto, e poi quello che non ho, in primis la televisione […], il corso di nuoto, di pallavolo, di teatro […], il McDonald’s dove festeggiare il compleanno, la borsa di Guess da abbinare alle scarpe […] tutto mi tormenta».

L’acqua del lago, come la vita, non è mai dolce

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Il romanzo di Giulia Caminito è uno spaccato reale della società in cui viviamo, popolata da una moltitudine di solitudini e di falsi valori, da ipocrisie, snobismi, ingiustizie, abusi psicologici e fisici e da tanti tristi silenzi. Se il nome dato alla protagonista mal le si addice e, probabilmente, la scelta dell’autrice è stata qui intenzionale, dato che Gaia è tutto fuorché gioiosa, il titolo del romanzo è invece fortemente veritiero. L’acqua del lago non è mai dolce, perché è la vita a non essere mai dolce e, se non s’impara a rimanere a galla e a non lasciarsi soccombere dagli avvenimenti, si rischia di finire risucchiati via dalle correnti o addirittura di sprofondare negli abissi.

Il romanzo di Caminito è spietato quanto basta a far comprendere che l’inquietudine che lo permea pagina dopo pagina è sincera fino allo spasimo e che ciascuno può identificarsi perfettamente nei personaggi descritti.


Per la prima foto, copyright: Robert Anitei su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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