Interviste scrittori

Consigli di lettura

Come scrivere un romanzo in 100 giorni

Conoscere l'editing

Kafka, Sciascia e Pasolini – Quando il potere è anarchia

Kafka, Sciascia e Pasolini – Quando il potere è anarchiaCom’è misera la vita negli abusi di potere

Franco Battiato

 

Il potere, con i suoi effetti devastanti, ha da sempre affascinato il mondo dell’arte: dalla tragedia Macbeth di William Shakespeare ai vari trattati sulla tirannide di Vittorio Alfieri; da 1984 di George Orwell al concept album Animals della band inglese Pink Floyd.

Oltre i casi sopracitati, ci sono stati autori che, attraverso la scrittura, hanno tentato, quasi persi in un’ossessione, di descrivere il potere in tutte le sue più squallide e poco edificanti sfaccettature: sì, perché il potere non è altro che una forza corrompente, devastatrice e anarchica.

Il primo esempio che fece realizzare al giovane Franz Kafka quanto fosse anarchico il potere fu quello del padre, il commerciante Hermann Kafka. Nella straziante Lettera al padre, che Franz non ebbe mai il coraggio di consegnare al destinatario, Hermann è un’immagine troppo alta, autoritaria, inaccessibile, inavvicinabile, temibile e imprevedibile: tutte quelle che saranno nei suoi romanzi le caratteristiche della legge e dei funzionari della legge.

«Quel che si metteva in tavola doveva essere mangiato, sulla bontà del cibo non si discuteva; ma tu spesso lo trovavi immangiabile, lo chiamavi «mangime» e affermavi che la «bestia» (la cuoca) l’aveva rovinato. […]. Gli ossi non si potevano rosicchiare, ma tu lo facevi; l’aceto non si poteva sorbire, ma tu lo facevi. La cosa più importante era tagliare il pane diritto; che tu però lo facessi con un coltello grondante di sugo era indifferente. […]. A tavola ci si doveva occupare solo del pasto, tu però ti tagliavi le unghie, facevi la punta alle matite, ti pulivi le orecchie con uno stuzzicadenti.»

 

Vuoi conoscere potenzialità e debolezze del tuo romanzo? Ecco la nostra Valutazione d’Inedito

 

Hermann detta leggi che devono essere seguite pedissequamente da tutti i suoi familiari/sudditi, infrangerne solo una, anche in minima parte, porterà inevitabilmente a una punizione esemplare. Hermann è il perfetto uomo di potere: dà leggi alle quali lui stesso non obbedisce, anzi, le infrange una per una. Perché chi ha il potere ha anche questo privilegio: non rispettare la legge.

«Più tardi, ormai giovanotto, non capivo come quel niente di ebraismo di cui disponevi potessi rimproverarmi perché non mi sforzavo (anche solo per pietà, per usare la tua espressione) di mettere in pratica un simile niente. […]. Andavi al tempio quattro giorni all’anno, e là eri come minimo più vicino agli indifferenti che a coloro che prendevano la cosa sul serio; recitavi pazientemente le preghiere, come si sbriga una formalità, […].»

Kafka, Sciascia e Pasolini – Quando il potere è anarchia

Chi gioca con il potere è al di sopra delle leggi che detta: a quelle devono obbedire i sudditi, gli umili del villaggio che vivono al di fuori del Castello, solo per loro valgono le leggi.

«Qualunque sia l’idea che ce ne facciamo, lui è pur sempre un servitore della Legge, dunque appartiene alla Legge, dunque è sottratto al giudizio umano.»

 

Con queste parole si esprime il sacerdote del duomo visitato da K. nel Processo: i servitori della Legge, coloro che hanno tra le proprie mani il potere, sfuggono al giudizio umano, appartengono a una classe privilegiata, troppo in alto per potere essere giudicata col metro umano. Il potere è al di là del comune concetto di bene e di male.

Così conclude lo spietato film di Elio Petri Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Il commissario, che all’inizio della pellicola uccide la propria amante in un gioco erotico, non viene arrestato, processato e incarcerato perché lui, «servitore della Legge», è «sottratto al giudizio umano».

«TUTTI GLI ANIMALI SONO UGUALI/ MA ALCUNI ANIMALI SONO PIÙ UGUALI DEGLI ALTRI»

 

Questa è la prima verità che gli animali della Fattoria devono imparare: i maiali, come Napoleone, non sono come tutti gli altri perché loro occupano i posti al vertice, hanno il potere, incarnano il potere. Stesse identiche parole ricorderà Nanni Moretti nel finale del Caimano; Berlusconi, per sfuggire al processo, sottolinea all’accusa: «Sì, ma questo cittadino qui, forse, è un po’ più uguale degli altri visto che la maggioranza degli italiani, in libere elezioni, gli ha conferito il mandato per governare».

I «servitori della Legge» sono brutali, il loro comportamento è anarchico, la loro indole animalesca e violenta si abbatte, inesorabilmente, su quanti sono al di sotto, come una punizione.

“E non soltanto imprecare, ma esercitare una tirannia gratuita. Ad esempio, con uno spintone scaraventavi giù dallo scrittoio merci che non volevi che fossero scambiate con altre – solo la sconsideratezza della tua collera ti scusava un poco – e il commesso doveva raccattarle. O l’espressione che adoperavi costantemente a proposito di un commesso tubercolotico: «Deve crepare, quel cane ammalato». Chiamavi gli impiegati «nemici prezzolati», e lo erano anche, ma prima ancora che lo fossero divenuti pareva che tu fossi il loro «nemico pagante».”

 

E davanti al potere l’indifeso soccombe. Come accade al fochista, protagonista dell’omonimo racconto sempre di Kafka: «Tutto invitava alla fretta, alla chiarezza, alla precisione, che cosa faceva, invece, il fochista? Cianciava grondando sudore, le sue mani tremanti erano ormai incapaci di tenere le carte posate sul davanzale; da tutte le parti gli piovevano nella mente accuse contro Schubal, di cui già una sola – a suo avviso – sarebbe stata sufficiente ad annientarlo, ma tutto ciò che riusciva ad esporre al capitano era un pietoso guazzabuglio.» C’è anche chi tenta di ribellarsi, come Amalia del Castello che rifiuta risolutamente le squallide, volgari avances del funzionario Sortini; questa ribellione, però, ha un prezzo da pagare:

«Hanno smesso di parlare di noi come di essere umani, il nome della nostra famiglia non è più stato pronunciato, e quando era indispensabile parlare di noi ci chiamavano ‘quelli di Barnabas’, col nome del più innocente di noi; perfino questa nostra catapecchia è diventata malfamata e, se esamini te stesso, ammetterai anche tu, la prima volta che ci hai messo piede, hai creduto di constatare che il disprezzo era giustificato. […]. Tutto quello che eravamo e avevamo incontrava lo stesso disprezzo.»

Kafka, Sciascia e Pasolini – Quando il potere è anarchia

L’umanità di Franz Kafka è divisa in due, come anche per i Pink Floyd: i maiali, sempre affamati di potere, e le pecore, indifferenti ed in balia dei capricci dei potenti.

Il potere può avere anche una «faccia serena», come scrissero una volta De André e De Gregori; un viso rassicurante.

«Esercizi spirituali» ribadì il prete. «Ogni anno, puntualmente: l’ultima domenica di luglio cominciano i turni».

«E quanto dura, un turno?»

«Una settimana».

«E quanti turni?»

«Tre, quattro. Tre fino all’anno scorso, quattro quest’anno».

«I fedeli aumentano».

«Sì, certo» disse il prete: ma formalmente. Aveva qualche dubbio. E tornando alla confidenza. «Ma il più importante è il primo turno».

«Perché?»

«Per le persone che vi partecipano». E abbassando la voce e stringendo ancora di più la confidenza «Ministri, deputati, presidenti e direttori di banche, industriali… E tre direttori di giornali, anche».

 

Todo modo è un romanzo di Leonardo Sciascia pubblicato nel 1974. L’azione si svolge entro il perimetro dell’Eremo di Zafer 3 curato dall’ambiguo, quanto eccentrico, don Gaetano. Questo albergo, negli ultimi mesi estivi, ospita i più importanti uomini di potere sia laico sia ecclesiastico: tutti, sotto la guida di don Gaetano, si sottopongono agli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola. Esercizi per meglio conoscere quale sia la volontà di Dio per governare al meglio il Paese. Però, da quell’eremo, non si leverà nessun odore di santità – il cattolicesimo è solo una facciata rassicurante – ma si spanderà il fetore della corruzione e dell’anarchia.

«Ma mi pare che don Gaetano tenga molto a che non si parli delle donne; e nella misura in cui lui ci tiene… Pensa che succederebbe, sui giornali, se venisse fuori che gli esercizi spirituali di cinque di questi potenti erano confortati dalla presenza delle loro amanti».

 

Durante la settimana degli esercizi gli uomini di potere siglano accordi, fanno nascere nuove alleanze e ne disfano di vecchie, cospirano, pagano tangenti: todo modo, non para buscar la voluntad divina, ma per conservare e accrescere il potere che hanno tra le mani. Compiono gli esercizi, ascoltano i sermoni di don Gaetano, recitano il rosario nel cortile, si confessano ma è tutta una messinscena. A coronare questo poco idilliaco quadretto sono una serie di omicidi che fanno uscire fuori tutto il marcio del potere.

«Quello che il procuratore cercava. Ma che dico, il filo? Migliaia di fili, e tutti ammatassati… Un mazzo così» ne segnò il volume da terra al suo ginocchio «di fotocopie di assegni. Tutti firmati da Michelozzi, sui fondi speciali o segreti di cui disponeva… Il procuratore ci impazzirà». E soavemente degustò l’idea che Scalambri ci impazzisse.

«Ma ci sono assegni a favore di qualcuno che si trova qui?»

«Di qualcuno? Di tutti. Non ce n’è uno che non abbia avuto la sua parte».

«E dunque?»

«E dunque da tutti questi assegni possono uscire centinaia di piccoli processi per malversazione, concussione, peculato; o un solo processone. […]».

 

Ciò ricorda molto una battuta del commissario Ingravallo nel film di Pietro Germi Un maledetto imbroglio, tratto dal romanzo di Gadda Quer pasticciaccio brutto de via Merulana: togliendo la pietra escono fuori tutte le serpi!

«Ma signori» disse don Gaetano al ministro e al presidente «spero non mi darete il dolore di dirmi che lo stato c’è ancora…»

 

Agli occhi disincantati di don Gaetano lo Stato non esiste più; gli uomini al potere vivono in uno stato di violenta anarchia, un gruppo di privati impegnati a salvaguardare i propri interessi. Come anche negli scritti di Franz Kafka, in Todo modo coloro che hanno il potere sono risparmiati dal «giudizio umano»; alla fine il procuratore e il commissario rinunceranno a trovare il colpevole, o i colpevoli: «A me succederebbe invece, nell’ordine: il mio capo avocherebbe a sé l’inchiesta, mi promuoverebbero, mi trasferirebbero. E su questi due delitti calerebbe per sempre la dicitura “ad opera di ignoti”. Ti pare che valga la pena?»

Lo sguardo disincantato di Sciascia è lo stesso di Pier Paolo Pasolini, altro intellettuale ossessionato dal potere.

«Nulla è più anarchico del potere. Il potere fa praticamente ciò che vuole e ciò che il potere vuole è completamente arbitrario o dettatogli da sue necessità di carattere economico che sfuggono alla logica comune. Io detesto soprattutto il potere di oggi.»

 

Nel 1975, l’anno di morte del regista, venne proiettato nelle sale Salò o le 120 giornate di Sodoma; in questa pellicola Pasolini condensò tutta la sua completa sfiducia verso il potere: un Duca, un Vescovo, un Presidente della Corte d’Appello e un Presidente della Banca Centrale fanno rapire dei giovani e delle giovani di famiglie antifasciste per rinchiuderli in una loro villa di campagna. Attraverso torture, sia psicologiche che fisiche, questi uomini di potere soddisferanno ogni loro sadica perversione.

«Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno. Siete fuori dai confini di ogni legalità. Nessuno sulla Terra sa che voi siete qui. Per tutto quanto riguarda il mondo, voi siete già morti.»

 

GRATIS il nostro manuale di scrittura creativa? Clicca qui!

 

La villa è una bolgia dantesca; il film è diviso in tre parti, tre gironi infernali dove i potenti danno libero sfogo a tutta la loro lascivia; i prigionieri, indifesi, devono sottomettersi, senza lamentarsi, all’immoralità del potere.

Per Pasolini ogni forma di potere, da quello dei farisei all’epoca di Gesù al fascismo, è pura anarchia, assenza di morale.

Nel corso dei secoli, purtroppo, le cose non sono cambiate, anzi, sono diventate la normalità, il naturale corso delle cose; tanto che non ci stupiamo più quando sentiamo notizie di scandali e corruzione e di abusi di potere: siamo completamente assuefatti, indifferenti all’anarchia del potere. Non arrossiamo più. È tutto perduto? Non ci sono soluzioni? Dobbiamo accettare tutto questo, piegando la testa? Da parte mia, credo ancora nelle speranze del cantautore Franco Battiato, espresse nella canzone Povera Patria: «Sì, che cambierà, vedrai che cambierà/si può sperare/che il mondo torni a quote più normali/che possa contemplare il cielo e i fiori/che non si parli più di dittature».

Basterebbe un po’ di educazione: e al coraggio – di dire “non ci sto più” – e all’amore.

Il tuo voto: Nessuno Media: 5 (1 vote)
Tag:

Il Blog

Il blog Sul Romanzo nasce nell’aprile del 2009 e nell’ottobre del medesimo anno diventa collettivo. Decine i collaboratori da tutta Italia. Numerose le iniziative e le partecipazioni a eventi culturali. Un progetto che crede nella forza delle parole e della letteratura. Uno sguardo continuo sul mondo contemporaneo dell’editoria e sulla qualità letteraria, la convinzione che la lettura sia un modo per sentirsi anzitutto cittadini liberi di scegliere con maggior consapevolezza.

La Webzine

La webzine Sul Romanzo nasce all’inizio del 2010, fra tante telefonate, mail e folli progetti, solo in parte finora realizzati. Scrivono oggi nella rivista alcune delle migliori penne del blog, donando una vista ampia e profonda a temi di letteratura, editoria e scrittura. Sono affrontati anche altri aspetti della cultura in generale, con un occhio critico verso la società contemporanea. Per ora la webzine rimane nei bit informatici, l’obiettivo è migliorarla prima di ulteriori sviluppi.

L’agenzia letteraria

L’agenzia letteraria Sul Romanzo nasce nel dicembre del 2010 per fornire a privati e aziende numerosi servizi, divisi in tre sezioni: editoria, web ed eventi. Un team di professionisti del settore che affianca studi ed esperienze strutturate nel tempo, in grado di garantire qualità e prezzi vantaggiosi nel mercato. Un ponte fra autori, case editrici e lettori, perché la strada del successo d’un libro si scrive in primo luogo con una strategia di percorso, come la scelta di affidarsi agli addetti ai lavori.