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James Joyce: ecco perché ho abbandonato la Chiesa Cattolica

James Joyce: ecco perché ho abbandonato la Chiesa CattolicaEra il giugno del 1904 quando James Joyce incontra Nora Barnacle, la donna che poi diventerà sua moglie.

Qualche mese dopo i due ebbero una discussione e Nora restò alquanto sorpresa da alcune posizioni di Joyce sulla vita in società e sulla Chiesa Cattolica.

 

Joyce provò a chiarire il suo punto di vista nella lettera che vi mostriamo qui di seguito, contenuta nella raccolta Lettere e saggi, da poco pubblicata da Il Saggiatore, a cura di Enrico Terrinoni e con la traduzione di Giorgio Melchiori, Giuliano Melchiori, Renato Oliva e Sara Sullam.

 

A Nora Barnacle

60 Shelbourne Rd

29 agosto 1904

 

Cara Nora ho appena finito la mia cena di mezzanotte che ho consumato senza appetito. Quando ero a metà mi sono accorto di mangiare con le dita. Mi sentivo male come l’altra sera. Sono piuttosto sconvolto. Scusami per questa terribile penna e questa orribile carta.

 

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Quello che ho detto stasera ti avrà forse addolorato ma non è meglio che tu sappia come la penso su molte cose? La mia mente rifiuta integralmente l’attuale ordinamento sociale e la cristianità – la casa, le virtù riconosciute, le classi della vita, e le dottrine religiose. Come potrebbe piacermi l’idea di una casa? La mia non era che un affare borghese rovinato da abitudini troppo prodighe che ho ereditato. Mia madre è stata uccisa lentamente, credo, dai maltrattamenti di mio padre, da anni di guai, e dal mio comportamento cinicamente franco. Guardando il suo volto quando era adagiata nella bara – un volto grigio e smagrito per il cancro – ho capito che stavo osservando il volto di una vittima e ho maledetto il sistema che l’aveva resa una vittima. Eravamo diciassette in famiglia. I fratelli e le sorelle non sono niente per me. Solo un fratello è in grado di capirmi.

James Joyce: ecco perché ho abbandonato la Chiesa Cattolica

Sei anni fa ho abbandonato la Chiesa Cattolica, odiandola vivissimamente. Mi è stato impossibile restarvi a causa degli impulsi del mio carattere. La combattevo segretamente quando ero studente e non ho accettato i posti che mi offriva. In questo modo mi sono ridotto a chiedere l’elemosina ma non ho perso la mia dignità. Ora la combatto apertamente con quello che scrivo e dico e faccio. Non posso essere ammesso nell’ordinamento sociale se non come un vagabondo. Ho intrapreso gli studi di medicina tre volte, di legge una volta, di musica una volta. Una settimana fa mi stavo preparando a partire come attore itinerante. Non sono riuscito a portare avanti il progetto con entusiasmo perché c’eri tu che mi trattenevi. Le difficoltà effettive della mia vita sono incredibili ma le disprezzo.

 

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Quando sei rientrata stasera ho proseguito fino a Grafton St e lì mi sono fermato a lungo appoggiato a un lampione, a fumare. La strada era piena di una vita sulla quale ho versato un fiume della mia giovinezza. Stando lì ho ripensato a qualche frase che avevo scritto qualche anno fa quando abitavo a Parigi – le frasi che seguono – «Passano a due o a tre in mezzo alla vita dei boulevard, camminando come chi non ha fretta in un luogo illuminato apposta per loro. Stanno dal pasticciere, chiacchierano, mangiando pastarelle, o siedono in silenzio ai tavolini presso la porta del caffè, o smontano dalle carrozze con un brusio agitato di vesti leggero come la voce del seduttore. Passano in un’aura di profumi. Sotto i profumi i loro corpi hanno un odore caldo e umido» –

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Mentre me lo ripetevo sapevo che quella vita mi attendeva ancora, se avessi scelto di entrarvi. Non avrebbe forse potuto darmi l’eccitazione di una volta ma era ancora lì e ora che sono più maturo e controllabile sarebbe sicura. Non farebbe domande, non mi chiederebbe se non qualche momento della mia vita, lasciando libero il resto, e mi offrirebbe in cambio il piacere. Ho pensato a tutto ciò e l’ho rifiutata senza rimpianto. Mi era inutile; non poteva darmi quello che cercavo.

James Joyce: ecco perché ho abbandonato la Chiesa Cattolica

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Hai capito male, credo, alcuni passi di una lettera che ti ho scritto e ho notato una certa timidezza nel tuo comportamento come se il ricordo di quella notte ti turbasse. Io invece lo considero una specie di sacramento e ricordarlo mi riempie di stupore e di gioia. Forse non comprenderai subito perché ti onori tanto a causa di ciò, poiché non conosci bene il mio modo di pensare. Ma allo stesso tempo è stato un sacramento che mi ha lasciato alla fine un senso di tristezza e degradazione – tristezza perché ho visto in te una straordinaria, melanconica tenerezza che aveva scelto quel sacramento come compromesso, e degradazione perché ho capito che ai tuoi occhi non ero all’altezza di una convenzione della nostra società attuale.

 

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Ti ho parlato ironicamente stasera ma parlavo del mondo, non di te. Combatto l’atteggiamento ignobile e servile della gente, non te. Non vedi la semplicità che è dietro tutti i miei travestimenti? Tutti portiamo delle maschere. Chi sa che stiamo molto insieme spesso mi insulta parlando di te. Li ascolto con calma, senza degnarmi di rispondere, ma ogni parola mi mette il cuore in agitazione come un uccello in una tempesta.

 

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Non è piacevole per me dover andare a letto con il ricordo dell’ultimo sguardo dei tuoi occhi – uno sguardo di stanca indifferenza – col ricordo del tormento nella tua voce l’altra sera. Nessun essere umano è mai stato vicino al mio animo come te, pare, eppure puoi accogliere le mie parole con penosa villania («Lo so che cos’è che sta parlando adesso» hai detto). Quando ero più giovane avevo un amico con cui mi aprivo liberamente – in un certo senso più che con te e in un altro senso meno. Era irlandese, vale a dire, mi ha tradito.

 

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Non ho detto ancora un quarto di quello che volevo dire, ma è molto faticoso scrivere con questa dannata penna. Non so che effetto ti farà questa lettera. Spero che mi scriverai, vero? Credimi, cara Nora, ti onoro moltissimo ma voglio più delle tue carezze. Mi hai lasciato di nuovo in un dubbio angoscioso.

JAJ

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