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“Io sono febbraio” di Shane Jones

Io sono febbraio«Sedemmo sulla collina. Guardammo le fiamme all'interno dei palloni riscaldare il tessuto di colori al neon. I bambini giocavano alla Profezia.»

Inizia così Io sono febbraio di Shane Jones (tradotto da Dafne Calgaro, edito da Isbn Edizioni). Con un'immagine, tra la malinconia e la speranza, nitida e feroce. Ci troviamo in una cittadina non meglio precisata, in un tempo indefinito che forse non è neppure misurabile secondo i nostri canoni; e in questo piccolo centro c'è un grosso problema: l'inverno non vuole finire. Il vento gelido sferza i volti degli abitanti e la neve opprime le loro coscienze, si estende a dismisura, dilaga nei campi, entra nelle case e nelle persone, dispiega un velo chiaro sul paesaggio. Mentre gli adulti si incupiscono, un'entità, chiamata Febbraio, si manifesta attraverso un messaggio scritto su una pergamena, con cui vieta il volo di aquiloni e mongolfiere. Ma è quando i bambini cominciano a scomparire, che si decide di combattere Febbraio con ogni mezzo a disposizione.

 

Detta così sembra una trama alquanto balzana. Ed in effetti lo è. I protagonisti, Thaddeus Lowe, la moglie Selah, la figlia Bianca e i membri di quello che viene definito “lo Sforzo Bellico”, appaiono mossi da un grande burattinaio invisibile: le loro azioni non trovano fondamento in alcuno scavo psicologico da parte dell'autore. Pare domini un ineffabile pandeterminismo che li conduce da una parte all'altra di questa innevata scena immaginaria.

 

Il romanzo di Jones è un'opera anomala (come questo articolo), fiabesca ma a tratti crudele, che vive di immagini poetiche (nel senso etimologico del termine) e allo stesso tempo manifesta una palese mancanza di profondità. Passi per l'allegoria, passi per la «prosa lirica ed evocativa» (citando dalla copertina), ma l'assenza di un progetto narrativo si sente, forte, pressante. E, in tutto ciò, di certo non aiuta la frammentarietà della narrazione, spezzettata in capitoli brevissimi, quasi istantanei, e costruita su un'alternanza delle voci narranti: parlano tutti, uomini, donne, bambini, preti, “parlano” perfino pergamene e biglietti ritrovati nei luoghi più disparati. In questo gran ciarlare, le pagine vengono voltate una dopo l'altra senza difficoltà, c'è da ammetterlo, ma anche senza emozione.

 

A questo proposito, particolarmente interessante può essere accennare ad una pagina in cui Jones riporta una “Lista di Artisti che Hanno Creato Mondi Fantastici nel Tentativo di Curare Attacchi di Tristezza”: tra di essi, Calvino, la Rowling, David Foster Wallace, ma anche Charles Schulz e l'inventore del gioco per bambini Lite-Brite. Sono irriverente se dico che questa è la cosa migliore di Io sono febbraio?

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