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internodue: Matteo Bussola, tre racconti per cominciare

internodueNel cantiere di internodue è entrato Matteo Bussola, un autore ancora inedito di cui vi proponiamo tre racconti: tre storie su un unico momento, quello conclusivo, il momento di salutarsi dopo avere fatto un certo tipo di strada insieme che, in queste storie, viene attraversato con leggerezza, con tocchi veloci e decisi che spesso indugiano e poi riprendono a marciare spediti nel tratteggiare una scena che ha visto tutti attori principali.

Approfittiamo di questa finestra per invitare chiunque abbia qualche racconto conservato diligentemente in una cartella del suo computer, ad inviarcelo (gli indirizzi email li trovate in fondo alla pagina). Noi ne saremo onorati. Lieti di leggerlo. Felici di coinvolgervi nei lavori in corso.

***

L’incontro

E se domani-io non potessi-rivedere tee.

La canzone alla radio pareva una presa in giro.

La stava aspettando seduto al tavolino del bar già da mezz’ora e cominciava ad essere nervoso. Aveva chiesto lui quell’incontro e sapeva che più il tempo passava, più la tensione sarebbe salita e più avrebbe rischiato. Invece doveva essere calmo. Il suo sguardo, il suo timbro di voce avrebbero dovuto risultare sereni e tranquilli. Sapeva bene che questa era la sua ultima occasione per cercare di recuperare le cose, e si era ripetuto mentalmente tutto il discorso decine di volte. Un centinaio, forse.

Avrebbe dovuto essere perfetto.

Sandra lo aveva lasciato due mesi prima e lui aveva deciso che era giunto il momento di muoversi. Aveva deciso che erano ormai passati il tempo del dolore e quello dell’attesa e prima che arrivassero l’odio e l’ossessione le aveva chiesto un ultimo incontro per parlare.

Lei glielo aveva concesso, magnanima.

Solo che era in ritardo e nonostante tutti i suoi sforzi il nervosismo cresceva. Soprattutto, doveva stare attento a non sudare.

NON sudare era l’imperativo categorico. Non poteva assolutamente permettersi di essere tradito dal suo sistema linfatico dopo tutto il lavoro e la fatica e il training per dominare sé stesso. Il sudore avrebbe reso evidente che lui era nervoso e il fatto che lui fosse nervoso avrebbe voluto dire che gli importava ancora troppo di lei e se lei avesse capito questo la sua unica chance sarebbe stata bruciata in partenza.

Poi doveva stare attento a non gesticolare troppo. E non avrebbe dovuto ordinare degli alcolici, ma un semplice caffè. Oppure un tè, magari.

 

Arrivò a sorpresa mentre stava fissando una crepa sul muro.

“Scusa, scusa, è che non riuscivo a trovare parcheggio. È da tanto che sei qui?”

“Da Mercoledì” disse lui.

Lei sorrise, sedendosi. Bene – pensò lui– falle vedere che sei rilassato.

“Cosa prendi?”

“Mmh…un prosecco.”

Un prosecco? – pensò lui. Come un prosecco?

“È l’ora dell’aperitivo, no?” disse lei leggendogli nel pensiero.

L’appuntamento era per le cinque e mezza. È arrivata con quasi un’ora di ritardo. Ora dell’aperitivo.

“E tu che cosa  prendi?”

“Un.. – non farlo! – una…birra. Media, grazie” fece alla cameriera.

“Allora?” disse lei. “Come stai?”

“Bene. Molto bene, grazie. E tu?”

Iniziò così, con una semplice domanda.

Sandra cominciò a parlare. E parlare. E parlare. Andò avanti per un tempo che gli sembrò interminabile raccontandogli delle sue difficoltà sul lavoro, di sua mamma che stava male, di Cinzia col nuovo ragazzo. Lui ascoltava o meglio faceva finta di. Cercava di fingersi interessato, di sostenere il suo sguardo, di sorseggiare la birra – che nel frattempo erano diventate due – leeentamente.

Nella testa continuava a ripetersi il discorso, in attesa del momento.

Ma Sandra non smetteva, non gli lasciava spazi, sembrava quasi lo facesse apposta.  E lui avrebbe voluto interromperla, avrebbe voluto dirglielo. Adesso basta, parliamo di me, di ME, perdio! Sono io quello ferito, sono io quello che deve ricostruirsi un’immagine ai tuoi occhi, quello che deve parlare, che deve vomitare fuori il discorso preparato appositamente per incuriosirti e per farmi rifulgere ai tuoi occhi sotto nuova luce. Fammi rifulgere, cazzo.

Ma niente, non c’era verso. Non l’aveva mai vista così, era come se gli si stesse accanendo contro. E lui stava iniziando a dimenticarsi pezzi del suo discorso, o meglio, non si ricordava come doveva iniziare, si era scordato le pause, le pause, fondamentali! Quando avrebbe dovuto farle, quante e dove. Stava iniziando ad andare in confusione, cercò più volte di ricostruire mentalmente la sequenza ma era difficile senza farsene accorgere e con lei che parlava.

“Hai caldo?”

La domanda arrivò improvvisa come dieci unghie che graffiano una lavagna.

“Eh?”

“Sei tutto rosso.”

Merda.

“No, è che. È la birra. Scusa, vado un attimo in bagno.”

Entrò in bagno e si guardò allo specchio. Aveva il viso completamente paonazzo e livido. Cazzo cazzo cazzo. Non era la birra, lo sapeva bene. Era la voglia che aveva di dire quello che doveva dire, erano le parole che se ne stavano giù compresse nello stomaco da settimane, era il desiderio bruciante di rivincita, di riaverla indietro. Era la voglia di avere nuovamente una possibilità. Solo che tutto, tutto stava andando per il verso sbagliato, non c’era nulla che stesse anche solo minimamente somigliando a come se l’era immaginata. Ma niente era perduto, ancora. Lui in fondo doveva ancora parlare. Ripassò velocemente il discorso davanti allo specchio. Si sciacquò accuratamente la faccia, tirò un bel respirò e uscì.

Al tavolo non c’era più nessuno.

Ispezionò rapidamente il locale e con la coda dell’occhio scorse Sandra appena fuori dal bar che parlava al cellulare. Rideva. Ma non quelle risatine isteriche a cascatella che fanno tanto ragazza-bene. E nemmeno quelle risate di circostanza che a volte si fanno al telefono tanto l’interlocutore all’altro capo del filo non può vederci. No, no, niente di tutto questo. Sandra ri-de-va. Rideva forte, divertita e con gli occhi luccicanti. Quando stavano insieme non l’aveva mai vista ridere così, a parte i primi tempi. Ed era uscitafuori per telefonare.

Fu lì che capì, finalmente. Per la prima volta vide le cose in tutta la loro cristallina evidenza. E comprese di non aver mai avuto alcuna possibilità.

Prese la giacca, si alzò e andò verso il bancone. Pagò due birre e due prosecchi. Sandra, che da fuori non s’era accorta di niente, se lo vide arrivare incontro sorridente.

Lui si avvicinò a circa tre centimetri dalla faccia di lei scartando leggermente a sinistra. Lei non capiva e pensò volesse baciarla sulla guancia e istintivamente ruotò un po’ la testa e invece lui non fece nulla di tutto questo ma semplicemente, dentro al microfono del cellulare, disse:

“Trattala bene. O ti trovo.” Con una voce che Sandra non gli aveva sentito mai.

Poi le prese la testa, la tirò leggermente verso di sé e le diede un bacio sui capelli.

“Stai bene – disse – io sto bene, solo questo volevo dirti” e se ne andò lasciandola interdetta sulla porta con gli occhi sgranati e il telefono in mano.

Estrasse una sigaretta cinque passi dopo (si era ripromesso anche di non fumare) accendendola aspirò una boccata e voltò l’angolo del vicolo.

 

“Pronto? Pronto?? Che è successo??!! Chi era??” – urlava Cinzia dall’altro capo del telefono.

“Era Marco” disse Sandra. “Credo mi abbia appena lasciata.”

“Lasciata? Lui? Ma non l’avevi già lasciato tu, scusa?”

“Sì.” Disse Sandra.

Chiuse il telefono e iniziò a correre verso il vicolo come se improvvisamente ne andasse della sua vita.

 

 

 

Così

Quando Laura mi lasciò, stavo con Valeria già da un mese.

Mal sopporto gli addii e l’unica maniera possibile di affrontarne uno è sentirmi già al sicuro, sono fatto così.

Finché Laura mi parlava – quanto non-amore nella sua voce – riuscii all’improvviso a inquadrare le cose con la cristallina chiarezza di quando si è bambini, e avrei voluto finisse in fretta.

Non ci amavamo più, era semplice.

Mi toccò invece subire una lunga elencazione di presunte mancanze – mie – e di accuse lanciate con la precisione millimetrica di un tiratore scelto.

Lei mi stava lasciando perché.

E, ehi. Era tutta colpa mia.

Considerato che la stavo tradendo, una parte di me non poteva fare a meno di darle ragione. Ma lei mica lo sapeva. E i motivi che stava snocciolando al ritmo di un rubinetto che perde, mi sembrarono pretestuosi e vuoti. Mi innervosì soprattutto l’evidenza di lei che stava cercando di non perdere il filo. Mi parlava con la meticolosità e le pause studiate di chi ha imparato un discorso a memoria.

Mi seccava essere solo un nome nel discorso.  Il bersaglio inerme di un linciaggio verbale.

Oltretutto, era chiaro che l’annuncio era stato studiato per non darmi alcuna possibilità di replica. Ed ero certo che lei avesse previsto ogni possibile contromossa, e fosse preparata.

Per cui tenni a bada l’incazzatura crescente e dissi solo

“Va bene”.

Pensai al profumo alla ciliegia di Valeria, alle lenzuola arancio-verdi con i grilli, all’entusiasmo esplosivo di una relazione che può finalmente uscire dalla clandestinità. Alla gratitudine sincera di una ragazza giovane che crede tu l’abbia scelta. Alla fine di tutti i problemi, le paranoie, le accuse, la fatica. Ad una relazione da abitare invece che una da ricostruire. E aggiunsi

“Hai ragione. Su tutto”.

Laura sembrava spaesata. Non si aspettava la mia reazione, era evidente.

“Ah” disse. “Bene. Sono contenta che sei d’accordo” .

“Allora la finiamo qua?” feci io, cercando l’espressione più finto-dispiaciuta che potevo.

“Sì”. Rispose lei. Titubante.

Mi strinse in un abbraccio che più che un addio sembrava una promessa di non so bene cosa e mi diede un ipocrita bacio sulla guancia come a sottolineare il nuovo corso.

Io mi alzai dal divano e feci per andarmene, ma dalle spalle mi giunse la sua voce.

“A dire il vero anch’io ho le mie colpe, Renato. Sicuramente. Ma ora sono molto arrabbiata con te. Lo capisci, vero?”

“Come no. Tranquilla. Va tutto bene.”

“Magari tra qualche tempo ci si rivede per un caffè. Giusto così, per fare il punto.”

Il punto? Il punto di che? Non volli nemmeno provare a pensare a cosa intendesse.

“Certo. Ciao Laura. Stai bene.”

“Anche tu” disse lei nella sua interpretazione di Rossella O’Hara.

Mi richiusi la porta alle spalle.

Fuori faceva freddo. Tirava un vento gelido e sembrava stesse per nevicare. Sul condominio di fronte una signora stava battendo un tappeto che mollava giù nuvole di sporco e polvere.

Pensai che mi sentivo esattamente così.

Tirai su il cappuccio e mi incamminai verso un futuro ignoto di cui avevo già nostalgia.

 

 

 

Touch

Con Chiara le cose non erano mai facili.

Fin dall’inizio, era come se ci amassimo in due lingue differenti. La cosa era quasi divertente, se non fosse stata così faticosa. Stimolante, sicuramente, a meno che la vostra idea di relazione non sia andare sempre d’accordo su tutto o cenare con gruppi di amici rigorosamente in coppia, rivangando i bei tempi andati

Avevamo sempre voglia di fare cose diverse. Io mi svegliavo all’alba, lei non rinveniva mai prima di mezzogiorno. Io volevo andare al cinema, lei voleva stare a casa. A me veniva voglia di scampi alla busara e a lei di pizza. Cose così.

All’inizio era bello perché ognuno dei due, a turno, si ritrovava a fare o scoprire cose che altrimenti non avrebbe vissuto mai.

Con Chiara si faceva sesso dappertutto, era come una specie di animale. Era strano perché non ci veniva mai voglia insieme, ma era sempre come se uno dei due dovesse convincere l’altro. Conquistarlo, sedurlo, costringerlo a fidarsi.

Non era nemmeno sesso, in realtà. Era come una specie di gioco, annusarsi, avvicinarsi, ritrarsi all’improvviso, prendersi con violenza e dolcezza insieme. Come ballare un tango.

Ecco, se dovessi pensare a una parola che riassuma tutto il contrario della nostra storia ce n’è una sola che mi verrebbe in mente: sincronia.

Non eravamo sincronici, quasi mai. Eravamo come due onde con frequenze e lunghezze d’onda differenti. Ogni tanto ci si incrociava per puro caso o fortuna, ma durava solo un attimo. Sempre, comunque, troppo poco.

Ogni volta, dopo che si era condiviso qualcosa, era come riscoprirsi di nuovo orfani, come se ognuno dei due venisse richiamato dentro la tana accogliente della propria solitarietà e dei propri interessi.

Chiara una volta mi disse «sono stata sola tutta la vita prima di incontrare te».

Me lo ricordo ancora benissimo. Eravamo stesi sul parquet, completamente nudi, le gocce di sudore avevano formato sotto di noi una piccola pozzanghera. Avevamo tenuta chiusa la finestra perché a Chiara piaceva farlo al caldo, anche ad Agosto, farlo come fossimo in una sauna o dentro una miniera.

Lei se ne uscì all’improvviso con quella frase. E la disse guardando il soffitto, non guardando me. Sembrava osservasse una crepa sul muro, la disse come avrebbe potuto dire «stasera per cena cavolo bollito» o qualcosa del genere.

Ricordo che io pensai, invece

Non mi sono mai sentito così solo come da quando sto con te

e la strinsi forte, quasi sentendomi in colpa.

Stare con Chiara, vivere con Chiara, respirare Chiara, era come una nostalgia.

Avevo nostalgia di lei, mi mancava da togliere il fiato, eppure era lì, anche in quel momento, sdraiata in fianco a me a condividere lo stesso identico sudore che ci bagnava la schiena.

Poi mi salì sopra, mi tolse i capelli dalla faccia con entrambe le mani, con un gesto quasi maschile. Mi guardò fisso e mi disse:

« Mi ami? »

« Sì, purtroppo per me. »

« Non mentirmi mai, promettimelo. »

«Te lo prometto », mentii.

***

 

Matteo Bussola attende dal 1981 che il suo UFO torni a prenderlo. Nel frattempo scrive. E disegna. Non necessariamente in questo ordine.

Ha un blog che lo rispecchia poco, ma quel poco lo rispecchia molto. È qui:

http://harlocksblog.blogspot.it/

 

a cura di Sara Gamberini e Giovanni Ragonesi

saragamberini@sulromanzo.it

giovanniragonesi@sulromanzo.it

 

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